“Imago della Parola” di Ester Monachino

E’ possibile sognare tra le alture di Santo Stefano Quisquina dove Lorenzo Reina ha il suo regno, punto fermo tra cielo e terra. E’ possibile il sogno poiché l’interiorità del luogo non tanto combacia ma compenetra l’interiorità dello scultore-pastore, in primis, e di quanti sono nella grazia animica di poter sostare in questo luogo tanto loquace per chi ha orecchi per l’inaudibile.

Il linguaggio degli dei, invero, la loro Parola creatrice radica in una gola d’humus cosmico e si manifesta soltanto sottopelle, là dove gli orizzonti dei limiti sono tutti disgregati e la percezione “altra” impregna ogni tempo e ogni luogo.

Il genius loci, l’”Anima Mundi” per dirla con James Hillman, la divinità insita nel luogo, intrisa di memoria e di sicanità, sa parlare alla nostra interiorità, alle nostre viscere, al femminino sacro palese o occulto.

Parla a voce, a silenzi, con le cose o tra le cose. Sorprende. Ispira. In-canta. Innamora. Fa capolino, cammina in punta di piedi e poi rivoluziona tutto.

Intanto le vallate intorno, che addolciscono i monti, vanno a ondate di maree, a cicli stagionali, a respiri profondi che carezzano le galassie, le costellazioni, i grappoli di stelle.

Tutto femmina, tutto vergine, tutto teneramente fortitudo d’anima. Tutto percepibile unicamente se si è in risonanza con quella realtà, quel luogo. Se così non fosse, ogni cosa scivolerebbe dalla pelle che diverrebbe recinto, confine, diga di sbarramento.

Se non ci sono confini alla percezione, le creature tutte di un luogo si fanno cassa di risonanza affinché le divine sonorità siano percepibili dall’interiorità umana nel continuum intimo.

La vacuità, certamente infinita e cosmica yoni di magnifica tenerezza, non è contenitore di un vuoto e inesistente nulla bensì infinita, indefinita ed immensa potenzialità generante pronta per la germinazione se soltanto il batticuore del divino lingam cosmico la fa consuonare nell’eterna tantrica danza universa.

Ecco, questo perenne sposalizio fra ogni dualità, fra le terre e i cieli che allignano dentro, si fa respiro vivente nella Rocca Reina, qui dove ogni pietra, ogni scultura, ogni porta parla con il linguaggio dei simboli e, pertanto, si fa strada verso il profondo dove gli archetipi, le divinità si nascondono.

Imago della Parola. La grande scultura titolata “Imago della Parola” è per eccellenza il tempo-spazio femmineo del vuoto. Rivendica a sé lo spazio circostante, l’attenzione degli sguardi.

Perennemente in gestazione, perennemente nell’attesa della Parola. Non è nel silenzio che nulla ha da dire: è nel Silenzio che prepara la Parola veniente, che la in-forma, che le dà vene e la tramatura della carne.

Su un alto basalto è l’ovoide cavo di una facies  -in totale spalancatura d’occhi e bocca-  la cui nuca non è che lo spazio circostante, visionario se non materico, da colmare con qualsivoglia plenaria divinità nel tempo e nel quotidiano. Un golgota-cranio per variazioni di ragionamento, di predica, di rituale.

“L’attesa” poggia sulla ciclicità annuale perché punto fermo si fa il solstizio d’estate, quel 21 giugno allorché il sole è all’apice della propria gloria, della propria manifestazione radiante.

Ed ecco la Parola viene. Un raggio e poi un altro ed ancora un altro: infine è un’accensione di fuoco solare che trapassa gli occhi e la bocca dell’Imago.

La visionarietà, attraverso gli occhi, inseminata dal Sole-verità si fa produttiva di immagini formanti mente la Parola pronunciata  -attraverso la bocca in plenaria vocalizzazione-  carica di efficacia operativa, permette il fluire di una Energia pronta a scendere nella carne e a farsi materica.

Lo sguardo e la parola: letture animiche che vanno oltre lo spettacolo cosmico cui si assiste, e che procedono in lettura magica biunivoca di visione-vocale e di suono-immaginale. Un gioco di corrispondenze vertiginoso per cui l’uno genera l’altro con una proliferazione simbolica e metaforica che vanno a incidere nel profondo intimo.

Non si può sostare innanzi all’Imago con un atteggiamento razionale per trarre un’indagine interpretativa: il rischio del dissezionare o della geometrizzazione non sacra priverebbe la scultura dei suoi valori metaforici e simbolici; Imago è immersa in un panteismo di meraviglia, strappata alla temporalità e fortemente oracolare. Certamente la fascinazione del luogo con i suoi ritmi stagionali solenni, con la rudezza del montuoso, con la maestosità  del mare visibile all’orizzonte, con l’accensione della vegetazione nelle vallate, fanno del contesto una dimensione di nascita recuperata e di rinascita maturata nel crogiolo quotidiano.

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