La nascita del Cosmo

di Carmelo Fucarino

 

Potremmo cominciare il breve excursus con le nostre radici giudaico-cristiane e dalla sintesi epigrafica espressa nel celeberrimo fulmineo incipit dell’intera Bibbia: «In principio Dio creò il cielo e la terra» (Gen. 1, 1). Qui è la volontà monocratica, unica ed assoluta, del Dio ebraico innominabile che in un tempo, improbabile ed indefinibile, l’arché di nulla e di tutto, in un tempo non-tempo, creò il cosmo, espresso per i comuni, ingenui mortali di quei tempi selvaggi con un banale merismo. È la sintesi perfetta della Creazione divina, di una volontà assoluta che dal nulla, materialmente, “creò” il cosmo.

Eppure nella tradizione culturale occidentale il concetto di “cosmogonia” aveva avuto un’immensa e circolare irradiazione sin da tempi lontanissimi e mitici.  Esso era stato coniato dal greco κοσμογονία, termine composto, formato da κόσμος di ampio spettro polisemantico, in prima forma “ordine” e quindi “bellezza”, e perciò in traslato anche “ornamento” femminile (da cui l’aggettivo “cosmetica”), ma anche in termini politico- sociali, “governo” e perciò “credito” ed “onore”, e infine in accezione filosofica “ordine del mondo”, “universo”; dal secondo elemento, γονία “-nascita”, radice di γίγνομαι.

 Esso compare per la prima volta in una testimonianza antichissima riguardante il mitico Pitagora (Samo, 580 – Metaponto 495 a. C.), riportata nel primo manuale in assoluto di storia della filosofia, Le vite dei filosofi di Diogene Laerzio. Vi si dice: Pitagora «fu anche il primo a chiamare il cielo cosmo (κόσμος) e la terra sferica; secondo Teofrasto, fu Parmenide; secondo Zenone, fu Esiodo» (8.48, traduzione M. Gigante). La dottrina cosmologica del filosofo-matematico, del quale non abbiamo testi diretti, era stata così tramandata: dalle figure solide nascono «i corpi sensibili, i cui elementi sono quattro: fuoco, acqua, terra, aria che mutano e si volgono per il tutto, e da questi risulta il cosmo animato, intelligente, rotondo, che contiene al contro la terra anch’essa rotonda ed abitata. Vi sono anche gli antipodi (ἀντίποδας)… Nel cosmo v’è luce e tenebra in parti uguali, e caldo e freddo, e secco ed umido, etc.» (c. s., 8, 25-26).

La teoria tornò sicuramente nell’eleatico Leucippo (V sec. a. C.), che fu «il primo ad asserire che gli atomi sono i principi originari delle cose». A lui è attribuito un Μέγας διάκοσμος, ove avrebbe detto che «il tutto è vuoto e pieno. I mondi si formano quando i corpi penetrano nel vuoto e si intrecciano l’uno con l’altro». Poi, «staccandosi dall’infinito molti corpi d’ogni specie di figura si portano nel grande vuoto e raccoltisi insieme formano un unico grosso vortice, per cui essi, urtandosi tra di loro e volgendosi in circolo in ogni possibile direzione, si separano in modo che i simili si uniscono ai simili». Così nasce il cosmo, «così anche cresce, decade e perisce conformemente ad una necessità (κατά τινα ἀνάγκην), la cui peculiarità egli non chiarisce» (c.s., 9, 30 e 33). Era la strabiliante origine del nostro sistema solare dal vortice della nebulosa del pieno. Nello stesso ambito filosofico Parmenide di Elea (544-450 a. C.) sarebbe stato «il primo a dichiarare che la terra è sferica ed è posta al centro dell’universo. Due sono gli elementi, fuoco e terra; il fuoco equivale ad un demiurgo, la terra alla materia» (c.s., 9, 21). Il termine e il concetto furono ripresi anche da un altro presocratico, dall’efesino Eraclito (535-475 a.C., fr.30), in forma generica, «il cosmo cosiddetto dai sofisti», ma anche con una più precisa definizione: «Il divenire di tutte le cose è determinato dal conflitto degli opposti e tutte le cose dell’universo scorrono a guisa di fiume; il tutto è finito e costituisce un unico cosmo (ἕνα κόσμον). Il cosmo si genera dal fuoco (ἐκ πυρὸς) e di nuovo si risolve in fuoco, periodicamente; questo processo, che sempre si ripete con costante alternanza nel corso perenne del tempo, accade secondo una fatale necessità (καθ᾽ εἱμαρμένην)» (c.s., 9, 8).

Nella stessa sfera presocratica si sarebbe interessato della questione anche Democrito di Abdera (460-370 a. C.) che, secondo Antistene, avrebbe letto un suo Μέγας διάκοσμος ai suoi concittadini che lo avrebbero premiato con un compenso in sonante moneta di cinquecento talenti, con l’erezione di statue di bronzo e infine con una sepoltura a spese dello Stato. Questi sarebbero stati i punti fondamentali della sua dottrina: «I principi originari dell’universo sono gli atomi e il vuoto; tutte le altre cose sono mera opinione. I mondi sono infiniti, soggetti alla generazione e alla corruttibilità. Nulla diviene dal non essere e nulla perisce nel non essere. Gli atomi sono infiniti per grandezza e numero; si muovono vorticosamente nell’universo e generano così tutte le cose composte, fuoco, acqua, aria e terra, perché anche queste sono unioni di determinati atomi, che per la loro solidità sono impassibili e incambiabili» (c.s., 9, 39, 41 e 44). Egli avrebbe soprattutto posto le basi di una cosmogonia laica: «questo cosmo qui (κόσμον τόνδε) né uno degli dei né uno degli uomini lo fece, ma fu sempre ed è e sarà fuoco (πῦρ)» (fr. 30 A).

 Il concetto fu con maggiore frequenza e profondità indagato e specificato da Platone e il discorso ci porterebbe lontano per la complessità dei riferimenti e delle conclusioni. Basti ricordare, per esemplificare i frequenti slittamenti concettuali, il passo del Gorgia ove egli fa dire che «cielo, terra, dei, uomini sono legati assieme dall’unione, dall’amicizia, dall’ordine, dalla saggezza, dalla giustizia e perciò tutto questo chiamano cosmo, “ordine”, non disordine né sregolatezza» (Gorg. 508a). Nel Timeo invece, «il più esperto fra noi in astronomia, che ha fatto soprattutto opera nel conoscere la natura del tutto», «gli sembrava che dovesse parlar primo, incominciando dalla generazione del cosmo e terminando con la natura degli uomini (Tim. 27a).

Sono soltanto semplici indicazioni propedeutiche per uno studio sulle formulazioni e le ipotesi sulla nascita dell’eterogeneo dibattito sull’origine del mondo e non presumono di risultare esaurienti date le peculiarità di questa sede.

Nella cultura occidentale la Cosmogonia rappresentò, prima del delinearsi delle teorie fisiche e metafisiche, un mito assai complesso che fu ricorrente nei secoli e nei diversi contesti dell’area che un tempo fu definita indoeuropea dalla linguistica comparativa. La tradizione mitica greca è riferita da un poema che ne rappresentava la sintesi perfetta, la Teogonia di Esiodo che raccoglie i miti dell’Olimpo beotico della sua Ascra, «cattiva di inverno, penosa d’estate, mai buona», iniziando l’analisi della famiglia degli dei proprio da una sua precisa cosmogonia (vv. 116-123) che per la sua eccezionalità riportiamo per intero: «E certo fu primissimo Càos; ma dopo Terra dal vasto seno, sede sempre sicura di tutti [gli immortali che tengono le cime del nevoso Olimpo e il tenebroso Tartaro della terra dalle vaste pianure]; e pure Eros che è il più bello degli dei, che scioglie le ambasce di tutti gli uomini e gli dei, doma nei petti il senno e accorto consiglio. Dal Chaos nacquero Erebo e la nera Notte». Questi il perché e il come che nei secoli hanno avvinto l’uomo, sconvolto e atterrito dal mistero dell’universo e della sua presenza in esso. Passaggio che sarebbe giunto fino ad Aristotele che riteneva elementi primordiali «la notte, il cielo, il caos e l’oceano» (Metaph. 1091b5) e considerava il cosmo sempiterno.

È una mitopoiesi che nell’organigramma teologico delle divinità, già adoperato da Omero negli interventi pro e contro gli uomini, protetti od osteggiati, in quel marasma di azioni umane governate interamente e spiegate dalla volontà di un dio, divinità di eventi fisici e atmosferici o prosopopea di pensieri astratti e sentimenti, si affanna a trovare un’arché, un principio da cui partire. I presocratici, eleatici e ionici, e lo stesso Pitagorica, taumaturgo e maieutico, l’inventore della didassi e della prassi, tutti costoro, raccolti nella famiglia dei “prima di Socrate” e detti impropriamente filosofi, quando la vera filosofia nasce con la sofistica, tutti fino ad allora furono dei veri e propri teologici, intenti a trovare il principio dell’universo.

Quel “principio” che sublimemente indicò il più greco degli Evangelisti, quando nel suo Vangelo esordì in modo superbo:

 

«1 In principio era il Verbo,

il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era in principio presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l'hanno accolta».

 

(Giov. 1, 1-5, Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, καὶ ὁ λόγος ἦν πρὸς τὸν θεόν, καὶ θεὸς ἦν ὁ λόγος. 2οὗτος ἦν ἐν ἀρχῇ πρὸς τὸν θεόν…)

Siamo stati abituati fin da bambini ad udire il “Verbo”, termine aulico e dotto, che non ci adattiamo da adulti e addottorati a pensare che quel “Verbo” nella tradizione originaria del testo greco era il Logos, con tutte le implicazioni gnoseologiche e filosofiche che esso comporta.

Nella stessa tradizione greca ci fu tutta una sfera teologica e liturgica che fu completamente sconosciuta, accennata semplicemente in Platone, diciamo sfiorata come riverberi orfico-pitagorici. Le ragioni di questa conclamata reticenza erano naturali in quanto il culto e soprattutto la liturgia erano basati sulla iniziazione e si mostravano nella loro evidenza soltanto ai misti, agli iniziati. Obbligo che si ritiene ciecamente osservato quello della siopé (σιωπή), il “silenzio” del mistero, noto e praticato soltanto ed esclusivamente al compimento dei gradi mistici dell’iniziazione. Così l’impose anche Pitagora, così era prescritta anche ai catecumeni cristiani che prima dell’accettazione mistica non potevano oltrepassare il vestibolo ligneo delle chiese (oggi uno spazio chiuso senza uso concreto e senza alcuna comprensione del suo valore e significato). Era quella sfera profonda e diffusa della religiosità orfica che continuò a scorrere sotterranea nelle credenze e nei culti greci e mediterranei, misteriosa e arcana, quel mito sconvolgente della rinascita che aveva permeato la religiosità cthonia e mediterranea, diciamo pre-olimpica. Era l’arcana iniziazione di Eleusi, quei misteri che sarebbero passati per una serie di secoli intatti e chiusi nei loro penetrali soltanto nel 381 da Teodosio I, quell’arcano mistero che celava la vicenda di Demetra e Persefone nei mesi di Antesterione e Boedromione.

Eppure sulla cosmologia qualcosa era stato divulgato in quei testi che erano serviti a riassumere la teologia orfica. Sarebbe complesso in questa breve sintesi tracciare gli sviluppi della tradizione, rilevare i probabili innesti misterici in Eschilo, ma mi limito soltanto a riportare la strana descrizione in un testo di un comico irridente e votato allo sberleffo e alla parodia.

Sicuramente la cosmogonia orfica più antica, anche se redatta in forma parodica, è la gustosa ornithotheogonia creata sulla traccia orfica da Aristofane (circa 450-385 a.C.) nella commedia gli Uccelli del 414 a.C.: «In principio vi erano Chaos, Nyx (Notte), nero Erebo e Tartaro vasto; né Terra, né Aria, né Urano (Cielo). Nei seni sconfinati di Erebo, Nyx ali-nere genera primissima cosa un Uovo (ᾠόν) sterile di vento, dal quale con il volgere delle stagioni germogliò Eros l’amabile che splende nelle spalle con le ali d'oro, simile al turbine dei venti. Costui, unitosi di notte al Chaos alato nel vasto Tartaro, fece schiudere la nostra stirpe e per prima la condusse su alla luce. Prima che Eros mescolasse ogni cosa, non c’era stirpe di immortali. Mescolandosi insieme l’un l’altro furono Urano, Oceano e Gea (Terra) e la stirpe immortale di tutti gli dèi beati» (Aristoph., Aves, vv. 693-702.). Sui complessi intrecci rimando al mio saggio Il Genio Palermo.

Questo passo apre sipari inimmaginabili e stravolgenti perché ci rimanda a quell’uovo cosmico che era stato mito e religione dell’Oriente millenario. Era stato qualcosa come tremila e cinquecento anni fa circa il Hiranyagarbha, il "grembo d'oro", quell’anima del mondo di cui si tratta nel Bhagavad Gita e nelle Upanishad, l’universo che galleggiava nell’oceano primordiale, nelle tenebre del non-essere. E ci rimanda alla sillaba misteriosa, Aum, il soffio vitale che ci catapulta alla vita, secondo l’insegnamento di Brahama. Ed era stato l’Aion, il tempo senza tempo, ed era stato il serpente. Quell’uovo prosaicamente visto nella mitologia popolare con la consueta antropizzazione nella storiella epico-narrativa dell’uovo di Leda, fecondato dal sempre presente copulatore Zeus e metamorfosato in cigno, da cui nacquero i Dioscuri, Castore e Polluce, i termini bipolari della creazione. Ed è da rilevare, come fa Mircea Eliade, l’irradiazione universale, un’esplosione atomica dell’uovo cosmico, dall’India primitiva all’Indonesia, all’Iran, alla Fenicia, alla Grecia, alla Lettonia, all’Estonia, alla Finlandia, all’Africa e all’America centrale e all’America del Sud, fino alla Polinesia.

La rilettura e l’incastro di queste vicende primordiali che attraverso Mitra, il Phanes dentro l’uovo d’oro e la sua dottrina giunsero in Occidente e si mescolarono ai culti greci e romani e rivissero nel Cristianesimo, comporterebbero più volumi. Importa che in questo spazio informativo abbiamo ritrovato, a cominciare da tempi lontanissimi, le orme di un angosciante dilemma dell’uomo, l’origine dell’universo e perciò dell’Uomo stesso.

 

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