“Dopo il convegno dell’ucid a Genova. È l’ora di un patto per la partecipazione” di Mario Bozzi Sentieri

Forte di una Dottrina che affonda le proprie  radici nell’enciclica “Rerum Novarum” (1891) di Leone XIII, confermata ed attualizzata, durante i decenni, alla luce dei mutati scenari socio-economici  (è del 2009 la “Caritas in veritate” di Benedetto XVI), l’Ucid (Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti) ha organizzato a Genova un convegno nazionale  dedicato alle “Nuove forme partecipative e nuovi modelli di relazioni industriali alla luce della dottrina sociale della Chiesa”.

La novità dell’incontro,   coordinato da Riccardo Pedrizzi, Presidente del Comitato Tecnico Scientifico dell’Ucid, è che, uscendo fuori dai semplici riferimenti dottrinari, ad animare il confronto, concluso dall’intervento dell’Arcivescovo di Genova Cardinale Angelo Bagnasco,  sono stati i rappresentanti delle forze sociali (Confindustria, Cgil, Cisl, Uil e Ugl), impegnati a declinare unitariamente un tema fino a qualche decennio fa considerato tabù. A prevalere, soprattutto sul fine degli Anni Sessanta del ‘900, è stata infatti la cosiddetta “partecipazione conflittuale”, eufemistica immagine  per giustificare un classismo esacerbato, che vedeva Cgil, Cisl e Uil uniti da un’identica visione dei rapporti di classe. Solo il Sindacalismo Nazionale, prima con la Cisnal e poi con l’Ugl, ha tenuto  alta la bandiera partecipativa, appellandosi al diritto dei lavoratori, riconosciuto dall’art. 46 della Costituzione, ad oggi inapplicato, a “collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”.

Oggi sono i mutati scenari dell’economia, le trasformazioni produttive e  la crisi delle vecchie appartenenze ideologiche a riportare al centro del confronto sociale e del dibattito culturale e politico il tema della partecipazione. Con inusuali aperture. Lo si è visto al convegno genovese.

All’appello, fatto da  Giulio Romani, Segretario Confederale della Cisl, al fine di  costruire un nuovo modello di convivenza sociale e civile, in grado di competere con i processi di trasformazione tecnologica e con le nuove forme di organizzazione del lavoro, e al   riconoscimento, proposto da Paolo Capone, Segretario Generale dell’Ugl, del ruolo dei corpi sociali intermedi e di un sistema partecipativo sostenuto da una contrattazione a tre livelli (nazionale, di integrativa  e territoriale) in grado di realizzare l’organica collaborazione tra lavoratori, aziende ed Enti locali, hanno  fatto riscontro le parole di Vincenzo Colla, vicesegretario generale della Cgil, che ha riconosciuto il valore della “cogestione alla tedesca”. Un modello – ha spiegato  Colla – nel quale la partecipazione dei lavoratori alle scelte produttive dovrebbe costituire un elemento essenziale,  soprattutto  se si vuol dare vita a un sistema di relazioni industriali capace di tener insieme tutti gli attori della filiera, avendo come riferimento quel “modello renano” che la dottrina considera elemento distintivo del capitalismo sociale in alternativa a quello finanziario di stampo anglosassone e statunitense.

Ognuno dei partecipanti al convegno genovese, compresi i rappresentanti di Confindustria e della Uil, ha sostanzialmente sottoscritto l’invito  lanciato dall’Ucid: riscrivere i termini di un nuovo patto tra capitale e lavoro, facendo sintesi nel nome di obiettivi comuni. Lo strumento dato è certamente l’art. 46 della Costituzione, integrato dalle nuove forme di Welfare aziendale  (l’insieme delle prestazioni non monetarie a sostegno del dipendente: dai servizi alle famiglie alle polizze sanitarie, dalla previdenza completare ai trasporti) e con un occhio rivolto all’Europa, la quale già dal 1992, invitava i Paesi membri a introdurre nelle imprese la partecipazione agli utili e all’azionariato dei lavoratori; a prendere in esame la possibilità di accordare incentivi fiscali o finanziari per favorire l’introduzione di meccanismi di partecipazione; a incoraggiare l’uso di formule di partecipazione, agevolando la messa a disposizione di informazioni adeguate.

Non sono mancate, a livello parlamentare, proposte di legge ed approfondimenti (da segnalare il “Codice della partecipazione”, elaborato, nel 2010, su iniziativa del Ministro Maurizio Sacconi, con lo scopo di realizzare uno strumento capace di fornire alle parti sociali  un aiuto fondamentale in merito all'individuazione delle criticità della normativa legale e contrattuale in vigore ora in Italia, proponendosi di avviare un percorso condiviso nella costruzione di una via italiana alla partecipazione dei lavoratori ai risultati di impresa).  Siamo però  ancora alle idee di massima, alle visioni d’assieme, mentre è assente la volontà politico-sindacale di dare forma compiuta alle aperture sindacali e confindustriali sul tema. Occorre – in definitiva – che qualcuno traduca le disponibilità,  verificate a più riprese sul tema della partecipazione, magari in  un protocollo d’intesa, una sorta di  “Patto per la partecipazione”, sottoscritto da tutte le  parti sociali, che fissi una vera e propria “road map” sul tema.   Da quello che abbiamo verificato il momento è propizio.  Ora bisogna passare dal dire al fare, augurandosi che chi ha manifestato la propria disponibilità non faccia marcia indietro.

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