"INTERVISTA A LUCIO ZINNA RICONSIDERANDO I DIECI COMANDAMENTI BIBLICI: Esodo 20:2-17 [secondo la tradizione ebraica originale]” di Francesco Maria Cannella

Chi getta lo scompiglio in casa sua erediterà vento,

e lo stolto sarà lo schiavo di chi ha il cuore saggio.

 

Re Salomone, Proverbi 11 : 29

 

 

1) Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla casa di schiavitù. Non avere altri dèi oltre a me.

 

2) Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrare davanti a loro e non li servire, perché io, il Signore, il tuo Dio, sono un Dio geloso; punisco l'iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano, e uso bontà fino alla millesima generazione, verso quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti.


3) Non pronunciare il nome del Signore, Dio tuo, invano; perché il Signore non riterrà innocente chi pronuncia il suo nome invano.

 

4) Ricordati del giorno del riposo per santificarlo. Lavora sei giorni e fa' tutto il tuo lavoro, ma il settimo è giorno di riposo, consacrato al Signore Dio tuo.


5) Onora tuo padre e tua madre, affinché i tuoi giorni siano prolungati sulla terra che il Signore, il tuo Dio, ti dà.

 

6) Non uccidere.

 

7) Non commettere adulterio.

 

8) Non rubare.

 

9) Non attestare il falso contro il tuo prossimo.

 

10) Non desiderare la casa del tuo prossimo; non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo servo, né la sua serva, né il suo bue, né il suo asino, né cosa alcuna del tuo prossimo.

 

*  *  *

 

I. Quale, il valore della Poesia, cercando di tradurre il senso della Fede e l’ontologia del linguaggio ad essa connessa?

 

Non v’è dubbio che la poesia appartenga alla categoria dei valori, resta difficile stabilire, per la complessità del fenomeno, in che consista “il” valore. Probabilmente il valore della poesia è la poesia stessa. Ogni poeta attribuisce alla poesia un ‘proprio’ valore, intanto cercando di esprimerla – e di esprimersi – con un linguaggio personale (‘proprio’), in mancanza del quale il prodotto artistico navigherebbe nel vuoto. Per me la poesia è stata finora, in primo luogo, strumento di ricerca della verità, alla stregua della speculazione filosofica ma con altri percorsi. Direi con altri occhi. Un modo di leggere il reale e coglierne le essenze: attraverso la parola, che è un formidabile grimaldello, a saperlo usare. Va anche detto che il linguaggio costituisce il preciso àmbito in cui si muove la poesia, tuttavia da non considerare fine a se stesso né tale da poter occupare ogni altro spazio di cui necessiti la poesia, che vive di equilibri. È una pietanza composta da una pluralità di ingredienti, nessuno dei quali può mancare o diventare “vampiro”, come si suol dire. In quanto alla Fede, questa è ancor più e – meglio – un fatto personale, attinente al rapporto tra l’uomo nella sua individualità e il suo Dio, se ne ha uno, e in correlazione a tale rapporto la fede può farsi materia di poesia.

 

II. Quale, il valore dell’Immagine, e di conseguenza il senso d’ingiustizia, la nèmesi, che in un poeta come Lei, comunque in un uomo, lascia tracce oltre ogni plausibile fatalismo?

 

Quale immagine? Quella con la “i” maiuscola, dunque quale raffigurazione del divino?  Se così è, chiarisco subito che non mi convince la prescrizione vetero-testamentaria (riportata in prolepsis) di «non fare scultura né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo» e meno ancora quella riguardante le cose «che sono quaggiù nella terra, sotto le acque e sotto la terra». Che grandi trasgressori Dante e Michelangelo! L’uomo è creativo  come Dio è creatore. Se un Creatore c’è, l’immagine, con la minuscola, è espressione dell’Immagine, con la maiuscola: le creature rimandano al Creatore. Perché l’uomo non potrebbe riprodurre, intanto come suo naturale impulso, ciò che osserva e interpretarlo e ri-crearlo? Penso che non si possa precludere all’uomo di immaginare il divino e rappresentarlo, anche come atto di amore. Se Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, perché l’uomo non potrebbe, a sua volta, rappresentare Dio a propria immagine e somiglianza? Se parliamo, poi, dell’immagine in poesia, sappiamo bene che è fulcro e anima del ‘poièin’. La metafora – per dirla con Paul Ricoeur – “veste la parola a festa”. Ma ne va fatto un uso sapiente: la metafora giusta al posto giusto; un profluvio sarebbe catastrofico, come per la moneta: più se ne conia più si svaluta. Infine, anche la poesia è, per il poeta, un modo di fugare l’ingiustizia, nello specifico, smascherandola. La poesia, anche la più trasgressiva, non può prescindere da un ‘fundus’ di eticità. E possiamo considerarla anche una sfida al fatalismo.

 

III. Quale, il valore di Caino, sul senso d’innocenza e di corresponsione rapportato all’Altro e alla condivisione di sé con il mondo, Platone permettendo, eh, eh?…

 

Caino è un disvalore. Non mi è simpatico. Il personaggio merita rispetto in quanto uomo e ha diritto a difesa per elementare senso di giustizia. Ma mi ripugna l’invidia quale movente di delitto. Condivido l’espressione “Nessuno tocchi Caino”, purché si smetta una buona volta di toccare Abele. La storia dell’uomo non rinuncia ad essere, nei millenni, un coacervo di violenze, spesso gratuite, sugli indifesi (nella vasta gamma di tale accezione) e sulla loro innocenza: bambini, donne, anziani, disabili, abili, animali, alberi etc. Per non dire di prepotenze attinenti alla stupidità umana, quali riti iniziatici, nonnismi, bullismi e cazzate simili.

 

IV. Quale, il valore di “otium et negotium” nella società odierna, dove farne distinzione è diventato quasi un peccato veniale, un pretesto per spergiurare su se stessi a costo di un facile tornaconto?

 

“Otium” e “negotium” (“nec otium”), nella loro classica accezione, sono intrinsecamente correlati, si garantiscono a vicenda. Da qualsiasi lato si osservi tale rapporto. Anche per l’artista, ad esempio, nella cui dedizione all’arte, solitamente, finiscono per identificarsi i due termini (“lavoro” creativo e “piacere” della creazione artistica). La società di oggi, mercificando tutto, sta tutto incasinando, non solo “otium” e “negotium”. 

 

V. Quale, il valore della famiglia all’interno di una promiscuità dilagante dove far finta di non appartenere a niente e a nessuno, senza Padri acquisiti, viene, ad oggi, reputato un giusto punto d’appiglio per rendersi sempre meno consapevoli di ciò che è e di ciò che potrebbe?

 

La famiglia è considerata dal Foscolo ne “I Sepolcri” la prima delle istituzioni costitutive della civiltà contro la barbarie («nozze e tribunali ed are»). Ovviamente, occorre intenderla iuxta propria principia. Altrimenti può trasformarsi da meccanismo elementare e delicato in uno strumento complesso e asfissiante. Un esempio del ‘giusto senso’ consiste nel costituire la famiglia fondandola sull’amore. Pare facile, persino un luogo comune, ma non è così. Mai prendere sottogamba una viola da gamba. Intanto l’amore non è dato una volta per tutte, è la classica fiammella che va alimentata altrimenti si spegne, luogo comune anche questo ma guai a dimenticarlo. E ancor prima, occorre non confondere, come spesso avviene, l’amore con l’infatuazione, sulla base della quale le foscoliane “nozze” hanno l’éspace d’un matin. Ritengo che, al presente, nuocciano gravemente alla famiglia sia le fughe in avanti, l’erronea convinzione che se ne possa fare quel che si vuole, che la si possa “ammanicare” (diciamo sicilianamente) a piacimento, sia una concezione obsoleta di essa, spesso arcaica e ingessata, gravosa di pregiudizi duri a morire e portatrice di germi patogeni, causa di tanta barbarie, maturata proprio in ambito familiare. Dunque: equilibrio, senso di responsabilità e soprattutto fondamenta solide.

         

VI. Domanda secca, provocatoria: fino a che punto l’omicidio può essere considerato un peccato, rielaborando la Storia dei vincitori ‘idolatrati’ all’altare di un ammutolito dissenso, più o meno calpestato, ma comunque degno di essere rivisitato sia a Destra che a Sinistra?

 

L’omicidio non è solo un peccato, è anche il peggior delitto, il più grande obbrobrio di cui l’essere umano possa macchiarsi. Sono, al riguardo, di una radicalità sconcertante, avverto infatti, non da ora, la tentazione di radicalizzare la questione fino a far rientrare in senso lato nella sfera omicidiaria anche la morte cosiddetta naturale, ovviamente non considerandola delitto (mancano il reato e ogni connotazione delinquenziale), ma senz’altro soppressione di vita, azzeramento e scomparsa di persona umana quale “unicum” irripetibile e, in questo senso, pur sempre “omicidio”. Omicidio per legge di natura. Omicidio incolpevole. Persino inevitabile, se si vuole, ma “omicidio”. La tipologia del morire non ne elude la sostanza. Ho sentito dire a mia madre: “Se la vita è un male perché darla? E se è un bene perché toglierla?”. Era il suo ingenuo ripudio della morte, che la colse improvvisa, prima della vecchiaia. La vita è una polpetta impastata di bene e male, potenzialmente appetitosa, che si cerca di mantenere tale e rendere digeribile. Non sempre accade o riesce. La condizione esistenziale, per cui tutto ciò che nasce è destinato a perire, ci impone, con fermezza, di combattere il male biologico e di non far perire anzi tempo e volontariamente ciò che di per sé è perituro. Dunque: non uccidere. Nessun omicidio ha senso, per nessun motivo. Non ha senso la pena di morte (una morte non ne cancella un’altra, chi amministra giustizia non può farsi assassino etc.), non hanno senso le guerre e le loro  motivazioni, non esistono guerre “sante”, nessuna guerra lo è, “il “Deus vult” è uno slogan utile solo a chi lo inventa. Come altrove mi è occorso di dire, nemmeno la pace riesce ad essere santa (ma lascia vivere… in santa pace). 

     

VII. Altra domanda secca: la monogamia può essere davvero considerata, ad oggi, una pratica elitaria dell’uomo moderno, oppure, come in altre culture al di fuori da quelle ‘così dette’ occidentalizzate, l’imprinting ha altre origini e ragioni; una su tutte, credo, la sottomissione della donna come atto di maggiore discriminazione ed esclusione dai Tempi dei Tempi, amen?

 

In armonia con quanto ho detto sulla famiglia, mi pare evidente che la monogamia non possa che esserne l’unico modo compatibile. Piaccia o non piaccia. Personalmente, sono attratto da quelle che lei chiama “culture occidentalizzate”; hanno un fottìo di difetti, ma nelle altre ne trovo di più, anche di più gravi. Non concepisco in alcun modo la sottomissione della donna. Non concepisco la sottomissione di nessuno.

 

VIII. Quale, il Criterio di giudizio?… Considerando, a mio modesto parere, il senso di Gratuità dell’esistenza… Anche in letteratura, fino a che punto si può parlare di Autenticità dell’atto creativo?…

Nell’esistenza nulla è gratuito. Si paga tutto, in mille modi, con mille monete non sempre non tutte uscite da una zecca di Stato. Fin dalla nascita, che è già di per sé un rischio. Ricorda Leopardi?: «Nasce l’uomo a fatica ed è rischio di morte il nascimento». Leon Battista Alberti, il teorico dell’uomo “re del creato” e “signore dell’universo”, in pieno  umanesimo, ebbe a dire: «Niuna cosa si truova più faticosa del vivere». Al netto di positività e fascinazioni, resta, dunque, questa fatica, alla quale ci sobbarchiamo, ognuno poi stabilisce se e quanto volentieri.  Si dice che la vita sia un dono. ma dimentichiamo che i doni non si restituiscono e non si rendicontano, come invece noi siamo tenuti a fare. Forse di veramente gratuito ci sono l’amore e l’atto creativo, quest’ultimo autentico atto d’amore. L’opera d’arte, richiesta o non richiesta, non necessitante, è comunque un puro dono e arricchisce l’umanità, che – dopo la sua creazione – non potrebbe più farne a meno senza esserne profondamente deprivata.

   

IX. Non pensa che realtà e finzione siano concatenati in un circolo vizioso? Da qui, quale Verità plausibile, sia verso se stessi che verso il proprio prossimo?… Borges, ma anche il ‘principio di indeterminazione’ di Heisenberg, lasciano intravedere un che di aleatorio per ogni possibile Attestazione… Condivide?

 

La realtà è una cosa e la finzione un’altra. È sempre bene distinguere. Possono concatenarsi, anche amalgamarsi, ma è bene non confonderle, sarebbe grave. I circoli viziosi sono sempre possibili, ma pericolosi. I “circoli” in quanto tali sono clausure, non hanno vie d’uscita, se per di più sono viziosi non c’è di peggio.

 

X. Ricordo un film del 1994 di Ang Lee dal titolo “Mangiare Bere Uomo Donna”; non so se lo ha mai visto, eppure la trama è vistosamente semplice, fin troppo rivelatòria: siamo ‘questo’, siamo fatti di ‘questo’?… Non pensa che accontentarsi di se stessi o invidiare l’altrui vicenda non sia un modo come un altro di sfuggire alle proprie mancanze… O meglio, di far finta che tutto, in fondo, andrà meglio, anche a doverne pagare le conseguenze… Al Padre Eterno, al Nulla, al Verme Redentore, o a chissà quale Imbroglio o asettica Cloaca disposta ad accoglierci?

 

Non ho visto quel film, confesso di non saperne nulla e me ne dolgo (rimedierò, con calma). Il titolo rimanda alla fondamentale dimensione biologica dell’essere umano. A parte l’essere uomo o donna, mi soffermo sull’espressione “mangiare bere”, che mi richiama quella di Feuerbach: “L’uomo è ciò che mangia”, formidabile (mezza) verità. Innegabile infatti, da un lato, che l’uomo se non mangia muore, se mangia male si ammala e muore, se mangia troppo diventa obeso e se mangia troppo poco diventa anoressico, in ambedue i casi sfasa il proprio organismo e ne accelera la fine. D’altro lato, una volta fatto quadrare l’impegnativo problema del “mangiare e bere”, resta il resto (il bisticcio di parole è voluto), che non è uno scherzo: la vita nelle sue ampie articolazioni, oltre il nutrimento, senza il quale tuttavia la vita spirituale non potrebbe darsi (come lo stesso Feuerbach non mancò di postulare). Penso anche al siciliano Gino Raya che, nel secolo scorso, con la sua teoria del “famismo”, pose la fame a fondamento del nostro essere, sostituendone la primazia che Freud aveva assegnato al sesso (che della “fame” sarebbe invece espressione). Un preclaro esempio del cibo, artisticamente considerato e sublimato e che può farsi strumento di elevazione, ci è offerto dal bel racconto “Il pranzo di Babette” di Karen Blixen e dal bel film che ne è stato tratto. Ma non posso fare a meno di riferirmi, risalendo al medioevo cristiano, alla mirabile distinzione tomista tra “individuum” e “persona”, quest’ultima tale da connotare, al massimo grado, l’essere umano, il quale trova nella individualità (ossia nella dimensione biologica) le proprie ineliminabili fondamenta. Ovvero: la corporeità quale base della nostra altezza: la spiritualità. Per il resto, ritengo che la vita vada vissuta al meglio, nella sua pienezza, per quanto possibile,  per quanto ci è dato. Dimenticavo… Di quel che facciamo, in bene e in male, si “pagano” sempre le conseguenze. Anzi, noi siamo ‘conseguenze’ di quel che abbiamo fatto.   

 

Per concludere:

 

Come reputa, al di là del Decalogo, il ‘Sacrificio di Isacco’ rielaborando ciò che la società odierna ci regala e ci offre, oltre il Velo di Maya e dello stillicidio che ci spetta fuori da ogni ragione politica o sragione, dietro il Sipario dell’ingordigia e/o auto-acclamazione?…

 

Grazie

 

 

Questa storia del sacrificio di Isacco mi ha sempre impressionato: dall’adolescenza all’anzianità. Mi sgomentano la richiesta e la ragione di essa: una paralizzante prova del nove dell’obbedienza, che è comunque un acceleratore su cui è bene non pressare troppo il pedale. Un padre non può dare il consenso all’uccisione di un proprio figlio, per nessun motivo, a qualsiasi costo e a richiesta di chiunque, anche di Dio. Il Dio biblico non può giocare, per così dire, con le proprie creature fino a questo punto. Mi chiedo anche come mai un Dio che, nelle tavole della Legge, giustamente impone di “non ammazzare”, possa  chiedere a un padre di ammazzare il figlio. Il fatto che poi non abbia consentito che il sacrificio avesse luogo, è sublime, ma cambia relativamente le cose in merito alla richiesta (sotto un peculiare angolo di visuale, ciò potrebbe perfino apparire di una commovente irrilevanza). Lo stesso dicasi per l’altra terrificante messa alla prova costituita dall’episodio di Giobbe. Gesù, nel suo messaggio (e pur nello stesso amaro sacrificio del Golgota), ha liberato l’uomo anche da quest’immagine della divinità per quella di un Dio padre più amorevole, da lui chiamato “Abbà” (letteralmente “Papà”, così, più umanamente e affettuosamente).    

 

 

 

Francesco Maria Cannella

 

Lucio Zinna, Bagheria 30 giugno 2019

 

 

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