"CAIROLOGIA DE'VILLANIANA per una FILOSOFIA e una POETICA IMPRESSIONISTA" di Augusto de’ Villa

L'ANNUNZIO
(o Chiamata alle Armi)
 
Noi vogliamo offrire la vita al vento, al vento caldo dell'esistenza, sussurrando nell'Etere l'imperituro vibrar dei nostri desii.
 
La vita ci impone aggressività e in essa veleggeremo, poiché siamo già nell'assoluto e nell'eternità dei secoli.
 
È dall'Italia, che noi gettiamo nel mondo questo Aureo Manifesto.
 
Abbiamo rinnegato gli incessanti strepitii del Tempo, calpestii di menti dimentiche e vuoti esistenziali; abbiamo bruciato le nebbie che nascondevano l'essenza e l'attimo, per restar ancorati all'inesplicabile, al ceruleo, al vuoto che delimita quest'antico malessere ancestrale: la Vita.
 
Ripongo qui, il rispetto che meritano coloro che “vivi furon nell'eterno e che nell'attimo eterno seppero vivere”. Stringerò al petto i miei compatrioti, i miei confratelli di sventura, d'altura; parnassiani votati all'intrinseca grevità emozionale, figli d'una sempiterna e inconsolabile irrequietezza.
 
Venite a me, o chiamatemi a voi; voi che amate, voi che emanate, voi che lenite; mostratemi i vostri occhi d'argento, ricolmi di lacrime sconfinate, offritemi la mano che porta la penna al foglio
e il foglio alla Gloria.
 
Posso sentirvi...sono figlio, puranco, del vuoto che racconto, figlio dei secoli, della Dea Ptosis e d'una clessidra ricolma d'acqua immonda.
 
Gli Dèi sanno come obliar i nostri demoni, noi, dove trovar l'impeto per librarci in volo verso il più fulgido e inesplicabile luccichio.
 
Abitiamo, per infiniti attimi, questo loculo emozionale, che racchiude in sé ciò che mai perirà, ciò che mai diverrà angusto.
 
L'antica aria secolare che ci include, è la medesima che ci esclude.
 
Viviamo secoli indecorosi, in cui, nati postumi e in odor di oblio, carezziamo fulgide sensazioni che brezza votiva volle, mentre, inconsapevoli, ma non illegittimi, difendiamo il diritto all'aleatorietà.
 
Vogliamo che la decadenza delle nostre vite, accompagni il nostro disagio esistenziale alla foce naturale e sensibile del Poeta, che la nostra vittoriosa inadeguatezza al mondo reale possa divenir inchiostro e la nostra carne, foglio.
 
La Dea Ptosis cucì, secoli fa, nei nostri intimi indumenti, l'angoscia poetica che non si compra, né si vende, che non si vede, né si sente, ma si vive; non esisterebbero “diamanti raffinati”, se così non fosse, se così non fossimo stati.
 
Insoddisfatti da una realtà irreale, mutevole e muta nei suoi consueti disordini, abbiamo abbracciato la breve, ma greve, sentenza di morte, annacquandola con le nostre membra ubriache d'ambrosia e misera speme.
 
Attendiamo che il Sole infiammi le vesti delle Vestali, per ricondurre l'esistenza alla sua eterea crudeltà; vogliamo dar fuoco alla vita, provocarne il senso e caldeggiarne l'antico cruore.
 
La mente s'invola adagiata su un sublime dolore cosmico, sulla stanchezza del mondo, sulla fedele certezza che la realtà fisica non potrà mai soddisfare le domande dell'intelletto.
 
La sregolatezza d'ogni senso approderà alla veggenza, mentre getteremo il nostro Infinito nella follia, nell'amore, nella sofferenza, nella bellezza, avvelenando quel perbenismo culturale che dalle fogne affiora, accarezzando quel bisogno di divenirsi malati, malati di vita...come criminali, come maledetti, come umani. Giungeremo all'ignoto, oltrepassando l'ignoto.

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