STORIE DI EROI: IL FIGLIO DELLA PIOGGIA D’ORO – ADATTAMENTO MITOLOGICO DI GIOVANNI TERESI

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Pèrseo e la Medusa – mitologia greca – 

 

 Quanto vuole il Fato è necessario si compia; Acrìsio dovrà essere ucciso dal nipote; non è scampo.

Cominciò a piovere, dapprima leggermente, poi con maggiore intensità: era quella una portentosa pioggia d’oro, tenue sottile; l’aria mandava riflessi e luccichii. Essa coprì d’oro quella torre di bronzo, ove Acrìsio, preoccupato, aveva rinchiuso, per allontanare il terribile Fato, l’unica sua figlia, Dànae, la bellissima, dalla quale doveva nascere chi lo avrebbe ucciso.

E la pioggia d’oro continuava a scendere ed infiltrandosi tra le connessure metalliche della torre, si raccolse abbondante nella squallida cella, dove giaceva l’innocente prigioniera.

Quella pioggia straordinaria era Zeus, desideroso d’unirsi in matrimonio con la figlia d’Acrìsio. E figlio della pioggia e di Dànae fu Pèrseo, il grande eroe, capostipite di un’inclita famiglia, che vanta famosi discendenti, quali Alcmena, madre del grande Èracle.

Nacque e sbalordì il re Acrìsio ed ebbe paura: quel neonato un giorno l’avrebbe ucciso e per ciò stesso rinchiuse madre e figlio in una cassa che affidò alle onde del mare, che avrebbero dovuta inghiottirla. Ma, invece, la cassa galleggiò per molti giorni e le acque salate la trasportarono alle rive sabbiose dell’isola di Sèrifo, dove il re Polidette salvò ed ospitò i due.

Trascorse il tempo e Pèrseo passò la sua giovinezza in quell’isola.

Egli era forte e robusto da potere sicuramente affrontare qualsiasi nemico. Polidette lo temette e pensò di commettergli una missione pericolosissima: gli avrebbe dovuto portare la testa di una delle Gorgoni, di Medusa, che rendeva pietra chiunque la guardasse. Polidette alimentava nel suo cuore feroce la speranza che il giovane perisse nel compiere l’impresa. Pèrseo, però, fidente nella sua valentia e nell’aiuto degli dei, partì.

Èrmers ed Atena lo assistettero, anzi il primo gli dette una falce adamantina infrangibile ed affilatissima – con questa doveva tagliare la testa di Medusa, mortale, mentre le altre due GorgoniSteno e Eurìale, erano immortali – la seconda uno specchio con il quale guardare quella testa senza rivolgere lo sguardo direttamente; poi l’uno e l’altra lo accompagnarono dalle ninfe (Fòrcidi), da cui si fece dare ricattandole, un paio di calzari alati, una bisaccia e un cappuccio, che aveva il potere di rendere invisibili.

Così egli s’incontrò con le Gorgoni: erano orribili a vedersi, avevano le teste circondate da serpenti, zanne prominenti, smisurate, mani di bronzo artigliate, ali d’oro.

Esse dormivano; Pèrseo, servendosi dello specchio, riconobbe la testa di Medusa.

La mozzò colla falce di Èrmers. Ed ecco da quel tronco grondante sangue nacque un cavallo alato, Pègaso, che conobbe gli infiniti spazi del cielo e gli abissi delle più inaccessibili vallate; esso con un colpo di zoccolo fece sgorgare sul monte Elicona la chiara fonte Ippocrene.

Ripose l’eroe, poi, il capo troncato nel sacco delle Fòrcidi, e volò con i loro calzari, sfuggendo all’ira delle sorelle, mediante il cappuccio che rendeva invisibili.

Volò veloce come il vento sopra le nubi, attraversò paesi misteriosi, pervenne in Etiopia, dove liberò Andròmeda, che il re Cefèo, suo padre, aveva destinata – in pasto ad una bestia immonda, mandata da Posìdone a punizione della superbia della regina Cassiopèa, che s’era vantata di superare in bellezza le Nerèidi. E Pèrseo, al pari del suo discendente Èracle, difensore degli oppressi, liberò il paese dal mostro, atterrandolo con la falce di Èrmes; salvò così anche Andròmeda, che sposò. Quindi lo tramutò in pietra con la testa di Medusa Fìneo, che desiderava sposare la fanciulla da lui sottratta alla morte.

Pèrseo lasciò il paese degli Etiopi e s’incamminò verso Sèrifo, dove Polidette, che voleva sposare Dànae e che aveva tramato vigliaccamente la morte di Pèrseo, venne trasformato in pietra. Così la missione fu compiuta ed egli restituì ad Atena a Èrmes e alle Fòrcidi quanto gli avevano prestato e regalò ad Atena la tesa di Medusa, che la dea pose nel suo scudo.

Ma il Fato doveva compiersi: il re d’Argo, Acrìsio, doveva essere ucciso dal nipote: non ebbe colpa Pèrseo, fu una disgrazia; infatti, durante alcune gare, egli, lanciando il disco, colpì disgraziatamente il nonno. Così era stato scritto nel gran libro del Destino, dove mai nulla si può cancellare.

Pèrseo regnò in Tirinto, avendo lasciata Argo, e fu re saggio, accorto; prudente.

 

Teresi Giovanni

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