PIERRE DRIEU LA ROCHELLE, Stato civile. Un'autobiografia. (Bietti) | Recensione di Gennaro Malgieri

di Gennaro Malgieri

Perché un intellettuale francese ventottenne, ancorché già fornito di esperienze significative, sente il bisogno di scrivere la sua "autobiografia"? Domanda che nessuno si porrebbe se il soggetto non fosse Pierre Drieu La Rochelle (o qualcuno a lui affine, un Yukio Mishima per esempio). Nel caso dello scrittore francese è assolutamente pertinente. Pubblicando nel 1921 Stato civile, un consuntivo della sua infanzia, adolescenza e prima giovinezza - dunque del processo di formazione  svoltosi tra le mura domestiche e scuole particolarmente sofisticate - lo scrittore francese intende offrire a se stesso, sia pure in forma appena romanzata, uno specchio nel quale guardarsi. Un modo per collocare gli esordi della sua vicenda umana sulla via di un viaggio intrapreso e cercare nel contempo di non perdere nulla, come si fa scrivendo quotidianamente un diario (immagine evocata, oltretutto, dallo stesso Drieu in un'altra sua opera, non meno celebre: Rèveuse bourgeoisie). 

Con il senno di poi, ricordando i romanzi ed i saggi della maturità, ci siamo fatti l'idea che Stato civile è una sorta di biglietto da visita di un uomo che ha prestato se stesso alla decifrazione della decadenza raccontando "il male di vivere di una generazione inquieta e senza più eroi", come acutamente sottolinea Stenio Solinas nella smagliante presentazione  al volume non a caso intitolata "Infanzia di un capo". 

E che un "capo" Drieu sia stato, pur senza avere un esercito o un popolo da guidare, è incontestabile. La sua natura era quella di un audace sfidante, di un temerario avventuriero, di un consapevole visionario: "L'anima di un eroe si era annidata per un po' nel mio corpo. La mia intelligenza fioriva. Imparavo e ricordavo tutto. Ed ero buono, padrone della mia lingua, delle mie mani, dei miei occhi", annotò. Tutto questo lo doveva essenzialmente all'educazione ricevuta, al cimento ingaggiato con se stesso a cui era stato invogliato da prove che gli si offrivano in famiglia, durante le vacanze, tra i banchi di scuola o nel cortile del collegio. E mentre diventava uomo e la bellezza prendeva ad ossessionarlo, le donne ad eccitarlo, il  sentimento di superarsi a dannarlo in qualche modo.

Nello stesso tempo, i "maestri" si affacciavano sulla balaustra in costruzione della sua vita intellettuale e spirituale. Si era imposto una regola, aveva scoperto una gioia virile: "Domare il mio spirito, che avrebbe dovuto essere lo strumento perfettamente forbito di una meditazione continua". Naturalmente  in questo "viaggio" quasi iniziatico incontrò Nietzsche e Whitman, d'Annunzio e Barrès, Maurras e Péguy. Vale a dire i capisaldi di una cultura volontaristica che valse a precisarne il carattere da un lato e dall'altro i maestri di un'anti-modernità vissuta con slancio e che si sarebbe precisata nell'adesione ad una prassi intellettuale interventista al punto di riconoscere la sconfitta delle sue scelte nella maniera più drammatica possibile.

Gli autori citati (ai quali altri si potrebbero aggiungere) risultarono decisivi, insomma, non meno dell'esercizio esaltante della sopravvivenza in trincea e nella estasiante e febbrile scoperta del corpo femminile come una sorta di epifania religiosa la cui mancanza lo avrebbe tormentato. Non a caso nel 1925  scrisse L'homme couvert des femmes, più che un romanzo, un'appassionata introduzione al suo erotismo dispiegato con voluttà crescente fino alla fine dei suoi giorni.

Così, vivendo un'adolescenza "oscena" e "chiassosa", "ironica" e "ribelle", Drieu si preparava alla vita e alla morte, attraversando come un tornado le passioni che lo avrebbero assorbito totalmente .

Stato civile  è, al di là di ogni altra considerazione insomma,  il resoconto di un noviziato. Elegante, ma non fatuo. Da leggere settantuno anni dopo il suicidio di colui che lo scrisse per ricordare a se stesso chi era.

 

PIERRE DRIEU LA ROCHELLE, Stato civile. Un'autobiografia, Bietti, pp. 142, 14,00 euro.

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