Gino Pantaleone, “Canti a Prometeo” (Ed. All’Insegna dell’Ippogrifo)

di Elio Giunta

 

La prima impressione che si prova alla lettura dei “Canti a Prometeo”, l’ultima fatica di Gino Pantaleone, è come una specie di compiacimento nostalgico, dato che ci si trova a leggere una raccolta di sonetti, una tipologia letteraria oggi desueta e quindi sicuro appannaggio di appassionati del far poesia alla stregua di cultori della disciplina musicale. Ecco: l’istinto musicale è dunque la prima scelta del poeta Pantaleone, e a questo istinto egli pare obbedire col risultato di una scrittura lirica omogenea in quanto a leggibilità ed efficacia immaginifica.

E’ ovvio che la disciplina formale cui costringe la composizione del sonetto, possa mortificare quella libertà di dettato lirico cui ci ha avvezzi l’io coscienza del poeta contemporaneo, allorché riflette sulla visione del mondo e delle cose, cioè sulla condizione esistenziale. Ma qui si può invece notare che detta condizione è pure presente e chiaramente si evidenzia nel frequente affiorare dei concetti di dismissione spirituale rispetto a chi cede alla voglia di vivere, o di smarrimento come di chi avverte

che siamo precipitati a fondo…

ci siamo persi e calato è l’inverno.

Oppure si registra ove il poeta si solleva addirittura a denunciare la mancanza di speranza che renderebbe vana la preghiera:

Ma perché recitare una preghiera/se non c’è una promessa di speranza?

Soli al cielo del nulla abbiamo urlato.

Eppure, si badi, il fondo di quest’operazione poetica in oggetto è tutt’altro che la miscredenza. Essa è anzi recupero corale di affetti e di valori, anche religiosi, per cui il negativo vuol essere solo lamento del perduto; lamento da poeta, che merita comprensione e apprezzamento.

Avremmo, seguimmo, sognammo, cercammo

scrive nel sonetto XI, insistendo sul tempo verbale passato, che è il verbo della nostalgia evocativa come per ogni bene che sfugge. E qui c’è la sostanza tutta della silloge: l’elegia del vivere la condizione del fallimento, sulla quale è più che plausibile meditare, recriminare, cantare, ma senza cadere appunto nei toni drammatici.

Il che è già tanto.

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