La nascita delle più antiche scuole militari nel nostro territorio nazionale

di Maria Santa Distefano

 

La decisione di fondare un istituto di formazione militare viene assunta già nel 1669 ad opera del Duca Carlo Emanuele II, ritenendo ormai necessaria la costituzione di una Accademia quale centro di studi e di formazione della classe direttiva del piccolo Stato Sabaudo, comprendenti Ministri, Ambasciatori, alti funzionari e i futuri Ufficiali dell’esercito.

La necessità di sostituire le milizie mercenarie, a causa dei costi divenuti insostenibili, alle quali fino ad allora aveva affidato la difesa della propria indipendenza contro le potenze dominanti d’Europa, portò alla formazione di un esercito proprio realizzando, in tal modo, uno dei primi istituti militari al mondo di formazione professionale dei Quadri di questo esercito.

Su progetto dell’architetto ducale Amedeo di Castellamonte, ebbe inizio nel 1675 a Torino la costruzione di un grande palazzo destinato alla Reale Accademia di Savoia, i cui lavori proseguirono dopo la morte prematura del Duca Carlo Emanuele II, con decreto del 1° settembre 1677 per volere della vedova, Madame Reale Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours, reggente dello Stato Sabaudo, durante la minore età del figlio Vittorio Amedeo II. L’inaugurazione avvenne il primo gennaio 1678 ed il bando istitutivo fu inviato a tutte le Corti d’Europa e da esse affluirono giovani rampolli di nobili casati, Inglesi, Russi, Tedeschi e di altri Stati d’Italia, come ha descritto anche l’Alfieri, anch’esso allievo, tra il 1758 ed il 1766.

La permanenza nell’Istituto e la formazione dei futuri Ufficiali era diversa a seconda dell’Arma prescelta: si era ammessi tra i 9 e i 12 anni di età e dopo otto anni gli allievi delle Armi di Fanteria e Cavalleria raggiungevano i reparti con il grado di Sottotenente. La durata dei corsi era di un anno in più per gli allievi dello Stato Maggiore, dell’Artiglieria e del Genio, che erano assegnati successivamente ai Corpi con il grado di Luogotenente.

I primi ufficiali brevettati da questo Istituto ebbero il battesimo del fuoco nella battaglia di Torino del 1706, che vide la vittoria sull’esercito francese. Schiere di valorosi Ufficiali, provenienti dalla Reale Accademia di Savoia, furono protagonisti anche durante le campagne che condussero all’Unità d’Italia, formatisi in quell’antico palazzo che sorgeva nei pressi dell’attuale Piazza Castello. A seguito della riunificazione dei territori nazionali, poiché la formazione dei Quadri dell’Esercito non poteva essere ristretta nell’ambito del Piemonte, il Ministro della Guerra, Generale Fanti, decise di istituire a Modena, nel 1865, l’unico Istituto di reclutamento e formazione degli Ufficiali di Fanteria e cavalleria del Regio Esercito Italiano. Infine, a seguito dei mutamenti istituzionali, che sancirono la nascita della Repubblica, il 19 giugno 1946 l’Accademia assunse la denominazione attuale di ACCADEMIA MILITARE.

Un altro regnante, Carlo di Borbone fonda a Napoli nel 1734, all'inizio della sua investitura, oltre alla Real Accademia del Battaglione Real Ferdinando ed al Collegio Militare, la "Reale Piaggeria", uno specifico istituto di formazione al fine di educare al servizio presso la Corte i giovanetti ("i paggi") fino al compimento del 18° anno di età.   Proprio nel Convento di Pizzofalcone, già sede del noviziato dei Gesuiti, dal 1778 venne istituito il Real Collegio Ferdinando diretto dai Frati Scolopi, dove si formava "un Cavaliere Cristiano, costumato e sociale, dotto, ornato politico, utile allo Stato".  Nell'ottobre del 1896, la Real Accademia fu separata dal Collegio Militare che venne trasferito dal Palazzo di Panatica del rione S. Lucia, nel vicino convento di Pizzofalcone del citato Real Collegio Ferdinando degli Scolopi: qui, anche i princìpi educativi della "Paggeria" furono ripresi e imposti ai Cadetti del nuovo Collegio Militare della Nunziatella, fondato per l'appunto il 18 novembre 1787.

Gli insegnanti furono scelti tra i più dotti scienziati del Reame (calligra­fia, disegno, lettere, matematica, fi­losofia, storia, chimica e arte milita­re), tra cui Pasquale Baffi, F.S. Gra­nata e Carlo Lambert, considerato il «primo cospiratore del Risorgimen­to».

Complessivamente vi erano 240 allievi ammessi tra i 9 e i 12 anni di età compresa per nove anni di corso; inoltre, 37 militari addetti, 30 famiglie e 35 professori.

I moti carbonari del 1820, insorti per ottenere la Costituzione, vennero appoggiati dalla Scuola che vide allievi, do­centi e Ufficiali formare, come sem­pre, un nucleo compatto e unito.

Tra i nomi «illustri» della Scuola spiccano quelli di: Mariano D'Aya­la, che si contraddistinse dappri­ma come brillante allievo e poi co­me insegnante di artiglieria; Basi­lio Puoti, il cui insegnamento era ri­volto allo studio puristico della lin­gua italiana. Nella Scuola insegna anche il giovane Francesco De Sanctis, divenuto docente del­la Nunziatella nell'aprile del 1841, le sue lezioni sono rivolte all'esaltazio­ne di avere una Patria e le sue parole ri­masero impresse nei cuori dei suoi allievi, tra questi lo stesso Carlo Pisacane, esempio per eccellenza del «vero» militare i­taliano.

Dopo il 1860, anno in cui Garibal­di entra a Napoli, una nuova minac­cia per la Nunziatella è rappresenta­ta non più dai Borboni, ma dai Piemontesi. Viene infatti declassata a i­stituto secondario e rischia di essere chiusa nel 1873, ma vista l'impor­tanza per la formazione militare di base degli ufficiali, nascono altri due collegi ispirati all'antica Scuola na­poletana, a Firenze e a Milano. Nel 1881 il figlio di Umberto I, il Princi­pe ereditario Vittorio Emanuele, fre­quenta la Nunziatella. Nel 1913 un centinaio di allievi della Nunziatella muoiono sul cam­po di battaglia e in nome della Pa­tria. È un ex allievo della Scuola, Vittorio Emanuele re d'Italia, a rico­noscerne il ruolo primario conce­dendo la facoltà di fare uso del mot­to araldico” Victoriae regem dedit”.

Il 1° settembre del 1949 la Nun­ziatella diviene Collegio Militare di Napoli e tale rimane sino al no­vembre del 1953, quando acquista la denominazione, rimasta sino ai nostri giorni, di Scuola Militare Nunziatella. Nel 1802, nella città di Milano viene fondata la Scuola Militare “Teuliè” come Orfanotrofio Milita­re, per opera del Generale napoleo­nico Pietro Teuliè, in seguito, nel 1807, con l'i­stituzione del Regno d'Italia Napo­leonico, assume il nome di Reale Collegio degli Orfani Mili­tari. Nel 1839 Ferdinando I d'A­sburgo trasforma la Scuola in Im­perial Regio Collegio dei Cadetti, la cui istituzione dura fino all'episo­dio delle «Cinque Giornate di Milano» (18-22 marzo 1848), quando l'edificio viene adibito dal governo provvisorio a Scuola d'Artiglieria e Genio. Il nuovo ritorno degli Au­striaci non coincide con la riaper­tura della Scuola, la cui struttura diviene Ospedale Militare. Solo con l'annessione al Piemonte il Collegio Militare di Milano riapre, ma, dopo solo dieci anni, per problemi di bi­lancio, è nuovamente chiuso. La legge del 1873 sul nuovo ordina­mento dell'Esercito, però, permette la riapertura che, questa volta, du­ra circa vent'anni; in seguito, du­rante la Prima Guerra Mondiale l'edificio viene utilizzato come ca­serma.

Nel 1935 il Governo decide di isti­tuire la Scuola Militare di Milano, la cui attività viene troncata dal preci­pitare delle vicende belliche seguen­te ai fatti dell'otto settembre.

La Scuola Militare «Teuliè» di Mi­lano, sede distaccata della Nunzia­tella e denominata poi Seconda Scuola Mi­litare dell'Esercito, è riaperta nel marzo del 1996 dopo ben 53 anni di interruzione, riprendendo brillante­mente la sua attività.

L'organizzazione delle Scuole Mili­tari dell'Esercito è una dimostrazio­ne di come il mondo militare sia stato sempre protagonista delle nostre vicende storiche, costantemente vigile ed integrato nella società.

 Nel corso degli ultimi anni, le richieste dei giovani di entrare a far parte delle scuole militari sono numericamente cresciute a dimostrazione della riscoperta e condivisione, da parte della società civile dei valori che l’Istituzione possiede quali la dedizione alla Patria, il senso del dovere, lo spirito di servizio, il coraggio fisico e morale, la lealtà e la disponibilità al sacrificio in cambio di un adeguato prestigio sociale, nello svolgimento della professione militare. Le tradizioni alle quali le Scuole non rinunciano ne sono l'esempio tangibile: esse costituiscono l'impor­tante strumento per creare uno spi­rito di gruppo necessario ad amalga­mare giovani provenienti da luoghi e da categorie sociali molto diverse. Ne sono esempi: la «consegna dello spadino», al giova­ne appena entrato nella scuola da un allievo anziano del terzo anno, che da quel momento ne diventa il «tu­tore»; la «consegna della stecca»: tra gli allievi anziani e gli allievi del se­condo anno avviene il passaggio del­la «stecca», antico utensile usato un tempo per lucidare i bottoni argen­tei delle uniformi senza macchiare il tessuto.

È infine importante il «ballo delle debuttanti»: una «lieta» tradizione sia per le fanciulle invitate presso il circolo allievi sia per gli allievi stessi che imparano così a «socializzare» in «gentil» maniera con il «gentil sesso».

Il culmine delle feste, come poi an­che nelle Accademie, è rappresenta­to dal «MAK P 100» (dal piemonte­se: mak= soltanto; pi= più; cent= 100), festa che segna gli ultimi cento giorni di permanenza nella Scuola.

Oggi, alle due Scuole si può accedere tramite concorso a cadenza annuale (febbraio-marzo). Possono partecipare uomini e donne; il titolo di studio ri­chiesto è l'idoneità al 3° liceo Scienti­fico o al 1° liceo Classico. Il corso du­ra tre anni scolastici. Durante l'ulti­mo anno di corso gli allievi possono fare domanda di ammissione alle Ac­cademie di tutte le Forze Armate, a­vendo anche una riserva di posti.

La formazione data dalle Scuole è un vero e proprio «Preparo alla vita e alle armi» come recita il mot­to della Nunziatella. Preparare gli allievi a una futura professione mi­litare o a una qualsiasi altra pro­fessione attraverso la più completa formazione culturale, caratteriale, etica e fisica.

 

 

  • L'Accademia Militare di Modena.  

L’avvento di un esercito nazionale, che potesse sostituire le milizie mercenarie alle quali aveva fino allora affidato la difesa della propria indipendenza contro le potenze dominanti allora l’Europa, convinse il Duca Carlo Emanuele II, sovrano del Piemonte, a realizzare un Istituto per formare professionalmente i Quadri di questo nuovo Esercito.

Così, nel 1669 nacque l’idea di costituire un’Accademia, centro di studi e di formazione di tutta la classe direttiva del piccolo Stato sabaudo, Ministri, Ambasciatori, alti funzionari ed i futuri Ufficiali.

Alcuni anni dopo si iniziò la costruzione di un grande Palazzo destinato ad ospitarla, su progetto dell’architetto ducale Amedeo di Castellamonte e la morte di Carlo Emanuele non fermò l’iniziativa, che anzi fu incentivata, dalla vedova, Madama Reale Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours, reggente dello Stato, durante la minore età del figlio Vittorio Amedeo II.

Il primo gennaio 1678 il piccolo Piemonte, paese tradizionalmente bellicoso per la necessità di sopravvivere alla cupidigia di Francia, Spagna ed Austria, precedette appunto questi Stati ben più importanti e potenti ed, in pratica, tutto il mondo, inaugurando la REALE ACCADEMIA DI SAVOIA. Il bando istitutivo fu inviato a tutte le Corti d'Europa e da esse affluirono giovani rampolli di nobili casati, principi e “una colluvie di tutti i boreali, Inglesi principalmente, Russi, Tedeschi e di altri Stati d’Italia” come li descriveva l’Alfieri, anch’esso allievo, tra il 1758 ed il 1766, della Reale Accademia.

La formazione militare era prevalente nei programmi di quell’Istituto, anche solo scopo era quello di preparare i Quadri Direttivi dello Stato. Infatti si prevedeva lo studio delle “evoluzioni militari” e l’insegnamento di come attaccare e difendere Piazzeforti, ipotizzando anche la costruzione di un Forte per praticare questi addestramenti.

I primi ufficiali brevettati da questo Istituto ebbero il battesimo del fuoco nella battaglia di Torino del 1706, che vide la vittoria sull’Esercito francese.

Un primo riordinamento dell’Istituto, avente lo scopo di renderlo più rispondente alla formazione dei futuri Ufficiali, fu adottato dal Re Vittorio Amedeo II nel 1729 e, successivamente, nel 1756 i giovani destinati alla carriera delle Armi furono avviati ad un corso di studio riservato esclusivamente a loro, mentre teologi ed alti funzionari ebbero proprie classi ed istruzioni più confacenti alla loro formazione.

Nel 1798 la Reale Accademia di Savoia fu soppressa dai Francesi che avevano occupato lo Stato sabaudo. Erano trascorsi centoventi anni dalla sua costituzione ed i Quadri dell’Esercito piemontese, che in essa si erano formati, potevano ascrivere al proprio merito, l’aver conteso ai Francesi, per ben quattro anni, il possesso delle porte d’Italia, unico degli eserciti degli Stati Italiani, e ben più a lungo di quanto non resistessero più potenti eserciti europei.

Non durò molto l’eclisse di quell’Istituto di formazione, antesignano in Europa, dal quale trae origine l’odierna Accademia Militare. Infatti, all’indomani della Restaurazione, con patente del 2 novembre 1815, Vittorio Emanuele sancì l’istituzione della REGIA MILITARE ACCADEMIA, che riprese la sua attività nella stessa splendida costruzione di Castellamonte, che aveva ospitato per più di un secolo la Reale Accademia di Savoia.

La permanenza nell’Istituto e la formazione dei futuri Ufficiali era diversa a seconda dell’Arma prescelta: si era ammessi tra i 9 e i 12 anni di età e dopo otto anni gli allievi delle Armi di Fanteria e Cavalleria raggiungevano i reparti con il grado di Sottotenente. La durata dei corsi era di un anno in più per gli allievi dello Stato Maggiore, dell’Artiglieria e del Genio, che erano assegnati successivamente ai Corpi con il grado di Luogotenente.

Fino alle campagne che condussero all’Unità d’Italia, l’agguerrita Armata Sarda, forte di circa 5 Divisioni e circa 70.000 uomini, fu alimentata da schiere di valorosi Ufficiali formatisi in quell’antico palazzo che sorgeva nei pressi dell’attuale Piazza Castello.

Ma in un periodo tormentato, ricco di profonde trasformazioni istituzionali e per avviare al meglio la riunificazione dei territori nazionale, la formazione dei Quadri dell’Esercito non poteva essere ristretta nell’ambito del Piemonte; e così il Ministro della Guerra, Generale FANTI, pensò di istituire a Modena una Scuola Militare nella quale in un primo tempo si svolsero i corsi suppletivi per Ufficiali di Fanteria, analoghi a quelli di Ivrea ed in seguito anche quelli di Pinerolo, risultando infine, nel 1865 l’unico Istituto di reclutamento e formazione degli Ufficiali di Fanteria e Cavalleria del Regio Esercito Italiano.

La scelta di Modena non fu casuale o dettata da ragioni di campanilismo (Carpi, città natale di Fanti, è a pochi chilometri dal capoluogo emiliano): fu voluta per questioni geografiche - oltre al Piemonte anche il resto d’Italia doveva contribuire alla crescita di una Istituzione nazionale come l’Esercito - ma soprattutto per le benemerenze patriottiche della città, perché sede di una rinomata Università e di Istituti di studi militari. Infatti, risale al Duca Francesco III, nel 1757, l’origine, nella città di Modena, dell’Accademia Militare degli Estensi o conferenza di Architettura Militare, dove veniva impartita la formazione professionale ai Quadri di un esercito piccolo, ma efficiente, disciplinato e devoto ai suoi regnanti.

La necessità di disporre di un’unica sorgente formativa, che livellasse la disparità degli studi seguiti, la diversità di mentalità e di linguaggio tecnico, fece accentrare a Modena le attività di Ivrea e Pinerolo, cosicché, al termine di questo tormentato periodo risorgimentale, si delineò quella ripartizione che ha mantenuto la sua validità fino al termine del secondo conflitto mondiale: gli Ufficiali di Fanteria e Cavalleria reclutati a Modena e quelli di Artiglieria e del Genio a Torino.

Le due Accademie, anzi con dizione più precisa la REGIA ACCADEMIA MILITARE di Torino e la SCUOLA MILITARE Dl FANTERIA E CAVALLERIA di Modena, ebbero vicende autonome per quasi ottant’anni. Numerose modifiche vennero apportate, in tempi successivi ai loro ordinamenti, sempre nell’intento di adeguare gli Istituti agli scopi da raggiungere, in relazione all’evoluzione dei tempi. Cosicchè gradatamente, con l’introduzione di un limite di età minimo a 17 anni, di esami scritti e orali di ammissione, di equiparazione degli studi compiuti a quelli corrispondenti di facoltà universitarie, di una maggiore caratterizzazione degli studi militari con la creazione delle Scuole di Applicazione, l’organizzazione scolastica militare si evolve fino a raggiungere, sia pure in sedi ancora distinte, la sostanziale identità con quella attuale.

L’esigenza di disporre di una maggiore quantità di Ufficiali, determinata dai conflitti in Africa ed in Europa che interessarono l’Italia nel nuovo secolo, fu brillantemente soddisfatta dalle due Scuole che, sospesi i corsi regolari, assicurarono ai reggimenti mobilitati schiere di giovani ufficiali, reclutati con corsi accelerati. Al termine del primo conflitto mondiale altri corsi particolari furono svolti per completare la formazione di quegli Ufficiali che erano usciti dagli Istituti con una preparazione tecnico-professionale sommaria e limitata.

Fu solo nel 1923 che i due Istituti ripresero un’attività regolare. In quell’anno la Scuola di Modena fu elevata al rango di ACCADEMIA MILITARE DI FANTERIA E CAVALLERIA, cosicché anche l’Accademia di Torino dovette specificare nella denominazione che assunse, ACCADEMIA MILITARE DI ARTIGLIERIA E GENIO, le Armi alle quali avviare propri ufficiali.

Risale invece al 1936 una innovazione importante per l’Accademia di Modena: in quell’anno infatti si stabilì che in essa doveva aver luogo anche il reclutamento e la formazione degli Ufficiali dei Carabinieri Reali. Si costituì quindi una compagnia Allievi Carabinieri, che iniziò la sua attività in seno all’Istituto fin dall’anno successivo, ed oggi, cinquant’anni dopo, si può ribadire la piena validità dell’iniziativa riguardante la prima Arma dell’Esercito.

Il secondo conflitto mondiale comportò la richiesta di un maggior numero di subalterni in breve tempo e, di conseguenza, la graduale riduzione della durata dei corsi accademici e l’incremento, nella formazione, della componente pratica, a scapito di quella puramente dottrinale. In questo periodo si giunse ad avere contemporaneamente tre corsi in atto.

Gli avvenimenti dell’8 settembre 1943 condussero allo scioglimento di entrambe le Accademie.

Il primo dicembre 1945 il comando assunse la denominazione di REGIA ACCADEMIA MILITARE ed iniziò il primo Corso Straordinario Combattenti, con il quale l’Istituto divenne l’unica fonte di reclutamento per l’Esercito degli Ufficiali in servizio permanente effettivo, per la prima volta dall’unità d’Italia. In seguito ai mutamenti istituzionali, che sancirono la nascita della Repubblica, il 19 giugno 1946 l’Accademia assunse la denominazione attuale di ACCADEMIA MILITARE.

La fine del 1947 segnò altre tappe fondamentali nella storia del nostro Istituto. Infatti quell’anno, il 15 ottobre, l’Accademia ritornò a Modena, nel Palazzo Ducale, nel quale erano ancora in corso i lavori necessari per riparare le distruzioni conseguenti alle offese belliche. Il 4 novembre una nuova Bandiera fu consegnata agli allievi ed Essa salutò il primo Presidente della Repubblica, Onorevole Enrico DE NICOLA, quando l’8 dicembre inaugurò con una cerimonia semplice ed austera la nuova sede ed i nuovi corsi di studi dell’Accademia riunificata.

Ad essa fu concesso, con Decreto Presidenziale del 30 maggio 1950 lo stemma araldico nel quale, in efficace sintesi, sono rappresentate le tradizioni della Scuole di Torino e di Modena, riunite nel motto UNA ACIES.

L'Accademia Militare, oggi, è un Istituto di studi superiori a carattere universitario, che provvede alla formazione di base degli Ufficiali in servizio permanente dei Ruoli Normali. Essa consente ai giovani provenienti dagli istituti di scuola media superiore di intraprendere la carriera di Ufficiale con la possibilità di accedere fino ai massimi gradi della gerarchia militare.

 Sono ammessi i cittadini italiani con titolo di scuola media superiore, che abbiano compiuto 17 anni al loro ingresso in Accademia e che non abbiano superato il 22° anno d'età per gli uomini e 25° per le donne (dal gennaio 2000), elevabile di un numero di anni pari a quelli di servizio già prestati.

Presso l'Accademia sono attivati corsi di studio biennali di livello universitario ad indirizzo giuridico-amministrativo, con piani di studio riconosciuti validi nelle facoltà statali di giurisprudenza, scienze politiche ed economia e commercio ed ingegneria.

I corsi preparano Ufficiali dell'Arma dei Carabinieri, Fanteria, Cavalleria, Artiglieria, Genio, Trasmissioni, Trasporti e Materiali, del Corpo di Amministrazione e Commissariato, del Corpo di Sanità e del Corpo degli Ingegneri dell'Esercito Italiano. La formazione culturale si basa su studi universitari, che terminano presso le Scuole di Applicazione d'Arma a Torino (Varie Armi, Amministrazione e Commissariato) e Roma (Arma dei Carabinieri, Arma dei Trasporti e Materiali dell'Esercito), per conseguire una laurea differenziata per indirizzo a seconda dell'Arma o Corpo di appartenenza (Giurisprudenza, Scienze Politiche, Ingegneria ed Economia e Commercio) ed il titolo di Sottotenente. Gli studi comprendono anche discipline militari.

 

 

  • Il culto della Patria.

Da infinite generazioni il culto della Patria, trasmessoci col sangue e ritemprato da infinite prove di dolore e di amore, ha robuste e profonde ra­dici, che non potranno mai essere scardinate.

L'unità di origine, di tradizioni, di cultura, di lingua, di religione e di territorio, sono elementi che solcano profon­damente il cuore e l'anima e creano nei popoli speranze, esal­tazioni e moti, che hanno come centro di irradiazione la Patria.

Andando a ritroso nella notte dei tempi, ci è facile consta­tare un culto profondo per la Patria, la quale trasmette la sua lingua, il suo spirito, il suo genio e le sue tradizioni, con un processo lento di formazione e di educazione. La parola Pa­tria, presso gli antichi, significava la terra dei padri. Era la parte di suolo santificato dalla religione nazionale o domestica, la terra ove erano deposte le ossa degli antenati e dove le loro anime dimoravano ancora. Con ciò si spiega lo speciale patriot­tismo degli antichi, sentimento profondo che costituiva per essi la virtù suprema. Soltanto nella Patria il cittadino era uomo, se veniva attaccata dal nemico, si doveva strenuamente combattere.

Il possesso della Patria era reputato cosa molto preziosa, tanto che la punizione per i maggiori delitti era l'esilio.

La Patria nell'antichità aveva perciò un significato altissimo, ogni altro concetto le era subordinato, la sua difesa era la lotta per l'esistenza; fuori della Patria non vi era che servitù e morte: ogni attività della vita doveva quindi volgersi alla sua difesa.

Nell'antico Egitto, una delle cose, che si imprimeva il più fortemente possibile nello spirito dei giovani, era la stima e l'amore per la Patria.

In Grecia la Patria costituiva una religione che può tutto pretendere ed alla quale bisogna tutto dare; che premia ed as­sorbe non soltanto i singoli, ma le famiglie intere. È così che in tutte le età regnò fra i Greci una certa fraternità patriottica, che li isolava da tutti gli altri popoli, disprezzati in blocco come barbari.

A Roma, ciascun individuo doveva essere pronto ad obbe­dire e ad immolarsi — sia lui che i suoi familiari — per la grandezza del nome romano; il titolo di cittadino di una così grande città imponeva e compensava tutti i sacrifici.

Ma cosa è la Patria?

Intorno al suo concetto si raggruppa una selva intricata di teorie, Non è facile precisare l'idea di Patria, ma generalmente se ne intuisce il senso e si ha coscienza dei doveri del patriottismo. Spesso si confonde e si identifica la Patria con il territorio del paese nativo o con il popolo, la nazione, lo Stato a cui si appartiene per nascita o per adozione, Tutti questi elementi non sono estranei al concetto di Patria, ma nessuno di essi la definisce.

«Nella concezione comune - dice Messineo S. I. - la Patria indica il suolo natale, la terra d'origine, il luogo nel quale sono vissuti i nostri padri e noi siamo nati: è la terra patria o terra patrum».

Secondo l'insegnamento di San Tommaso, Patria è quella in cui si è nati e nutriti e verso la quale si è perciò legati da un complesso di doveri. Lo stesso San Tommaso riannoda la sua dottrina in proposito con quanto aveva già insegnato Cicerone, per il quale l'amore verso la Patria è compreso nella pietas, in quegli stessi doveri cioè che l'uomo ha verso Dio ed i parenti. Questa pietas si esprime con l'ossequio e con il culto, cioè con la riverenza e l'onore, per cui essa non si esau­risce con la sola obbedienza esteriore, ma con l'intimo assog­gettamento dello spirito, come si deve fare con Dio e con i parenti.

Patria (viene da pater, padre) è la terra in cui si è nati e sono vissuti i maggiori in continuità familiare. Suoi elementi esteriori sono la terra, la paternità e la nazionalità; elementi interiori la coscienza e le tradizioni nazionali.

Possiamo dire chela Patria è la sintesi di molti elementi: è un complesso di vincoli geografici, etnici, politici, di lingua, di istituzioni domestiche e religiose, di tradizioni, di costumi e d'interessi; una società intermedia tra la famiglia e la società civile, per procurare beni che queste due società non potrebbero dare. È quindi una società naturale e neces­saria, in eterno moto ed eterno sviluppo. Più intuibile è invece il termine “patriottismo”, col quale si intende quel sentimento fervido e disinteressato che spinge i cittadini di ogni classe a promuovere la grandezza, la gloria ed il benessere della Patria in modo conforme alla giustizia ed alla carità.

Per la grandezza della Patria debbono essere alimentati il fervore della fede, del sacrificio, della disciplina, la virtù e la forza fisica della stirpe, la cultura dello spirito.

Il Codice morale internazionale definisce il patriottismo: «La virtù morale che ci inclina ad amare la nostra Patria e ad adempiere tutti i doveri che la pietà ci impone verso tutti coloro che, per qualsiasi titolo, noi riteniamo come autori della nostra esistenza».

Omero ci descrive Ulisse, che alla figlia di Giove e di Teti, alle gioie ed alla immortalità in terra straniera, pre­ferisce la vita modesta e laboriosa in Itaca, sua terra nativa. Ulisse non è che un simbolo, e si trova in fondo ad ogni cuore umano».

In questi ultimi tempi, specie dopo la perduta guerra, il sentimento della Patria non è certo fra i più solidi e fecondi. I pacifisti attribuiscono al sentimento patriottico tutte le di­scordie, le guerre ed i conflitti di interessi, che hanno dilaniato l'umanità.

Da ciò ne è scaturita una vera e propria crisi dell'idea di Patria, le cui cause si fanno risalire da una parte all'esaspera­zione dell'ideologia patriottica e dall'altra all'affermazione, oggi progredita ed elaborata di nuovi concetti sostitutivi, quali la “classe”, il partito, l'unione federale degli Stati. La stessa di­namica dell'equilibrio internazionale delle forze, con il pro­gresso della guerra nucleare, ha debilitato l'ideale della Pa­tria-Nazione.

Dopo il periodo della guerra e del dopoguerra, confusi i concetti dell'errore e della verità, nell’agitarsi di passioni, di speranze, di esaltazioni e di moti spesso inconsulti, s’è fatta strada l'idea che il patriottismo, che si fa coincidere col nazionalismo, conduce fatalmente alla rovina. Guerra quindi al nazionalismo, che si dice ispirato da presup­posti materialistici, empiristici ed imperialistici. Esso - si dice - considera la Nazione come volontà di potenza, come centro creatore e dinamico di orgoglio, come egemonia aggres­siva e conquistatrice.

Evidentemente tutto ciò è dovuto, non a serena convin­zione, ma ad incomposto tumultuare di sentimenti e di risen­timenti, dei quali si fanno banditori i mestatori della politica.

Nazionalismo non vuol dire imperialismo, non vuol dire sete di predominio, sfrenata ambizione di possesso, desiderio di sfruttamento, ubriacature di glorie passate, ma vuol dire impulso di solidarietà, amore verso il prossimo, sentimento della comunione spirituale, culturale e morale.

Il nazionalismo coincide, sì, con l'amore di Patria e quindi col patriottismo, ma il vero nazionalismo non è quello immode­rato; esso consiste nel porre la Nazione non come parte a se stante, staccata ed opposta alle altre Nazioni, ma come parte centrale di una organizzazione innanzitutto spirituale e civile.

La nostra storia sia remota che recente è purtroppo caratterizzata da lotte intestine per mancanza di un pensiero organico ed unitario, per difetto di volontà concorde ed uniforme. È necessario quindi che la diffusione di concetti falsi ed esagerati cessi del tutto e si crei una coscienza unitaria, al di fuori di ogni particolarismo politico. Nell'intimo santuario dello spirito deve costantemente vivere e palpitare l'ideale della Patria, perché l'unità di essa, prima di essere unità di territorio, è unità di spirito.

Si pensi piuttosto ad educare i giovani nel sacro rispetto della Patria, a non essere discordi e divisi, ed a combattere le forze disintegrative della Nazione, perché la Patria ha bisogno d'unione, di concordia, di fede e di speranza.

La valorizzazione della Patria deve costituire una coscienza immanentistica, perché la Patria non è speculazione e torna­conto, ma una verità religiosa ed umana al di sopra di ogni dottrina e di ogni ideologia, un'entità storica e spirituale, che trascende nella sua concezione finalistica la realtà ed i bisogni della vita.

È superfluo specificare che noi intendiamo parlare del retto patriottismo, perchè contro ogni virtù si può peccare per eccesso o per difetto. Pecca per eccesso di patriottismo il nazionalismo esagerato, che noi deprechiamo. Quando parliamo di nazionalismo intendiamo quello sano e lodevole, inteso nel suo giusto significato, quel nazionalismo cioè che ci inclina ad amare la nostra Nazione, ossia il popolo in cui abbiamo co­munità di origine, di sangue, di lingua, di costumi e di storia.

Certo, accanto a questo nazionalismo ragionevole e dove­roso ne esiste un altro egoista e fanatico, che fa della propria Nazione un bene assoluto e ad esso sacrifica i valori universali e trascendenti del diritto, della morale, della religione; disprezza le altre Nazioni, è fonte di odio e di guerra fra i popoli e spezza il legame naturale che tutti ci deve unire.

L’amor di Patria si sviluppa istruendo e coltivando il po­polo ed insegnando che i doveri verso di essa sono analoghi a quelli verso la famiglia, di cui la Patria è la estensione ed il completamento. La Patria è madre e non solo in senso meta­forico; perciò, secondo i moralisti cristiani, i doveri verso la Patria appartengono alla pietà, cioè alla virtù che ci lega ai principi del nostro essere, agli autori della nostra vita e della nostra formazione. La pietà implica doveri di amore, di assi­stenza, di difesa contro i nemici interni ed esterni della Patria, fino al sacrificio di noi stessi, di obbedienza alle sue leggi, di cooperazione alla sua prosperità ed al suo progresso religioso, morale, culturale, sociale ed economico.

Bisogna educare le menti a pensare nobilmente, ad amare e servire le patrie istituzioni, ad amare lo Stato e ad osservare sempre ed ovunque i propri doveri, nel rispetto e nell'obbe­dienza alle leggi.

La Patria non è un concetto astratto, ma una realtà viva, vitale ed operante e ciò lo dimostrano i morti di tutte le guerre, coloro che ci precedettero e che ci diedero incessanti prove di coraggio e di abnegazione, sia in guerra che in pace, nella lotta per la tranquillità e la sicurezza nazionale.

In quanto alla virtù, basti ricordare quello che diceva Cuoco: « Quel popolo il quale è infelice, non è mai senza sua colpa; osservalo e vedrai che, prima di essere abbandonato dalla fortuna, aveva obliato la virtù; vedrai corrompersi a poco a poco i costumi, i modi, gli ordini; le passioni private non aver più freno e scatenarsi a danno della Patria; non es­servi più grandezza nella curia, non più giustizia nel foro, non più temperanza nella casa; vedrai esservi un nesso tra le virtù tra loro e tra le virtù e la felicità: vedrai essere costante­mente più felici quei popoli che hanno più virtù ».

La fede, che è volontà di azione, ci insegna che quando la Patria è in pericolo il dovere di tutti i cittadini, dal più alto al più basso, è uno solo: combattere, soffrire e se occorre morire.

Fra gli atti esteriori del culto della Patria il più importante è l'amore che ogni cittadino deve rendere alla Ban­diera, la quale rappresenta veramente la Patria nella continuità della storia.

Purtroppo, con la crisi dell'idea di Patria, si è anche affievo­lita l'importanza della Bandiera, alla quale non tutti rendono, con commosso ossequio, l'onore di una volta.

Per i soldati la Bandiera, oltre che simbolo della Patria, è espressione sublime di sacrificio, simbolo di disciplina, di onore, di devozione al Paese, di supremo attaccamento al do­vere, di spirito di coesione.

 

 

  • Il culto degli Eroi.

Il culto degli eroi è sempre esistito e non potrà mai mo­rire, perché l'eroe, sia che si presenti come condottiero, scien­ziato, poeta, profeta o sacerdote, spande sempre una vivida luce intorno a se ed è di grande utilità ed efficacia peda­gogica. Gli influssi che essi esercitano sugli individui, sotto l'a­spetto educativo, formativo e morale, sono veramente immensi.

L'eroe è colui che si eleva al disopra degli altri, per forza, potenza, nobiltà, volontà, attività, ansia di operare, spirito di decisione.

Il culto degli eroi è indistruttibile, perché indistruttibili sono gli ideali che guidano l'umanità e muovono il mondo.

La società si fonda sul culto degli eroi, perché sono proprio essi gli autori di imprese gloriose e difficili, che tanto beneficio hanno arrecato all'umanità.

Il valore, sotto qualsiasi aspetto lo si consideri, è sorgente di fedeltà e di onore; un perenne risorgere ad una vita più grande e migliore, un incitamento che soffia sulle speranze.

Periodicamente il popolo sente il bisogno di commemorare i suoi eroi, per riconsacrare, come dice Marciano, «la reli­gione dei suoi ricordi e la coscienza dei suoi fati, per riac­cendere le lampade e le fedi in un ritmo di fraternità e di purificazione, che, disarmando gli spiriti di ogni egoismo e di ogni scoria impura, riavvicini i fastigi del passato al ritmo fuggente della vita che passa, e rievocando le gesta grandiose e titaniche, l'anima della Patria elevi al cospetto della storia».

Gli eroi, dato il loro carattere lirico e la loro alta idealità, costituiscono le pietre miliari nel cammino delle radiose rea­lizzazioni e sono perciò, assai spesso, consacrati al martirio da un destino di grandezza.

L'eroe attua in pieno il suo destino di grandezza, perché ha volontà pulsante, indomita, rigeneratrice, è pieno di fede e di fermezza, ha coraggio generoso e virile, profondità d'intel­letto, larghezza di vedute, la forza tranquilla per lottare contro infinite difficoltà, e lotta sempre, duramente, anche col cuore stanco. Egli ha qualcosa d'infinito come la sua fede, è poeta nell'azione, matematico nel pensiero, filosofo nella saggezza; assolve senza saperlo la sua funzione di guida spirituale, e crede in Dio e nella divina verità delle cose. È veggente al di là delle apparenze e riassume in se stesso, vivendoli inten­samente, i bisogni, le esigenze, le aspirazioni della sua età e del suo popolo.

Questa simbiosi tra l'eroe e le masse, questi reciproci in­flussi tra l'individuo e l'ambiente, potenziano la fede, per cui la figura dell'eroe si trova nella mitologia e nel culto di tutti i popoli; essa risponde al bisogno di concretare in un essere umano, sublimato nel cielo della divinità, la storia, l'indole, la vita e le aspirazioni sociali e morali del gruppo umano che l'ha foggiato.

Anticamente gli eroi, al pari degli dèi, erano oggetto di culto religioso, perché si aveva fede nella sopravvivenza di questi grandi spiriti, che furono i supremi condottieri dell’umanità.

Il culto degli eroi in Grecia è nato appunto dalla fede nella loro sopravvivenza. La potenza benefica, che irradia da questi possenti spiriti, è specialmente di due generi: salutare e profe­tica. Per tale ragione, dopo la morte, essi sono venerati ed i vivi accorrono ai loro sepolcri per attingervi consigli e presidio.

Ma la figura dell'eroe non è soltanto della Grecia, che ne ha fornito il nome ed una ricchissima documentazione mitica e culturale, essa si trova in tutte le mitologie.

Nell'epica omerica l'eroe si segnala come il più valente, l'uomo che eccelle per capacità guerresche e saggezza di consiglio; né questa raffigurazione, pur arricchendosi di nuovi sensi per l'evolversi stesso della coscienza greca, viene a tra­sformarsi sostanzialmente nei secoli successivi. Accanto all’eroe mitico, il mondo greco presenta pure l'eroe nel culto.

Nel mondo romano, è considerato eroe qualunque cittadino che abbia, nel ricordo dei posteri, meritato per la repubblica.

Il Cristianesimo rappresenta il più nobile esempio del culto degli eroi. Col Cristianesimo l'eroe è, innanzitutto, il martire, colui che imita perfettamente Cristo e Gli rende testimonianza nell’effusione del sangue.

Nel Medioevo la figura dell'eroe si presenta nel cavaliere difensore della cristianità, nel paladino e nel crociato che com­batte per liberare il Santo Sepolcro di Cristo. Si afferma e si sviluppa lo spirito di avventura, l'amore alla lotta, l'uso frequente della forza e delle armi, aventi un alto fine etico-re­ligioso.

La stessa virtù militare non si identificò più con la sola forza o con l'abilità e la temerarietà, ma fu intesa come sin­tesi di lealtà, di coraggio, di generosità e di cortesia. Nel mondo cavalleresco si sviluppa un ideale di giustizia, la forza è messa al servizio del diritto ed il cavaliere, prode e coraggioso, si aderge a protettore dei deboli e degli oppressi, difensore della Chiesa, degli orfani, della donna e di tutti i fedeli di Dio.

Oggi, dopo la caduta del mito totalitario, la cultura appare invero meno disposta a riconoscere e celebrare l'eroe, la cui esaltazione romantica troppo spesso era venuta a significare la vittoria dell'irrazionale.

Ma ciò è un grave errore, che sarà certamente superato e vinto, perché gli eroi assumono il valore ed il significato di modelli morali; da essi discende un’immensa luce spirituale e sì apprendono tante cose. Soprattutto si apprende la virtù della “fortezza”, che vuol dire robustezza, gagliardia, vigore, slancio di anime indomite, speranza certa del successo. Alla “fortezza” poi sono sottoposte altre cinque virtù: retto co­raggio, grandezza d'animo, forza d'animo, lealtà, sopportazione nei travagli.

La morte degli eroi è dispensiera di gloria e di vita, la loro voce resta ancor viva nei nostri spiriti, monito ed esempio, guida e luce di ispirazioni e di idealità.

Più ci allontaniamo nel tempo e più gli eroi, con i loro miracoli d'ardimento, si ingigantiscono sempre più nel nostro spirito, per attestarci la loro missione feconda e divina.

Certo l'imitazione degli eroi non è cosa facile, anzi è addi­rittura impossibile, tuttavia, nell'intimo della nostra coscienza, pur avvertendo l'incapacità di adeguarsi a loro, noi dobbiamo sceglierli come ideali da seguire. Il loro comportamento deve suscitare in noi un profondo senso morale e deve essere posto a modello da imitare.

Solo così noi possiamo onorare e commemorare i nostri eroi, tenendo presente che «commemorare vuol dire entrare in quella comunione di spiriti che lega i vivi ai morti, le generazioni che furono a quelle che saranno, il dovere aspro di ieri, al dovere ancor più aspro di domani».

Noi vogliamo che il culto delle loro memorie serva d'inse­gnamento alle giovani generazioni, perché il sacrificio, come significato nel mondo, ha soltanto valore se il ricordo si muta in insegnamento; solo allora il sacrificio non è senza fecon­dità,

Un popolo ha diritto all'avvenire nella misura in cui rende onore ai suoi eroi, al suo passato, anche quando la gloria è tornata passione.

Dall'esempio di tutti gli eroi, e dalle profonde ripercussioni che si proiettano sulle vie dei secoli, si deduce che:

  • il primo dovere di un uomo è quello di vincere la paura se non vuole che i suoi atti siano sempre servili;
  • è necessario ed indispensabile che un uomo sia valoroso, ed affronti con intrepido coraggio gli ostacoli che gli si parano davanti;
  • gli ostacoli debbono costituire stimoli e non remore, e che l'eroe predilige le incognite del rischio, ama il fascino del pericolo, lo sforzo insonne della conquista, la ricerca e la seduzione dell'ignoto;
  • le vie, per le quali gli uomini raggiungono i loro alti destini, sono cosparse di vittime e che accanto ad ogni trofeo di gloria spunta un olocausto, Non vi è redenzione senza croce;
  • la dedizione al dovere e lo spirito di sacrificio di chi combatte, non si misurano dal successo. Il valore più fulgido è quello di chi soccombe in impari lotta, affrontata con tenacia ed eroico sforzo. Qui è veramente lo spirito che domina la materia, la speranza che paralizza il dubbio, la fede che va oltre la speranza;
  • vi è una morte che è più bella della vita stessa, quando cioè gli uomini si confondono con i miti, il divino si trasfonde nell'umano, e il genio e l'eroe sembrano vivere in un'atmo­sfera fatta di infinito e di immortalità.

Gli uomini sono spinti a farsi suggestionare dalle nobili azioni, che hanno un immenso potere di contagio ed il valore educativo dell'esempio mira a formare ed a temprare il carattere, in quanto si tratta di educazione a processo etico-formativo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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