«Franceschiello»: apologia di un Re

di Luciano Garibaldi

 

Sette anni or sono, in occasione dei 150 anni dell’unità d’Italia, molti autori si occuparono, con intenti chiaramente revisionisti, del breve regno di Francesco II di Borbone, il Re delle Due Sicilie sconfitto sul campo prima da Garibaldi e dai suoi «Mille», poi dai generali piemontesi La Marmora e Cialdini, e costretto all’esilio con la moglie, la regina Maria Sofia. E così, colui che, per un secolo e mezzo, era passato alla storia – allo scopo di ridicolizzarlo - come «Franceschiello», venne di fatto rivalutato e trasformato in una sorta di vittima di un’aggressione militare attuata con prepotenza e violenza. Forse, però, sarebbe stato meglio parlare di questo sovrano - che, tutto sommato, fu il capo dello Stato di un territorio assolutamente italiano - con distacco e obiettività. Ovvero senza elevarlo necessariamente agli altari, ma anche senza demonizzarlo. Proviamoci.

E partiamo dal soprannome: «Franceschiello» non fu coniato dai piemontesi per sminuirne il prestigio, ma era già diffuso, nel Napoletano, prima della spedizione dei Mille del 5 maggio 1860 e del sanguinoso conflitto che ne seguì, per indicare con simpatia e con affetto un principe che, giovanissimo, ancora quasi un ragazzo, si era trovato a dover dirigere un regno così vasto. Francesco II di Borbone – questo il suo titolo regale – era asceso al trono appena ventiquattrenne, alla morte del padre, Ferdinando II, nel maggio 1859. Era nato il 16 gennaio 1835, figlio primogenito del re e della sua prima moglie Maria Cristina di Savoia, il cui processo di beatificazione si è concluso il 25 gennaio 2014 a Napoli, nella basilica di Santa Chiara, dove sono sepolti i suoi resti.

Segnato dal destino fin dai suoi primi giorni di vita, il piccolo «Franceschiello» non avrà mai la gioia di poter abbracciare e baciare la mamma. La regina, infatti, morì, per una malattia conseguente al parto, appena 15 giorni dopo aver dato alla luce il piccolo Francesco. Che verrà così allevato, dopo un anno trascorso tra le braccia delle lattanti, dalla seconda moglie di Ferdinando II, la regina Maria Teresa d’Asburgo.

La quale, per forza di cose, dispose di ben poco tempo da dedicare al bambino, dal momento che divenne madre di ben undici figli, in pratica uno all’anno. Affidò così l’educazione e la formazione dell’erede al trono ai padri gesuiti, che ne fecero un fervente cattolico, fedelissimo alla Chiesa e al Papa, l’opposto di colui che sarebbe diventato, in seguito, il suo grande nemico, Vittorio Emanuele II.

La giovane e bella principessa Maria Sofia di Baviera, con la quale si unì in matrimonio, fu scelta da suo padre Ferdinando II, che evidentemente conosceva i gusti e le preferenze del figlio, dato che tra i due giovani nacque fin dall’inizio un legame affettivo fortissimo contrassegnato anzitutto da una fedeltà assoluta (dote non molto diffusa tra i sovrani e i capi politici, né all’epoca, né oggi) e poi da una solidarietà e condivisione dei problemi spinta al punto da mostrarli uniti, alla testa dei soldati a loro fedeli, durante i tre sanguinosi mesi dell’assedio di Gaeta, nel 1861.

A Napoli, Maria Sofia è apprezzata e benvoluta dal sovrano che l’ha scelta come nuora, un po’ meno dalla regina Maria Teresa. Ma il suocero si ammala e muore nel maggio 1859. Al nuovo re e alla nuova regina resta ben poco tempo per dimostrare le loro doti e la loro capacità di rappresentare il popolo. La spinta per l’unità d’Italia, di cui, con il concreto appoggio della Gran Bretagna, Casa Savoia e il Regno di Sardegna sono i fautori, culminerà, da lì ad un anno, nell’invasione e nella conquista della Sicilia ad opera dei Mille di Giuseppe Garibaldi, seguìti dall’arrivo delle truppe regolari piemontesi, dalla battaglia del Volturno, dalla resa di Gaeta.

Ma in quell’anno di regno, che Franceschiello poté esercitare senza doversi occupare di conflitti bellici, il ventiquattrenne sovrano seppe farsi apprezzare per bontà d’animo, spirito di carità verso le categorie meno tutelate, grande fede cattolica. Tra i provvedimenti più apprezzati, le amnistie per i carcerati, l’istituzione di commissioni speciali per il controllo dei luoghi di pena, la concessione di vaste autonomie ai municìpii, in particolare alle città siciliane di Palermo, Messina e Catania. Importanti misure vennero adottate anche per favorire l’agricoltura, con il dimezzamento dell’imposta sul macinato e l’ampliamento delle Casse di credito e di risparmio per agevolare lo sviluppo dell’agricoltura. Per fronteggiare la grave carestia di grano, ne fece importare dall’estero forti quantitativi e li distribuì alle popolazioni a prezzo ridotto. Per innalzare il livello d’istruzione dei giovani, fece creare cattedre universitarie, licei e collegi. Napoli gli stava particolarmente a cuore, per cui aveva stabilito di far costruire nel territorio una serie di mulini a vapore per la macinazione gratuita del grano, ma non fece in tempo a vedere realizzato il progetto. Chissà, comandasse ancora lui, forse il problema della «monnezza» sarebbe già stato risolto. Nel settore dei trasporti, il decreto del 28 aprile 1860 prevedeva un notevole ampliamento della rete ferroviaria con la creazione di nuove linee come la Napoli-Foggia e la Palermo-Messina-Catania.

Dopo la resa di Gaeta (13 febbraio 1861), Francesco e Maria Sofia furono accolti a Roma, ospiti di Pio IX. Vi rimasero fino al 1870 (breccia di Porta Pia, Roma capitale), dopodiché si spostarono a Parigi, e più spesso in Baviera, accolti dai parenti di lei, in particolare dalla sorella Elisabetta (Sissi), moglie dell’imperatore Francesco Giuseppe, che sarà assassinata da un anarchico a Ginevra.

Francesco II morì ad Arco (Trento) nel 1894. Maria Sofia visse fino al 1925.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Potrebbero interessarti

Articoli più letti

Questo sito utilizza Cookies necesari per il corretto funzionamento. Continuando la navigazione viene consentito il loro utilizzo.