Vito Lo Scrudato, "Il primo brigante. Ascesa e declino di Don Peppino il Lombardo" (Navarra Ed.) - di Veronica Garito

Un linguaggio poetico quello di Vito Lo Scrudato che apre la scena sulla campagna siciliana, restituendoci un quadro bucolico che diventa presto teatro di scontri e rappresaglie tra le truppe italiane e i briganti di Sicilia, all’alba dell’Unità d’Italia.
Nonostante il registro poetico e mai meramente descrittivo, appare chiaro sin dalle prime pagine del testo " Il primo brigante. Ascesa e declino di Don Peppino il Lombardo" l’intento dell’autore: restituire al lettore una pagina di storia autentica e il più possibile obiettiva, sottraendola a qualsiasi visione romantica o romanzata del fenomeno del brigantaggio.
 
Il protagonista di questa cronaca storica è il fuggiasco ergastolano calabrese Angelo Pugliese, ribattezzato Don Peppino il Lombardo, considerato il primo brigante, in arte Capitano delle montagne. Attraverso le vicende narrate, ricostruite sulla base di fonti storiche e documenti d’archivio, emerge la figura di un uomo riuscito a evadere dal carcere di Castellammare di Palermo durante i tumulti legati all’unificazione del Regno d’Italia.
 
Durante una precedente fase della sua prigionia, avvenuta altrove, Pugliese aveva imparato a leggere e a scrivere grazie agli insegnamenti di altri ergastolani intellettuali. È un personaggio dalla natura complessa e contraddittoria: criminale e malfattore, ma dotato al tempo stesso di capacità di pensiero, di organizzazione e di leadership. Un profilo che contribuisce a delineare la figura del brigante non come semplice bandito, ma come protagonista di un fenomeno sociale e politico più ampio.
 
Ed è proprio qui che la vicenda individuale di Don Peppino si trasforma nella storia di un intero territorio.
 
Il fenomeno del brigantaggio permette infatti di portare alla luce aspetti storici e sociali della Sicilia spesso rimasti ai margini della narrazione ufficiale. La vicenda del brigante diventa così una lente d’ingrandimento attraverso la quale osservare la storia del latifondo siciliano, della miseria contadina, delle promesse disattese e del difficile rapporto tra la popolazione e il nuovo potere centrale.
 
Economia e ascesa del brigantaggio sembrano procedere parallelamente. L'avvento del governo sabaudo viene percepito come una frattura profonda con le tradizioni e le consuetudini locali. Le promesse rivolte ai contadini vengono progressivamente disattese; il nuovo Stato si allea con i baronati e impone un processo di piemontesizzazione, introducendo anche il servizio di leva obbligatorio, estraneo alla tradizione siciliana.
 
Una privazione particolarmente grave per le famiglie contadine, perché sottraeva forza lavoro indispensabile alla sopravvivenza. Andrea Camilleri ha efficacemente osservato come, per i siciliani di quel tempo, la leva obbligatoria potesse essere vissuta quasi come un lutto.
 
In questo clima di crescente malcontento, dentro una terra segnata dalla miseria e dall'assenza di un'effettiva presenza statale, prende forma un sistema di poteri paralleli. È il terreno nel quale si sviluppa anche la mafia.
 
La durezza del latifondo, la povertà e l'impossibilità di costruire un futuro sembrano lasciare ai contadini una sola vera via di fuga: l'emigrazione verso l'America.
 
Il brigantaggio diventa così molto più della storia di un criminale. È la storia di un paese e, in qualche misura, di una nazione raccontata attraverso una prospettiva rovesciata: dal basso verso l'alto.
 
L'autore utilizza la vicenda di Don Peppino come una lente d'ingrandimento sulla storia locale per arrivare a quella nazionale, riportando alla luce fatti oscuri, sanguinosi e poco conosciuti. Ne deriva una narrazione intrisa di conoscenza del territorio e della sua memoria, nella quale il paesaggio non costituisce un semplice sfondo, ma parte integrante della vicenda storica.
 
Il brigantaggio viene presentato come un fenomeno strutturato, dinamico e in evoluzione. Nella sua prima fase assume anche i caratteri di una rivolta contro il governo centrale. In questo vuoto di potere si inseriscono progressivamente altri soggetti.
 
I mafiosi diventano mediatori e garanti di una forma di protezione che lo Stato non è in grado di assicurare: protezione dalle forze dell'ordine, ma anche dagli stessi briganti. I picciotti si configurano così come un anello di congiunzione tra poteri diversi, tutti comunque estranei alla legalità dello Stato.
 
È importante, nella lettura proposta dall'autore, non attribuire a questa fase iniziale della mafia una funzione benevola o filantropica. La protezione costituisce piuttosto uno strumento di controllo e di potere.
 
Il brigantaggio appare quasi come uno Stato nello Stato, mentre il brigante assume i tratti di un monarca nel proprio territorio.
 
Se il brigante incarna la rivolta, il mafioso tende a ristabilire un ordine alternativo attraverso la protezione. Due forme diverse di potere che prosperano nello stesso vuoto istituzionale.
 
L'assenza dello Stato diventa così il terreno fertile nel quale proliferano gli affari malavitosi. Nell'interpretazione storica proposta dal libro, tanto il brigantaggio quanto la mafia vengono letti anche come conseguenze di un profondo fallimento del processo di costruzione dello Stato sabaudo nel Mezzogiorno.
 
L'autore allarga poi lo sguardo attraverso due importanti intellettuali siciliani, Alessio Di Giovanni e Leonardo Sciascia, utilizzandoli come punti di passaggio verso un altro capitolo doloroso della storia sociale dell'isola: quello delle solfatare.
 
Le miniere di zolfo, i minatori e soprattutto i carusi riportano alla luce una Sicilia poverissima, nella quale il lavoro minorile e le condizioni disumane di vita diventano il simbolo di una società profondamente diseguale.
 
Da questo mondo nasce anche un modello esistenziale destinato a lasciare tracce durature: la filosofia del malandrino, una figura che, trasformata nel tempo, sembra sopravvivere sino ai giorni nostri.
 
In definitiva, Il primo brigante. Ascesa e declino di Don Peppino il Lombardo non è soltanto la ricostruzione della vicenda di un uomo. È un'indagine sul fenomeno del brigantaggio condotta attraverso una lente d'ingrandimento che porta in primo piano fatti locali, episodi sanguinosi e storie rimaste ai margini della grande narrazione nazionale.
 
Sono storie buie di provincia, lontane dai fasti dei Florio e dalle immagini più conosciute e rassicuranti della Sicilia.
 
Ed è proprio questa la forza del libro: restituire la storia da una prospettiva diversa, andando a cercare ciò che è rimasto sotto la superficie.
 
L'indagine diventa così anche un viaggio nella memoria storica dei luoghi cari all'autore, una ricerca nelle profonde radici della propria terra, un tuffo nel passato quasi necessario per mettere ordine, comprendere e, forse, restituire giustizia alla propria gente e al proprio territorio.
 
Eppure, accanto alla violenza, alla miseria e alle vicende criminali, traspare un sentimento profondo per la bellezza della Sicilia più appartata: quelle montagne, quei boschi, quei paesaggi aspri che diventano testimoni silenziosi della storia.
 
È una Sicilia ritrovata, lontana dai luoghi comuni e dagli itinerari battuti.
 
Una Sicilia che il libro non vuole abbellire né idealizzare, ma ricordare.
 
E forse proprio attraverso questa memoria, fatta anche di ferite, l'autore prova a restituirle la sua voce.
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