Gino Pantaleone, "Canti a Prometeo" (Ed. All'Insegna dell'Ippogrifo)

di Rossella Cerniglia
 
 
I Canti a Prometeo di Gino Pantaleone nascono da una dicotomia evidente: da una parte sta la realtà presente, col declino di valori umani irrinunciabili, e dall'altra il sogno di un recupero di essi, di qualcosa che verrebbe a ripristinare la perduta essenza e dignità dell'uomo.
Già dalle prime pagine ricorrono termini e sintagmi come “oscurità”, “nugoli d'ombre”, “vuoto”; più in là “oscuro intrico”, e interi versi come “muta la notte silenziosa, nera” e “oscurità dei cieli corrotti” che aprono ad un'area semantica attraverso cui la realtà viene a connotarsi in negativo. Si delinea così, cronotopicamente, un accadere che si scontra col sogno, con una realtà altra e agognata.
Ma è proprio da questa tragica visione di un mondo che l'uomo ha devastato che si genera il sogno, che è appunto quello di un riscatto da tale realtà dolorosa e mortificante, di infinito malessere e brutture.
Ed è qui che emerge con forza la figura emblematica di Prometeo, demiurgo e facitore dell'uomo.
Dopo il cedimento d'ogni speranza per l'assenza del divino sulla terra, espresso in accorati accenti “Siete nascosti, siete vivi ancora/ immortali dei di cielo e terra/ o siete solo sogni degli umani?” a  Prometeo va l'invocazione del poeta affinchè ripristini l'antica condizione umana, frutto della sua benevolenza verso gli uomini.
Nei versi del sonetto successivo scopriamo una forte corrispondenza analogica tra la figura di Prometeo e quella del Cristo Redentore dell'umanità, tra divinità pagana e cristiana, tra visione politeistica e monoteismo, in assoluta consonanza con la storia. L'intenso parallelismo è visibile nell'accenno al castigo inflitto da Zeus al Titano che ricorda il supplizio della Croce, mentre il rostro dell'aquila che ne apre l'addome, ci riporta all'immagine del colpo di lancia inflitto da Longino al costato del Cristo crocifisso.
E' proprio la lunga attesa del divino, divenuta disperata speranza, ad aprire uno spiraglio su nuovi orizzonti: “...nella notte son tornato a sperare; ...”, così suonano i versi del poeta; dove la “notte” è ancora la connotazione di una realtà buia, opprimente, senza luce e senza scampo, intera metafora dell'attuale condizione umana.
E ancora una volta, il poeta trova un appiglio nel mito, quello di Pandora che per leggerezza apre il vaso nel quale Prometeo, per la felicità degli umani, aveva rinchiuso tutti i mali della terra.  Anche questo personaggio richiama altra figurazione mitica - precisamente quella della biblica  progenitrice Eva – come acutamente osserva Guglielmo Peralta, prefatore dei ventidue sonetti.
Anch'essa, come Pandora, é “una donna nata per profanare”, come Pandora è sovvertitrice dell'ordine costituito, divino. Proprio Eva, infatti, dopo la sublime esperienza del Paradiso terrestre, profana tale ordine, e apre a una condizione di ben altra terrestrità, contrassegnata dal dolore, dalla fatica e dalla morte.
Ancora una volta dunque il personaggio mitico e quello biblico ci portano sugli stessi binari, sulle stesse coordinate che segnano l'umano destino: questa volta quello dello scarto, dello scivolamento  in una condizione di insignificanza e dolore dai quali l'uomo disperatamente cerca scampo.
Il settimo sonetto, nell'annunciarsi del divino, è contrassegnato da una serie di anafore che ricorrono, con piccole variazioni, all'inizio d'ogni quartina e terzina a sottolineare la forza e la potenza di esso: “ Io sono il Dio d'amore che manca”, “Io sono la nera notte che sbianca”, “Sono del mondo l'eterna ferita”, “Sono il Dio che ha schiarito ogni vita” E qui,“la nera notte che sbianca” è il cambiamento apportato dal “Dio che ha schiarito ogni vita”, a ribadire che il buio e la notte sono da intendersi come metafore dell'attuale temperie.
L'esperienza salvifica è perciò affidata al risveglio e all'intervento del dio, simbolo di ribellione e   e cambiamento benefico: “la speranza assuefatta alla mia assenza/ ha destato la mia anima risorta.” Così Prometeo ne dà annuncio nell'ultimo verso del sonetto XVI. E all'annunciarsi della nuova realtà, rivivificata dall'Amore e da un senso profondo della Bellezza, nel diciannovesimo sonetto, torna ancora la figura retorica dell'anafora - nel primo e terzo verso della prima quartina - a ribadire e a imprimere incisività a nuovi concetti e a un nuovo sentire “Adesso posso dir d'avere amato” cui segue “adesso posso dire d'essere nato”. Versi tra loro intimamente legati poiché solo l'Amore è in grado di “mettere al mondo”, non solo fisicamente e biologicamente, bensì dal punto di vista animico, come pienezza dello spirito.
L'ultimo sonetto chiude, infine, l'iter del discorso poetico con l'annuncio messianico di un “Salvatore” del mondo in cui si potrebbe ravvisare un richiamo all'oltreuomo nicciano e ad un'umanità rinnovata.  
Ma, ad una lettura trasversale, quel che viene ad essere santificato nei versi del poemetto è l'ideale della bellezza e purezza che la Poesia incarna e testimonia come alta ricerca di perfezione nel mondo, come quel Bello che è consonante e immanente nel Bene e nell'Amore.
 
 
 

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