Giovanni Mattaliano “Rarichi di Puisia” (Ed.Billeci)

di Dorothea Matranga
 
Un condensato di tradizioni popolari palermitane è l’opera del poeta Giovanni Mattaliano.          
Una sorta di compendio di usi e costumi tipici del capoluogo siciliano. Ecco l’esordio del nostro percorso critico, la connotazione che vogliamo dare alla silloge “ Rarichi di Puisia” ed. Billeci 2019, impreziosita dalla bella prefazione di Maria Elena Mignosi Picone. La Prof. Mignosi definisce la poetica dell’autore “ricca di sentimenti sbocciati nei vicoli, di sentite e riverenti devozioni”. Padre Giacomo Rinaudo, che ne ha curato l’introduzione afferma che la poesia è “stella che cade dal cielo a terra”, stupenda metafora che mostra come la poesia è soffio e respiro dell’anima, eternità che nei versi proietta in una magica atmosfera da sogno, fuoco vivo, passione che scaturisce dall’animo del poeta, armonia e pathos insieme, in un mix di pura bellezza.  
Rimandiamo a un secondo momento l’esplicitazione di questo iniziale impianto testuale, riservandoci di farlo, man mano, che l’analisi entrerà nel pieno della fitta trama dei sentimenti, dei palpiti dell’animo, che l’autore riesce a donare, soprattutto a coloro che, oltre alla poesia amano la città di Palermo, accarezzata in lungo e in largo, non solo secondo un’ottica spaziale, ma anche e soprattutto temporale, in un andirivieni di passato e presente, tra memoria antica e recente, tra gusti dal sapore autentico, che ancora impregnano le mura, le strade, i rioni del capoluogo siciliano. Gusti che parlano, sapori che restituiscono una storia compenetrata nel popolo, nei ricordi di pagine di vita vissuta.                                                                                                                                       
Storia che fa sentire ancora oggi la preziosità di valori antichi, più che mai attuali.                                   
Una tradizione che continua nelle consuetudini di vita, nella nostra quotidianità palermitana.                      
 Il titolo “ Rarichi di Puisia” fa riferimento a un tipo di poesia che affonda le radici in una città, Palermo, che il poeta ama a dismisura, città che gli ha dato i natali, che lo ha accolto, cresciuto e reso l’uomo di oggi.
Giovanni Mattaliano nasce poeta, sin da piccolo manifesta il forte bisogno di mettere in versi i sentimenti di cui il suo animo trabocca, per la sua immensa capacità di amare la sua famiglia, la madre, purtroppo venuta a mancare quando lui era giovanissimo, la sua città, gli amici a cui non fa mai mancare il suo affetto incondizionato.                                                                                          
La prima lirica “A carità di Patri Pinu Puglisi” mostra la dimensionalità, l’aria salubre che il poeta respira nella spontanea e sincera marcatura di versi che definiamo “geyser” dell’animo, getti veri e propri di passione poetica.
L’autore descrive Don Pino Puglisi come uomo pieno di estrema dolcezza, ma anche capace di far tremare gli uomini mafiosi “a tutti facia trimari, omini d’unuri, mafiusi e di malaffari” “ci addumannu pirdunu o Signuruzzu pi tuttu lu mali ca ci ficiru a Pinuzzu”.                                             
Come possiamo notare il poeta, nel suo rapporto intimo con Dio, per la sua enorme fede, chiede perdono per il male che a Don Pino hanno fatto i delinquenti.
Più avanti mostra senza veli il suo vero carattere bonario e pacifico “iu vogghiu stari ‘n paci cu tutti”.                                                   Nella lirica seguente esprime con voce colorita una pagina della nostra tradizione antica, la cosiddetta “fuitina”.
La lirica porta il titolo “a fuitina”, “era ri moda a ddi tempi a fuitina, abbrazzati agghiurnamu a matina” “chini ri debiti ni maritamu, e dopu 40 anni ancora pagamu”.                                                     
Come notiamo in questo verso l’ironia del poeta è prorompente.                                                               
Una sincerità disarmante, che nella realtà cruda dei fatti ci fa sorridere piacevolmente.                           
Nella lirica “a fillata Dagninu” il poeta nel ricordare la sua fanciullezza scrive: “me matri pi livarisi u disiu 100 grammi n’accattava”.                                                                             
Qui oltre alla sincerità il poeta fa riferimento anche alle privazioni e alle rinunce a cui da bambino era costretto, come quando si accontentava di “u ciavuru ra fillata Dagninu”.
Privazioni che lo hanno forgiato l’uomo odierno, dignitoso e pieno d’amore per il prossimo.                    
Un puro concentrato di umanità e valori cristiani, che fanno del poeta Mattaliano una persona di tutto rispetto, sia sul piano culturale che morale.                                                                      
Nell’interfacciarsi con Gesù Cristo, l’autore lo chiama fratello “a me frati Gesù Cristu”, e come si fa con un fratello, lui gli apre il suo cuore: “vogghiu vuliri beni a tutti, puru a chiddi ca mi vonnu mali”.                     
Qui è evidente che il poeta vuole prendere sulle sue spalle la croce, come ha fatto Gesù Cristo, sopportare il male per guadagnare la vita eterna.                                                                                    
Grande pathos traspare nella lirica “a me matri” “matri bedda ru me cori, io era picciriddu quannu lu signuri ti chiamò” “ogni ghiornu era festa stari vicinu a tia”.                                                                    
Non manca tra le liriche il riferimento alla patrona di Palermo, Santa Rosalia, la Santuzza,  la cui intercessione salvò un giorno la città dalla peste “puvuredda Rusulia, rintra a grotta ra Quisquina” “stanca e morta ri fami a munti Piddirinu arrivava”. 
Riferimenti al rione popolare di Ballarò si trovano nella lirica “io nascivu a Ballarò” “tutti i picciriddi sunnu figghi ri un sulu Diu, i picciriddi ri Ballarò puru u Signuri i criò” “com’è bello u chianu Carminu”.
E ancora riferimenti tra le liriche ai migranti che sbarcano speranzosi nell’isola di Lampedusa: “S’arricampanu accussì, comu li fici lu Signuri, senza bursa, bisaccia e sannuli, pi purtari li figghi a la sarbizza”.                                                                                                
                                                
Nella lirica “li stragi di Palermu” l’autore con commozione volge il suo pensiero agli eroi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i due magistrati uccisi dalla mafia: “u so travagghiu vulianu fari, ma eroi nun vulianu divintari” “la genti onesta c’arraggia lu cori e sta spiranza ca Palermu nun mori”.                                                                                                                                                              E ancora a dimostrazione della nostra tesi sul valore della silloge per quanto concerne le tradizioni popolari, di cui il testo è in modo coinvolgentemente tessuto, abbiamo la lirica “lu dintuzzu di San Nicola”.                                                                                                                                                    
L’autore cita pure l’articolo primo della nostra Costituzione, nella lirica “articolo 1 lu travagghiu” “stu travagghiu accussì raru, comu circari na vugghia ‘nto pagghiaru”.                                                   
Elogi anche per la nostra bella terra di Sicilia che l’autore chiama “paraddisu ‘n terra” “sta biniritta terra ca si chiama Sicilia”.                                                                                                                                
Vogliamo sottolineare anchel’enorme amore del poeta per la moglie, molte delle liriche sono a lei dedicate come: “vampa d’amuri” “taliata d’amuri” “u viculicchiu”, un amore che dura da tantissimi anni, e sempre uguale come il primo giorno, un amore immenso e appassionato.                                                                                                                                                   
A completamento della nostra analisi diciamo che l’autore pur nella consegna di versi che meriterebbero qualche rimaneggiamento nella struttura della composizione poetica, costituisce secondo la nostra visione critica un bellissimo esempio di poesia verace, sobria,  che spontaneamente scaturisce dall’animo del poeta Giovanni Mattaliano.                                                   
Un poeta che si fa custode delle tradizioni popolari palermitane e regala al lettore pagine di ampia dignità poetica.

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