“Pochi scrittori italiani mi annoiano terribilmente come Pier Paolo Pasolini” di Dalmazio Frau

Pochi scrittori italiani mi annoiano terribilmente come Pier Paolo Pasolini.
Sopravvalutato. Iperesaltato oltre ogni misura, lo scrittore morto in tragiche circostanze, è diventato un monotono leitmotiv del politicamente corretto.
Banale, scontato, triste e intristente. Forse allo stesso Pasolini non sarebbe piaciuto questo suo assurgere a “mito” contemporaneo dello scontato e della cultura da hard discount dei nostri giorni. Pasolini piace a tutti, forse, tanto a Sinistra come a Destra, per questi ultimi perché un giorno ha deciso di “difendere” i poliziotti. Come regista confesso di averlo sempre trovato modesto, a volte mediocre, insistito sul pauperismo di celluloide, spesso attratto da un Medioevo boccacesco che evidentemente non ha mai ben compreso nella sua profondità.
Non saprei se oggi lo scrittore sarebbe stato felice d’esser adorato da una vera e propria “setta” di fondamentalisti che agiscono nel suo nome, trasformandolo in un’icona che non può essere soggetta ad alcuna critica, pena l’innalzarsi degli scudi e il grido di dannazione verso il dissidente.
Non provo nessun interesse culturale, né storico e men che meno artistico nei confronti della sua vita, condotta ai margini tra giovani prostituti e altro. E non si vengano a citare Oscar Wilde o Charles Algernon Swinburne perché erano ben altro.
Pasolini è divenuto da decenni l’altare universitario da adorare e al quale sacrificare il proprio libretto in molte facoltà italiane con la guida a sinistra, e gode oggi di continui riti pseudoculturali, ciclici, sempre uguali a loro stessi, fatti di spontanee identificazioni e di autoincensamenti, di sbandierata omosessualità che si rivela essere sempre inutile, perché questo è ciò che vuole il presente liquido, così liquido che talvolta diviene più simile a un liquame.
Così dico e affermo, in barba ad ogni bandiera arcobaleno, foriera di tolleranza e accoglienza, che a me, l’opera e la vita di Pier Paolo Pasolini, tedia morbosamente, finendo per scivolare in un disinteresse stanco per qualcosa che riceve più di quanto abbia mai dato, e la noia si sa è la tomba di ogni poeta.

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