La Poesia è “Lontano da qui” di Massimo Selis

Locandina Film“Ho una poesia”, dice Jimmy dopo un lungo silenzio, lo sguardo che sembra afferrare qualcosa venuto da non si sa dove. Jimmy ha i capelli scuri e scomposti, gli occhi grandi su un corpicino esile e ossuto. A volte barcolla avanti e indietro come se un Altrove lo chiamasse, poi le parole cominciano ad uscire dalla sua bocca. Jimmy ha solo cinque anni e mezzo e compone poesie.  

Lontano da qui, traduzione italiana de The Kindergarten Teacher, è il secondo lungometraggio diretto dalla regista italoamericana Sara Colangelo e remake dell’omonimo film israeliano di Nadav Lapid uscito nel 2014. 

Lisa è una maestra di scuola materna, insegna da vent’anni e i suoi figli ormai grandi sembrano prendere strade che lei non comprende e non ama. Ha un marito affettuoso, una bella casa, ma l’insoddisfazione le cresce dentro, un rimpianto a cui dover dare risposta. Per nutrire la sua passione, ha iniziato a frequentare un corso di poesia, ma anche qui avverte di non possedere una dote particolare e lo sconforto si fa ormai dietro l’angolo.

Jimmy è il suo dono inatteso, una piccola epifania che squarcia il grigiore sempre più cupo. Jimmy è il suo giovane alunno che un pomeriggio, al termine delle lezioni, nell’aula ormai vuota, si manifesta:

"Anna è bella,/bella abbastanza per me./Il sole colpisce la sua casa gialla/e sembra che sia quasi un segno di Dio".

Lisa avverte subito il miracolo che evocano quelle poche frasi. Vuole custodire e coltivare il tesoro nascosto nel piccolo Jimmy. Ha sensibilità e un cuore vigile, Lisa, ma la sua frustrazione di donna e madre ha il sopravvento, conducendo la storia ad un epilogo drammatico, anche perché Lisa sperimenta subito l’indifferenza, quando non addirittura l’ostilità di chi sta attorno a lei e al bambino, nei confronti del talento di quest’ultimo. Quando si lotta da soli, si finisce quasi sempre per lottare contro qualcosa, invece che per qualcosa. 

Non vogliamo aggiungere altro riguardo la trama del film, del resto non è l’intreccio che rende quest’opera interessante; in fondo, se ci pensiamo attentamente, non è mai così, nemmeno nella vita. Sono i bagliori che ci sorprendono, sono a volte poche frasi, un gesto, o un sussulto del vento nell’aria stanca e calda di un’estate che aprono una breccia nella cortina di questo mondo e si fissano nella memoria: sono attimi di poesia.

E questo film parla di poesia, prima di tutto, ma lascia anche che sia la poesia a parlare, nei lunghi silenzi, nei quadri fissi, nel ritmo che non si forza, nella musica mai invadente, ma  puntuale e ricercata. Nella sua semplicità e nel suo “vestito quotidiano”, Lontano da qui è un’opera davvero non banale, non per tutti, ma da consigliare a tutti. 

Il tema che emerge senza mai dichiararsi troppo è quello dell’identità, della vocazione personale. E la poesia ne è la calamita, che lo trascina dietro a sé come un’ombra troppo ingombrante per essere mostrata subito. Forse non è stato questo l’intento primario dell’autrice, ma poco importa. Perché parlare di vocazione e di poesia è quantomai urgente nell’oggi che si fa di ora in ora più cupo. 

Lisa guarda Jimmy e in quegli occhi dolci e spaesati vede un tesoro sommerso che attende solo di essere accompagnato alla luce e qui protetto e custodito. Vede un dono prezioso perché raro e fragile che una cultura coma la nostra fa di tutto per distruggere. “Questo mondo ti cancellerà” griderà Lisa piangente, accovacciata sul pavimento di un bagno. La verità profonda di questa affermazione non è intaccata dalla delusione della donna, dalla sua personale sconfitta. La verità resta ed è urlata a tutti noi, che preferiamo comodamente restare al di qua della porta che nel film chiude Lisa dentro quel bagno d’albergo, noi che preferiamo restare al sicuro.

Lisa è una donna spezzata a metà, la cui tensione interiore non le fa raggiungere ancora la dimensione di “persona”, ma anche se il suo percorso è costellato di errori, lei dimostra di saper osservare gli altri, di riconoscervi cosa brucia dentro. Non sempre, non in modo perfetto, ma il vero limite di Lisa è che non sa allo stesso modo vedere dentro se stessa; ma è pur tanto, più di quanto riescano a fare la maggior parte di noi.

Il talento, come fiamma della vocazione, fa maturare la propria identità, ci rende capaci di divenire a pieno titolo “uomini”. È rispondere all’unica domanda ineludibile durante l’arco della vita: “chi sono io?”. La società moderna è, all’opposto, costruita fin dalle fondamenta per annientare questa ricerca. Le “arti e i mestieri” dovrebbero essere gli strumenti attraverso i quali un uomo compie un duplice lavoro: uno esteriore e l’altro interiore, ma entrambi operano prima di tutto, sul piano sottile. Da un lato l’uomo costruisce la sua identità, irrobustendo la sua naturale vocazione, dall’altro si fa  corredentore dell’Universo. Questo è l’impianto di una società ordinata, questo è lo scopo di una corretta Politèia. Oramai è invece solo il Caos. Il lavoro oggi, qualunque esso sia, ci allontana da noi stessi, avendo assunto e contribuendo alla definitiva consacrazione di una nuova e rovesciata visione antropologica. La bellezza può essere allora forse l’ultima àncora di salvezza, a patto di accettare che essa produrrà prima di ogni altra cosa, sgomento, indignazione e si spera anche legittima vergogna. A chi è troppo abituato all’oscurità, anche una fioca luce appare come un lampo che taglia le pupille.

Ma la bellezza e la scoperta di sé non sono direttrici per il successo. Non sono merce da vendere; esse nascono sempre dalla ferita e dalla sconfitta, sono “grazie” che il mondo attuale calpesta. È, invero, da questa debolezza che prorompe la vera forza, quella capace di perdurare ad ogni tempesta.

E qui sottolineiamo che i talenti sono dati a ciascuno di noi, dati per essere amministrati, coltivati e fatti fruttare. Talenti che spesso non sappiamo nemmeno riconoscere, ignorandoli del tutto o confondendoli con delle false qualità. Nella normalità si annida sempre qualcosa di eccezionale. Lisa è assetata di poesia, di curiosità, di una vivacità intellettuale che sembra non trovare accanto a sé. Lisa si commuove per il talento di Jimmy, ma non sembra riconoscere il suo, fatica a confermare quello di suo marito e dei suoi figli. Lisa insegue il sogno di Jimmy, vuole costruirlo insieme a lui o nonostante lui, ma così si distacca da se stessa. Non riesce a  vedersi come un dono, come una presenza che merita dignità per il solo fatto di esistere, ma che deve ancora trovare il suo centro, guardandosi allo specchio. Il suo volto interiore le resta nascosto. Lisa affonda perché corre dietro alla vita di Jimmy e perde la propria. La sua infelicità diviene alla fine disfatta, perché solo colui che conquista la propria vocazione, afferra la felicità.

Talento e vocazione; bellezza e verità. Quest’ultima simboleggia qualcosa che deve venire alla luce, deve vincere la tentazione dell’oscurità. Quando facciamo verità su noi stessi, allora la bellezza ci invade. Lisa guarda con troppo ardore alla luce che brilla nel piccolo Jimmy, per accorgersi della sua. Non sa, ancora, che ne avrebbe beneficiato anche il suo giovane poeta.

Ma Lisa vive l’ordinario di questo tempo cercandone lo straordinario. Per questo cade, tradisce, si vendica; eppure non possiamo fare a meno di avvertire che una fiammella di umanità le arde sempre dentro, non possiamo non volerle bene. Il film passa attraverso i suoi occhi luminosi e grandi, occhi che nascondono malinconia per troppa passione che non ha un posto dove abitare. 

È una poesia del quotidiano che emana da quest’opera. Trasfigura la realtà delle piccole cose, le guarda ad altezza d’uomo, ma con lo sguardo puro, trasparente

“Ho aperto la porta e sono uscito,/vento fra i rami,/mi guardava, occhi blu,/continuava a respirare per restare vivo”.

Il ritmo, il ritmo delle cose è differente. Il respiro a volte è lento, altre volte invece accelera, ma non perde la sua regolarità, non avverte inciampo. Noi invece viviamo fuori tempo. Lontano da qui ha il giusto respiro, in modo discreto regala bellezza che è superamento del limite, è oltrepassare i confini del “troppo visto” per essere ancora vero. Fare poesia significa stare da parte, avere uno sguardo defilato e inusuale e non provarne imbarazzo. Fare poesia significa essere un po’ soli sapendo in fondo che non lo si è mai davvero perché “ricorda, la solitudine è comunque tempo speso con il mondo”.

Giunti alle soglie di questa lunga notte dell’umanità, dovremmo gioire di una nuova alba ormai alle porte, invece facciamo di tutto per ricacciarla un po’ più in là. Basterebbe lasciarsi vivere, basterebbe un goccio di poesia. La nostra società ha scacciato la poesia in maniera indolore; le sue fondamenta poggiano su ciò che è transitorio e rigidamente vacuo. La poesia invece evoca e suggerisce. Ma noi non abbiamo più nulla da evocare, perché abbiamo già tutto qui, o lo crediamo. Per salvarsi, allora, occorre andare lontano.

 

di Massimo Selis

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