IL BILINGUISMO GRECO-LATINO NELLE EPIGRAFI - Saggio di Giovanni Teresi

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                                                                    Laudatio Greca

 

Tutte le lingue e tutte le civiltà hanno documenti diversi dai testi scritti su papiro, carta pergamena e quindi tali da poter esser a buon diritto definiti epigrafi; tuttavia se si prendono in esame scopi, indirizzi, metodi, si troveranno notevoli differenze tra le epigrafie delle varie civiltà e si noterà che in pratica solo l’epigrafia greca e quella romana, anche per l’importanza e la massa del materiale, sono divenute discipline autonome, con scopi scientifici specializzati.

La quantità e l’importanza dei testi epigrafici del mondo greco e latino in nostro possesso, come anche il largo uso fattone dagli antichi stessi, sono tali che un grande epigrafista francese, Louis Robert, poté definire la civiltà greco-romana “civiltà delle iscrizioni”.

Nella sua impostazione iniziale, si può dire che l’epigrafia greca esisteva

già nel mondo antico, sia perché gli storici dei sec. V e IV a. C. citano talvolta vecchie iscrizioni, sia perché dall’età ellenistica ci sono stati scrittori che hanno composto raccolte di iscrizioni, come Filocoro di Atene (morto intorno al 260 a. C.), Cratèro ( vissuto fra il sec. IV e il III a. C.), che avrebbe pubblicato nove libri di decreti, e Polèmone di Ilio(sec. II a. C.), detto “il divoratore di stele”.

 L’accostamento di due lingue e delle due scritture greca e latina può definirsi un fenomeno che dai sociolinguisti è detto diglossia, cioè l’uso coerente e mirato, all’interno di un gruppo sociale, di due lingue per esprimere contenuti di diverso ambito, come per quello religioso (ad esempio l’uso del latino nella Chiesa cattolica). In ambiente romano è noto come il greco sia percepito contemporaneamente sia come lingua “alta” della poesia, delle scienze, della medicina, della cultura in generale, sia come lingua servile e popolare, sia infine come lingua affettiva e familiare, in evidente contrapposizione al latino che costituisce la lingua ufficiale e pubblica per eccellenza, della tradizione, delle istituzioni, del potere, della legge.

Di qui il riflesso nei documenti epigrafici funerari che essendo essi stessi contemporaneamente di natura sia privata sia pubblica esprimono i dati “sociali” del defunto e della sepoltura in latino e, talvolta, in greco riportano appellativi, nomignoli, espressioni consolatorie, acclamazioni, saluti, fino anche ad articolati epigrammi elogiativi.

La genesi dei fenomeni di compresenza e di interferenza di due ambiti linguistici e scrittori diversi fra loro deve necessariamente individuarsi nel corso del processo di produzione epigrafica, che varia in funzione della tecnica esecutiva di realizzazione del documento, fattore che di conseguenza assume particolare rilevanza nella valutazione. A diverse tecniche esecutive corrispondono attori diversi per numero e per preparazione tecnica, per conoscenza delle lingue e per capacità d’uso dei relativi alfabeti. Per la valutazione dei fenomeni di interferenza tra scritture e lingue diverse nella documentazione epigrafica è importante tenere conto non tanto delle singole tecniche esecutive utilizzate, ma piuttosto di quello che potremmo definire il “livello di estemporaneità” nel processo di produzione del documento scritto, correlato al numero e qualità delle fasi lavorative necessarie alla realizzazione dell’epigrafe.

Al livello massimo di estemporaneità si collocano quei documenti che non richiedono alcuna preparazione preventiva, tanto da poter essere tracciati con strumenti di fortuna, come le iscrizioni a sgraffio (su intonaco, marmo, laterizio), o quelle tracciate sulla calce fresca di chiusura delle tombe parietali a loculo, tra cui non mancano quelle estese semplicemente con le dita; ad un livello medio di estemporaneità appartengono le iscrizioni dipinte e quelle tracciate a carbone, eseguite con tecniche semplici, ma che richiedono comunque un minimo di preparazione apposita. Infine ad un livello minimo o nullo di estemporaneità appartengono le iscrizioni incise a scalpello, che richiedono per la loro realizzazione un processo più articolato che, dalla preparazione del supporto alla vera e propria fase di incisione, presuppone la presenza di più attori e di una strumentazione appropriata. Non manca un caso unico di iscrizione musiva. Ovviamente una iscrizione estemporanea può riflettere direttamente la cultura grafica e linguistica di un solo soggetto, che è contemporaneamente committente, ideatore, estensore e scrittore. Una epigrafe su marmo che presenti fenomeni di interferenza scrittoria è di interpretazione necessariamente più complessa. Essa comporta   nel suo processo di formazione, ognuno in possesso di un diverso grado di capacità di uso del medium scrittorio, uso che può essere attivo (dalla semplice esecuzione dei singoli caratteri  alla conoscenza delle regole ortografiche, grammaticali e sintattiche) ma anche e soprattutto passivo (dal banale riconoscimento dei caratteri in quanto tali, alla lettura delle singole parole, infine all’interpretazione complessiva del testo). Il quadro è ancora più complesso ovviamente quando si è in presenza di una seconda lingua, diversa dalla lingua madre di uno o più degli attori del processo di formazione dell’epigrafe.

I fenomeni di compresenza delle lingue e delle scritture greca e latina sono in diretta connessione con le modalità tecnico-esecutive delle iscrizioni. Sembra potersi desumere che i fenomeni di compresenza greco-latino si verifichino più facilmente in caso di immediatezza esecutiva, e dunque in situazioni in cui non è prevista, o almeno è meno frequente, una fase di controllo e revisione finale del prodotto epigrafico. Non mancano esempi di iscrizioni totalmente o parzialmente traslitterate che, per la cura esecutiva, difficilmente possono essere interpretate come risultati da errori di lapicidi di scarsa professionalità e dunque convenienti dal punto di vista economico. Esse sono state certamente così commissionate, e possono considerarsi riflessi diretti della competenza linguistica e scrittoria della committenza. In maggioranza assoluta si tratta di testi in lingua latina e scrittura greca, generalmente interpretati in relazione a committenti di origine greca e orientale, che attraverso l’uso della scrittura greca e della lingua latina intenderebbero dichiarare la loro appartenenza culturale originaria e contemporaneamente il loro inserimento a pieno titolo nella società romana.

Alle tradizionali valenze che il greco e la sua scrittura già possedevano nella cultura romana, in ambito cristiano si aggiunse quella dovuta al fatto che la lingua greca era la lingua liturgica della comunità cristiana di Roma sin dalle sue origini: si pensi alla valenza comunicativa che la scrittura greca aveva assunto anche per coloro che, in ampia maggioranza nella comunità romana del secolo, non conoscevano più il greco (anche se verosimilmente erano in grado almeno di distinguere tra le due scritture greca e latina).

Sono molti i casi di epigrafi bilingui, soprattutto nelle zone orientali dell’Impero, che affiancano il testo latino a quello greco; basti pensare al caso eclatante delle Res gestae divi Augusti. Infine, non mancano esempi di testi in tre lingue, come quello della dedica ad Esculapio, proveniente dalla Sardegna, con testo latino, greco e punico.

Quindi assai grande è l’apporto dell’epigrafia latina agli studi di storia romana, poiché essa consente di mettere a disposizione un gran numero di dati e notizie, in massima non altrimenti documentati, da cui è possibile guadagnare una rappresentazione storica più valida e più ricca di particolari. I testi epigrafici rappresentano infatti altrettanti documenti, che in genere gettano luce sui più svariati aspetti della vita pubblica e privata del mondo romano.

La pubblicazione del Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL), l’opera monumentale che l’Accademia di Berlino prese a pubblicare nel 1863 sotto l’impulso e la guida del Mommsen, permette di avere

agevolmente alla mano un gran numero di testi epigrafici prima dispersi in sillogi di dimensioni di gran lunga più modeste o in opere svariate e in massima difficilmente accessibili.

Questi nuovi testi, che di solito sono rappresentati nelle riviste di antichità dei vari paesi (per l’Italia si devono menzionare in particolare le “Notizie degli Scavi di Antichità”, edite dall’Accademia Nazionale dei Lincei, e il “Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma”), vengono di anno in anno in buona parte raccolti e riediti da “L’année épigraphique” che si pubblica a Parigi.

Una sì gran copia di testi è stata conservata grazie alla durevolezza del materiale su cui furono iscritti, in primo luogo il marmo (o la pietra) e il metallo (specialmente il bronzo e il piombo), sebbene a noi siano giunte anche epigrafi incise su materiali più deperibili, come le tavolette cerate di Pompei (CIL IV Suppl.) e di Alburnus maior nella Dacia (CIL III p. 921 sgg.). È peraltro da aggiungere che di molti testi non possediamo più l’originale, ed essi sono noti solo attraverso copie più o meno fedeli, che studiosi presero a trascrivere fin dal Medio Evo. Fra gli altri materiali iscritti possono ricordarsi i metalli preziosi (per lo più laminette votive), l’avorio, l’osso, il vetro e la terracotta (questi due ultimi per lo più con marche di fabbrica). Tutto questo, naturalmente, a prescindere dalle leggende monetarie.

Tralasciando la tecnica dell’iscrizione, sarà opportuno ricordare che l’andamento della scrittura, che sarà poi normalmente destrorso (cioè da sinistra verso destra), nei testi più arcaici è invece sinistrorso, ad imitazione della più antica scrittura greca e, in ultima analisi, di quella fenicia da cui questa derivava. Pertanto sinistrorsa è la scrittura nella fibula Praenestina e nel vaso di Dueno, mentre nel cippo del Foro Romano essa è bustrofedica, riproduce cioè l’uso greco, anch’esso arcaico, di scrivere βουστροφηδόν. Questo avverbio significa “alla maniera di un bue che si volta quando ara il campo”, e scrittura bustrofedica è quella formata da un continuo alternarsi di righe destrorse e sinistrorse come i solchi tracciati da un aratro. (Se si eccettua Creta, questo tipo di scrittura dove durò sino a tutto il 5° sec. a.C.,  e scomparve nel 6° secolo. Ne sono esempi l’iscrizione greca delle leggi di Gortina (Creta), scoperta da F. Halbherr nel 1884, e quella latina arcaica del cippo del Foro). Anche i segni alfabetici presentano col volgere dei secoli vari mutamenti e da essi può trarsi un criterio di datazione che ha però in massima un valore solo approssimativo.

In età repubblicana, e non potrebbe essere diversamente, i personaggi romani che nelle iscrizioni sono nominati con il loro cursus honorum appartengono di regola all’ordine senatorio, espressione della classe nobiliare che deteneva il monopolio delle cariche pubbliche. Poi, con le riforme augustee e col successivo moltiplicarsi delle funzioni svolte dallo stato attraverso i suoi organi, una certa parte di tali funzioni venne affidata, in Roma, a personaggi della classe equestre, mentre infine funzioni pubbliche di minore importanza furono affidate a personaggi di rango ancora più basso. Ed è così che dalle iscrizioni di età imperiale (di gran lunga le più numerose, ripetiamo) noi possiamo ricavare cursus honorum, ossia carriere, di tre categorie: carriera senatoria, carriera equestre, carriera inferiore.  

                                     Giovanni Teresi

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