"FRANCESCO ANASTASI, I COLORI ED I PROFUMI DI PALERMO" di Anna M. Esposito

  

FRANCESCO ANASTASI, I COLORI ED I PROFUMI DI PALERMO,

PALERMO, PALAZZO  JUNG,  DAL 25/3/2019- 12/4/2019

 

NEMO PROFETA IN PATRIA

La bellissima raccolta di opere nell’esposizione adesso in corso a Palazzo Jung, a Palermo, è un’occasione preziosa per conoscere ed apprezzare la qualità della strepitosa opera di Francesco Anastasi.

“Nemo profeta in patria”. Artista nobile e nascosto, opera con fiducia certa nella sua arte.

Conosco Francesco Anastasi da moltissimi anni. Mai l’ho sentito parlare di sé o vantarsi. Meravigliato, piuttosto, dell’apprezzamento che riceve da importanti critici e gallerie lontani dalla sua terra.

 Ma credo sia soltanto una strana circostanza: è impossibile non apprezzare la sua qualità.

Qualcuno giudica quest’importante esposizione come “sovraccarica”; invece essa è ciò che deve essere, nulla di meno, nulla di più. Perché lui ha molto da dire: una qualunque immagine colta dal suo sguardo diventa la scena di un racconto. Le sue opere sono soggette a molteplici letture: formali, sociologiche, cognitive, perfino una sorta di lettura etnica che consiste nel legare la sua arte alla nostra città.

Non è sovraccarica, la mostra, dicevo, però estremamente ricca, barocca, così come è lui: irrefrenabile, sorridente, entusiasta. Ricco. Pieno di idee che persegue tenacemente, la tenacia dell’artista vero, a cui corre l’obbligo di raccontarsi.

Entrando nella sala ci accoglie il coro delle opere. Cinquantadue, sapientemente disposte nell’allestimento da lui stesso curato. Ha scelto lo sfondo nero, che le valorizzi. Ho visto il critico Giorgio Grassi illuminarsi nel guardare la sua opera, entusiasta di questo artista. Motivo di orgoglio, per me, appartenere a questa terra, a questo tempo, a questo luogo, alla Sicilia da sempre madre di artisti di rango.

L’episodio oleografico, la descrizione della nostra storia e tradizione, fa parte della sua formazione e della sua biografia. Eppure soltanto una lettura superficiale del suo lavoro può fermarsi a quest’aspetto.

Le opere di Francesco Anastasi possono essere raccolte in gruppi tematici: scorci architettonici, racconti del luogo e visioni di quartieri, gruppi sociali, racconto sugli individui.

Il gruppo che comprende gli scorci della città è quello che maggiormente colpisce la mia sensibilità. Fotogrammi visivi sono riconvertiti in quinte teatrali, in luoghi muti e vivi, dove si attende che accada qualcosa.

Sarà la presenza dell’uomo, l’abitante di quell’edificio o il passante, che darà il senso a quell’attesa. Stranamente, infatti, questi scorci di città ricevono il senso dallo sguardo che osserva.

Incredibilmente, il soggetto non è la serie di costruzioni rappresentate, ma invece è l’individuo assente dalla scena, che, dal di fuori, coglie l’accadente.

Non riesco ad allontanare dalla mente la descrizione di Armilla, la città della serie de “Le Città invisibili” (l’epica raccolta di Calvino su ipotetiche città sedi di ogni nostra fantasia): la città riconoscibile soltanto dalle condutture a e tubi dell’acqua, degli carichi, delle docce: la città fatta di vene nelle quali scorrono i liquidi vitali dell’edilizia urbana. Ed è quest’intreccio di linee che la connota e le dà senso.

Perché una delle cose che maggiormente mi colpisce del lavoro di Francesco sono le linee.

Esse sono la sua firma: infinite, circoscriventi, fluide, descriventi; quando guardo un suo quadro vedo l’artista concentrato, padrone della tecnica, intento, che con il pennello a setole lunghe si abbandona al fluire di queste linee, come una sua scrittura. E, con le linee, descrive: il contorno degli edifici, i singoli mattoni, i tetti, finestre, pali della luce, fontane, tegole, muri scrostati, basolati, vetri rotti, accessori urbani, fili della luce dei quali molti certamente illegali, segnali stradali disattesi, e poi bagliori di luci e tasselli di cielo, alla Cezànne.

E’ il primo impatto, il dedalo di linee, il reticolato. Poi, osservando meglio, la trama si dispiega nella descrizione, appunto: la nostra mente insegue quella dell’artista che espone il suo mondo; nuovo Teseo, indifferente alla sua Arianna, lasciata tristemente in attesa in questo infinito labirinto nel quale nessuno ha intenzione di raggiungerla: Anastasi osserva da lontano, non trascurando di analizzare un ripostiglio, le ombre, la frutta, le verdure, tendoni, cartelli della toponomastica. Niente è immeritevole di essere raccontato: se potesse, descriverebbe i millepiedi o le zanzare posate nella fenditura in attesa della vittima.

Guardando meglio, scopriamo come la sua arte appartenga al racconto classico dell’arte: le sue linee, allora, come nel cloisonne, come legature nelle vetrate medievali. La struttura che difende e blocca il colore. Colore basico, concreto. Prezioso ed essenziale come uno smalto, tassello in pietra colorata.

Colore assolutamente indifferente alle sfumature.

Infatti il suo mondo artistico è un mondo di certezze. Non ci lascia ombra di dubbio.

Nella nostra adolescenza ascoltavamo il Banco del Mutuo Soccorso. In una canzone, il Volo, si proclama: “Ciò che si vede, è”.

E’ bello, il mondo di Francesco. Pieno di certezze, senza dubbi. Ogni evento porta ad una lineare conclusione. Date le premesse, il risultato sarà logico ed evidente. I suoi personaggi partecipano ad un racconto corale, non come protagonisti dunque, ma come cellule di un gigantesco organismo, di una immensa opera governata e diretta dal nostro autore. Organismo pulsante e sensato. Nessuna cellula è più importante delle altre ma, certamente, essenziale. E’ questo, dunque, il racconto di Francesco. Presenta noi stessi alla nostra contemporaneità, fugge dagli orpelli mistificanti di un’arte contemporanea spesso ricca solamente di assenza, vuota di significato.

Il Maestro Anastasi, artigiano umile, solenne, raccolto, tenace, dal suo punto di vista discosto dà una sonora lezione ai tanti artisti del nulla, che occupano abusivamente le nostre gallerie d’arte e ci derubano della nostra voglia di Arte.

 

 Anna M. Esposito, 28 marzo 2019

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