“Salvatore Riccobono: l’humanitas e il magistero” di Tommaso Romano

Il sessantesimo anniversario della morte di Salvatore Riccobono (Roma, 5 aprile 1958 ) nato a San Giuseppe Jato (31 gennaio 1864, figlio di Francesco e Maria Ajello, laureatosi con Giuseppe Cugino nel 1889) e sempre legato all’humus profondo della terra, delle radici, degli affetti, non deve essere concepito come un atto dovuto a colui che, essendo nato in un paese, va ricordato e quindi onorato, a partire da questo dato insieme anagrafico, familiare e di radici identitarie, pur importantissime. A tale proposito gioverà mettere in risalto che questo legame con San Giuseppe Jato ed anche con San Cipirello (ove insiste la Casa D’Alia, oggi museo archeologico, costruita dalla famiglia della moglie e Muffoletto, acquistato nel 1918 dal cognato notaro Tommaso Romano, tenuta agricola della ex colonia fondata dal Beato Giacomo Cusmano tenuta in cui pure Riccobono amava recarsi), era pure sorretto da una competenza sulle questioni agrarie, realmente singolare. Le testimonianze, le corrispondenze e i riferimenti alla terra natia, ma pure alcuni contributi tecnico–scientifici: Art.3 Legge Forestale (in “Circolo Giuridico”, Palermo, vol. XXVIII, 1897); Il Demanio della Corona e le leggi forestali (in “Rivista di Diritto Civile”, vol. V, 1913), nonché uno studio particolareggiato di ben 135 pagine, di straordinaria importanza per la conoscenza del territorio all’inizio del Novecento, dal titolo La colonizzazione interna della  Sicilia e la viabilità rurale (in Atti del congresso Agrario Siciliano, Palermo, 1918) lo dimostrano. Tale rammemorante omaggio su Riccobono può correre il rischio, infatti, di una lettura agiografica o soltanto eminentemente legata al magistero degli studi e delle interpretazioni di un autentico caposcuola e maestro del Diritto Romano e della sua storia, nonché della sua costante pregnanza sempre affermata e validamente difesa dal grande figlio della provincia palermitana; l’ evento ce lo consegna anche come uomo di universale valore, nel segno di una profonda humanitas, che connotò la sua ricerca e l’intensa, laboriosa e lunga sua esistenza.
Nonostante talune incrostazioni settarie di parte della cultura italiana di questi anni che ci separano dalla scomparsa del Maestro jatino, si può ben affermare che gli studi, il metodo, le intuizioni, le argomentazioni critiche e sempre rigorosamente scientifiche del Riccobono siano oggi un patrimonio ampiamente riconosciuto, anche se vanno evidenziate alcune rimozioni gravi in opere, ad esempio, sostenute da Enti e finanziamenti pubblici(1) o redatte da studiosi o giornalisti improvvisati e faziosi, che riducono la complessità delle biografie e delle bibliografie a vaghi e imprecisi cenni critici di parte.
Dobbiamo invece manifestare aperto apprezzamento per la considerazione riservata all’ opera e alla figura del Riccobono riconosciuta sia a livelli specialistici, sia nell’ambito della divulgazione. La fedeltà e la continuazione anche con innovazioni ma seguendone e apprezzando il metodo del magistero di Riccobono, sono state sostenute dai suoi allievi in Sicilia nel tempo e fino ai nostri giorni: da Giovanni Baviera, a Cesare Sanfilippo(2), a Lauro Chiazzese, da Biondo Biondi a Messina Vitrano, Guarnieri e da estimatori più giovani quali: Matteo Marrone, Giuseppe Falcone, Pietro Cerami, Gianfranco Purpura, Mario Varvaro.
Fra gli allievi dell’Università di Roma vanno menzionati Riccardo Orestano, Guglielmo Nocera, Adolfo Luigi Azu, Gaetano Sciascia, Adalfio Plachy. Certo, fra questi un posto principale è da riservare al nipote prediletto, anch’Egli Professore della stessa disciplina del grande zio, Salvatore Riccobono jr (Palermo 1910-2005). Di San Giuseppe Jato fu benemerito e giustamente ricordato consigliere comunale e Sindaco (avviò l’ideazione della campagna di scavi archeologici nell’antica Jato) e ha lasciato anch’egli un ricco patrimonio di testi scientifici di alto umanesimo ed anche opere letterarie, ed è vissuto a Palermo nella stessa casa in cui abitò a lungo anche lo zio. Fra i molti colleghi e amici illustri del Riccobono, oltre i palermitani Salvatore Di Marzo e Giovanni Baviera, va almeno ricordato il giapponese Thoshio Muto.
Non è compito di questo testo tracciare la portentosa architettura della scienza romanistica proposta da Riccobono senior. Affidiamo a queste pagine, per quanto essenziali, per suscitare comunque la possibilità di aprirsi a nuove indagini, ad approfondire ed attualizzare il lascito imponente riccoboniano.
Alcune lettere private, ora qui pubblicate, sono non certo determinanti, ma significative per l’esplicitazione della profonda umanità di Salvatore Riccobono, insieme alle fotografie, libri, opuscoli e documenti posseduti da chi scrive (alcuni patrimonio familiare: qui mi permetto ricordare che la moglie del Riccobono, Donna Francesca D’Alia, era sorella di mia nonna Maria, sposata con il notaro Tommaso Romano, nonché sorella del diplomatico e scrittore Antonino D’Alia (San Giuseppe Jato, 1875 - Roma, 1944), a cui è stata intestata una via a Palermo. Loro padre fu Marco D’Alia, generoso medico condotto, detto il «padre dei poveri». Altri documenti sono pure direttamente attinti da pubblicazioni o dal web e di cui si danno le doverose indicazioni di provenienza.
Altri documenti non è stato possibile, pur con la buona volontà da alcuni mostrata, mettere in evidenza e quindi pubblicare o presentare. Ma che, comunque, non tolgono o non aggiungono granché a quanto già noto e ora mostrato.
A questo punto, vorrei sottolineare alcuni aspetti della personalità del Riccobono, partendo da una affermazione di un altro grande Maestro dell’Ateneo palermitano. Bernardo Albanese (Palermo 1921 – 2004, di cui ho avuto l’onore di pubblicare con Thule, l’unica bellissima raccolta poetica Margine e centro inserita nella collana da me fondata e tuttora diretta “Oltre il sole”) che nella introduzione alle inedite Letture Londinesi del Riccobono e “secondo l’auspicio di Salvatore Riccobono jr. e per meritoria opera di Giuseppe Falcone” (a cui fra l’altro si deve un denso e completo Ricordo del Riccobono nel 120° anniversario dalla nascita edito nel 1986 negli Atti dell’Accademia di Scienze Lettere e Arti) scrisse appunto: “un’attenta lettura di queste mirabili lezioni è ancor oggi indispensabile per chi voglia tentare di conoscere sinteticamente le prospettive generali della storia del diritto romano.  Al di là della contingenza di certe polemiche, si può rilevare la permanenza della validità delle idee guida principali. E soprattutto si può conseguire facilmente, direi gioiosamente una visione d’insieme sui valori del diritto romano, anche e soprattutto per il nostro tempo. Un tempo che per alcuni versi apparentemente si allontana vertiginosamente dall’antico mondo del diritto di Roma, e che invece non può farne a meno, salvo che si voglia ridurre l’esperienza giuridica ad una pratica computerizzabile”. Si badi, le lezioni londinesi sono del maggio 1924, ancora tante Opere seguiranno dopo, specie nel cammino irto, nel secondo dopoguerra, del Riccobono, un “Genio”, come lo stesso Albanese lo definiva.
La preminenza del Diritto Romano, anche quello codificato con l’avvento del Cristianesimo, fu il faro che guidò, anche in stagioni difficilissime, come vedremo, la sapienza del Maestro. Non solo per storicizzare doverosamente il Diritto a Roma, ma per dare fondamento alla convivenza degli uomini e dei popoli, sulla base di costanti giuridiche non statiche e tuttavia ineliminabili, nello spirito e nelle grandiose norme e consuetudini codificate, pena l’età oscura e relativistica che si rivolge solo agli interessi di pochi o di minoranze, piuttosto che il volgersi all’equità e al perseguimento del bene comune dei popoli.
Ecco perché, come si è sostenuto da parte dell’allievo Riccardo Orestano, quella del Riccobono fu una Ideologia nel senso classico e imperituro da assegnare alle idee che si realizzano nell’atto del vivere civile non soltanto in dipendenza alla “dittatura del presente” e di transitoria esigenza, quanto alla naturalità non artificiosa, che dovrebbe informare la vita della polis e il diritto stesso. Inoltre va ricordato,  come fece Matteo Marrone in un  testo esemplare del 1990 (edito dall’Accademia Nazionale di Scienze Lettere  e Arti di Palermo) che “avendo ormai lo studio del diritto romano significato storico, tra i compiti che attendevano la nuova romanistica v’era, fondamentalmente, quello di ricostruire la storia interna degli istituti giuridici; e che, all’uopo un passaggio obbligato era rappresentato dalla ricostruzione della dottrina dei giureconsulti romani dell’ultima repubblica e dell’età del principato – cosiddette età preclassica e classica – in modo anche di coglierne le connessioni e gli sviluppi”. Compito a cui attese con autorevolezza Riccobono e che “seppe assolvere magistralmente” attraverso organico e sistematico svolgimento nei Digesta Justiniani ma andando oltre, come notò ancora il Marrone, “avendo notato in molti dei passi esaminati la mano dei compilatori giustinianei, si adoperò a restituirne il dettato originario sì da potere al contempo stabilire, eventualmente, le diverse dottrine, le diverse dottrine dell’età di Giustiniano e quindi, in definitiva, lo sviluppo dal I° al IV° secolo”. Così Riccobono “da una parte indicò l’esigenza della riscoperta del diritto comune, e dall’altra osservò come lo studio storico del diritto romano potesse fornire allo studioso del diritto positivo una via sicura per l’interpretazione delle norme e dei principi di derivazione romanistica tuttavia vigenti”. Il Riccobono, sottolinea ancora il Marrone, inoltre “affermò decisamente che fin dall’ultima età repubblicana, i giureconsulti romani, venuti a contatto con la superiore cultura greca ed avendone assimilato lo spirito oltre che le categorie logiche, si erano adoperati nel senso di ammodernare il ius civile antiquum attenuandone i rigori e ammorbidendone le asperità sì da superare, in definitiva, gli aspetti negativi del rigido formalismo che lo aveva dapprima caratterizzato; col risultato di ridurne sensibilmente, già durante la stessa età classica, il divario rispetto ai diritti ellenistici. Talché le dottrine giuridiche più mature che è dato riscontrare nei Digesta giustinianei – come quelle, ad es., che danno rilievo giuridico all’animus, o per cui la voluntas è detta prevalere sui verba – dovono ritenersi espressa dai giureconsulti romani (salvo a riconoscere, talvolta, che possano avere assunto nell’opera giustinianea un significato diverso da quello che avevano nel contesto genuino del giurista: cosiddetta duplex interpretatio); e le alterazioni, o interpolazioni, certamente subite dai testi classici accolti nel Digesto –e le altre che si possono rinvenire nelle costituzioni imperiali classiche raccolte nel Codex, devono ritenersi di carattere prevalentemente formale (indotte da esigenze varie di compilazione), assai più di rado di carattere sostanziale (in dipendenza ora della scomparsa dei negozi solenni del jus Quiritium ora del desiderio di adeguare i testi antichi alla mutata procedura e alle relativamente poche riforme legislative postclassiche e giustinianee). Quanto al ruolo avuto dai maestri delle scuole giuridiche bizantine pregiustinianee si deve riconoscere ad essi, più che altro, il merito di aver tenuto vivo in Oriente il culto delle opere classiche, delle quali furono ottimi conoscitori ed interpreti fedeli; cosicché Giustiniano poté concepire e portare a compimento l’impresa, altrimenti impensabile, della compilazione dei Digesta e delle altre parti del Corpus juris.
Quale fattore esterno, pure se secondario, di evoluzione del diritto privato durante il basso impero Riccobono indicò piuttosto il Cristianesimo, divenuto con Teodosio, nel 380, religione ufficiale dello Stato: al Cristianesimo Riccobono riconobbe di avere effettivamente influito su taluni settori del diritto privato; e non solo, come affatto ovvio, attraverso l’attività legislativa imperiale in materia ecclesiastica e di capacità giuridica delle persone (eretici, ebrei, etc.), ma anche ad opera di studiosi postclassici e degli stessi collaboratori di Giustiniano, i quali non avrebbero esitato ad alterare all’uopo alcuni passi di giureconsulti classici, poi accolti nei Digesta, in materia di libertà e schiavitù, e persino proprietà, crediti e debiti e comunque rapporti patrimoniali”.
La straordinaria e ricca produzione scientifica di Salvatore Riccobono (il Sanfilippo elenca 149 “scritti romanistici”, 90 corsi universitari e 90 “scritti vari”), seguace del grande e sempre venerato maestro Vittorio Scialoja, “tra i grandi nella storia del nostro risorgimento scientifico” come ebbe a scrivere nel 1942, trovò, come accennato, fondamenti dottrinali e spirituali nell’umanesimo e nel cristianesimo, intensamente professati e già espressi, fra l’altro, nelle opere: L’influenza del Cristianesimo sulla Codificazione di Giustiniano (in “Scientia”, V, 1909); in Cristianesimo e diritto privato (in “Rivista del Diritto Civile”, III, 1911); ne L’influsso del Cristianesimo sul diritto romano (in “Atti del Congresso internazionale sul Diritto Romano”, Bologna–Roma 17–27 Aprile 1933, Pavia, 1935) e ne La codificazione dell’imperatore Giustiniano (in “Annuario della Università Cattolica del Sacro Cuore” 1933–1934). Tesi espresse ampiamente da Biondo Biondi nella fondamentale opera Il diritto romano cristiano e poi da filosofi del diritto quali Giuseppe Capograssi, Sergio Cotta e Francesco Mercadante. Il Diritto a Roma, sosteneva il Riccobono nel 1942, nell’aureo testo Gli studi di Diritto Romano in Italia (“Guide Bibliografiche Giuridiche” dell’I.R.C.E., Roma, 1942), fu “la creazione veramente originale, la vocazione nazionale del popolo romano. Esso pertanto, anziché immobile, come lo vuol rappresentare pure la critica moderna, fu il diritto più evoluto della storia: si trasforma incessantemente, si sviluppa con rapidità per opera dei magistrati e della prassi, in conformità alle esigenze sociali e commerciali, nel corso della espansione e dominazione mondiale. Si sviluppa sempre in modo organico, dentro le fonti antiche tenacemente conservate, sotto la guida illuminata della grande giurisprudenza romana. Il profondo divario dei risultati (…), ha cagione evidente, dunque, nella diversa valutazione dell’essenza medesima del diritto romano classico, che la critica moderna ha voluto sminuire in maniera sconsiderata avendolo ritenuto immobile sulle sue basi arcaiche. Respinto questo giudizio, allora l’opera di Giustiniano apparisce quale essa è in realtà, la mirabile conclusione d’un grandioso sviluppo tutto poggiato sull’esperienza più matura, riveduta e controllata per di più di un millennio e tutta pervasa, alfine, dalla luce dell’etica cristiana. Perciò il diritto in essa contenuto, spogliato di tutti gli elementi arcaici, apparve con i suoi caratteri universali e poté costituire la base del diritto comune, il quale poi si trasfuse quasi per intero nei codici delle nazioni civili (…). Il diritto comune nella sua essenza è il diritto della Codificazione di Giustiniano”.
Per Riccobono, insomma, “la scienza del diritto romano è la più alta espressione del genio di Roma, l’eredità più vistosa che l’Italia ha il sacro dovere di difendere e custodire”. Certo, al lettore frettoloso e al cultore superficiale o prevenuto, il culto di Roma Alma Mater, anche nella contestualizzazione storica di quello scritto, può sembrare il frutto di una retorica compromissione definitiva con il Regime Fascista, ormai peraltro agli sgoccioli. Nulla di più inesatto.
Riccobono, infatti, sulla scia dei suoi Maestri e della esperienza di studi in Germania, questi concetti li aveva ben sostenuti e ribaditi nel lungo corso della sua fervida attività, già fra la fine dell’Ottocento e i primi due ventenni del Novecento. Basti solo scorrere le opere e verificare quanto si sostiene. Egli fu coerente anche nelle scelte politiche e in quelle di governo come Rettore dell’Università di Palermo (1908–1911) e poi Preside della Facoltà di Giurisprudenza (1921–1932), fece parte della Commissione Reale per la Riforma Universitaria istituita nel 1912 e del Consiglio Superiore dell’Educazione Nazionale. Al Comune operò come Consigliere, Assessore e Prosindaco (1917–1918), alla Provincia di Palermo come Presidente della Reale Commissione Straordinaria nel 1928 e Presidente del Rettorato Provinciale nel 1929. Operò alacremente negli altissimi consessi a cui fu chiamato, a cominciare dall’Accademia dei Lincei e dalla Reale Accademia d’Italia. Inoltre fu onorato di prestigiosissimi riconoscimenti accademici, lauree honoris causa e onorificenze(3).
Riccobono seguì la sua volontà e vocazione nell’affermazione di una primazia, che attribuiva al diritto romano, che considerò sempre come centrale modello e vivificante palestra di legalità e civiltà, anche quando subì la momentanea epurazione all’indomani della seconda guerra mondiale e la momentanea sospensione nell’Accademia dei Lincei, continuando ad insegnare, dopo il pensionamento a Palermo a 70 anni, alla Pontificia Università Lateranense di Roma, città dove visse fino alla morte. Sia detto per chiarezza: Riccobono, per quanto al di sopra rispetto alla dialettica aspra delle fazioni, ebbe una sua precisa visione, che definiremmo metapolitica. Ma non si tirò indietro rispetto ai compiti a cui fu chiamato e lo fece con fermezza, onore, dignità e coerenza, ben oltre le logiche strette dell’appartenenza.
Si veda il Manifesto programmatico elettorale con cui si candidò (documento di grande importanza, firmato il 22 settembre 1913 a sostegno della sua candidatura alla Camera dei Deputati per il collegio di Monreale e firmato da eminenti studiosi e maestri: Biondo Biondi [Professore di Istituzioni di Diritto Romano nell’Università di Perugia]; Isidoro La Lumia [Professore di Diritto Commerciale nell’Università di Perugia]; Filippo Messina Vitrano [Professore di Storia del Diritto Romano nell’Università di Messina]; Marco Modica Mirto [Dottore in Giurisprudenza]. Quel Manifesto elettorale, fuori dai canoni di propaganda anche allora vigenti, resta però un testo esemplare di presentazione dell’uomo (che si riporta a beneficio dei lettori e che non risulta allo scrivente essere stato mai riprodotto) – senza peraltro ottenere il seggio che gli spettava per i consensi, attesa la manipolazione del concorrente giolittiano – ove si può notare la grande chiarezza e superiorità etica e quindi civile con cui veniva accreditato. I molti incarichi pubblici – alcuni apparentemente distanti dalla sua vocazione, come quello di Assessore all’Annona del Comune di Palermo – lo videro fermo nelle sue posizioni anche aderendo, nell’ambito del gruppo consiliare comunale, al partito fascista, dopo la sua elezione a consigliere in altra lista nazionalista e liberale. Non fu solo un gravoso orpello, come qualcuno sostiene, quello politico che Riccobono interpretò in continuità di intenti e senza cedimenti alla basa retorica, che pure era assai in auge in quel tempo.
Dobbiamo un pubblico e sentito ringraziamento allo sforzo encomiabile di Ugo Bertocci, che ha di recente pubblicato un’esaustiva  ed obiettiva ricerca dal titolo Salvatore Riccobono il Diritto Romano e il valore degli Studia Humanitatis (G. Giappichelli, Torino, 2012), e all’approfondimento scientifico esaustivo sul medesimo tema, di Mario Varvaro (in “Index”, 42, 2014) ricco di note e precisazioni, in cui si ricostruisce l’autentica posizione ideologica di Riccobono, accanto a quella del ministro Giuseppe Bottai, in una vicenda emblematica che, come vedremo, ne fa ulteriormente rifulgere il valore e il coraggio senza per questo iscrivere, in modo non conforme al vero, Riccobono su versanti politici che in realtà non gli appartennero. Egli era anzitutto un uomo in buona fede, libero e coerente con la dottrina che propugnava, in ogni ambito dove veniva a misurarsi. Prima di esaminare brevemente le vicende che videro Riccobono protagonista in Germania, in un’epica e al contempo sottile contesa, vorrei almeno rintracciare in Giambattista Vico uno degli Autori, oltre ovviamente i tanti giuristi e gli storici, che guidarono sempre l’orientamento del Riccobono. Non il Vico di crociani e storicisti, ma il Vico interprete della storia ideale eterna che trovava compimento ideale e civile, nel cattolicesimo. Sulla linea tracciata da Antonio Rosmini.
Proprio a Berlino, in un’Aula dell’Università, Riccobono pronuncia, in latino, una fondamentale prolusione il 7 dicembre del 1942, i cui traccia programmi e presupposti della fondazione dell’Istituto Studia Humanitatis, che affronteremo subito dopo. Bene, in quel discorso, come in tantissime altre occasioni, il Riccobono apre il suo intervento con una citazione, dedicata alla giurisprudenza romana di Vico e tratta dalla Scienza Nuova, 1003: “I Romani crearono la più saggia giurisprudenza del mondo (…) ed è la cagione della grandezza romana”. Scrive a proposito chiaramente Bertocci: “E’ a Vico che si può far risalire infatti, la fondazione della scienza storico - umana, secondo un’impostazione epistemologica in grado di recuperare le componenti storiche e sociali nella costruzione della teoria scientifica considerando tutta una serie di aspetti umani non operanti secondo categorie matematiche, e tutta una serie di attività culturali non riconducibili a moduli di tipo logico , per questo sottilmente trascurate dagli studi scientifici. In modo fortemente critico, Vico aveva sottolineato come, nella sua epoca ormai unico fine degli studi fosse la verità: il che importa che noi investighiamo la natura che ci circonda, perché ci sembra certo e non la nostra natura umana che dal libero arbitrio è resa incertissima, (G.B. Vico, De mortis temporis studiorum ratione, VII). Ma se è vero che in questo campo è impossibile applicare le categorie logico - matematiche dell’evidenza e della deduzione, per Vico ciò non doveva comportare un disinteresse ma significava solo che andavano elaborate nuove categorie funzionali al diverso campo d’indagine. Al necessario e all’evidenza assicurati dalla dimostrazione rispetto al certo della natura si contrappongono infatti il probabile, il verosimile e la convinzione raggiunti con l’argomentazione “rispetto all’incerto della natura umana”. Non a caso Riccobono citerà due volte Vico, a Berlino. Ma perché ricordiamo quel discorso e la fondazione degli Studia Humanitatis, in piena guerra e alleanza fra Italia e Germania? Bartocci, come ricordato, vi dedica un libro intero a cui è bene rimandare.
Qui basterà, almeno, ricordare l’aperto dissenso di un romanista del calibro di Riccobono e di una mente consapevole del tragico errore dell’alleanza con il nazionalsocialismo e della guerra, come dimostrò essere Bottai, destituito, infatti, dopo pochi mesi dalla fondazione dell’Istituto berlinese.  
Come del resto è ampiamente riscontrabile dalle chiare pagine del suo Diario negli stessi anni in cui era ministro dell’Educazione Nazionale e successivamente. Lo scritto e il luogo in cui viene pronunciato, davanti ad alti dirigenti e docenti nazisti, l’intervento di Riccobono è da considerarsi una impresa di coraggio intellettuale e una risposta di siderale distanza rispetto alle pretese egemoniche del nuovo diritto tedesco che aveva, giustamente da quel loro terribile punto di vista, come avversari dichiarati il Diritto Romano e il Cristianesimo.
Non è un caso che il Riccobono si sia formato alla scuola di Gradenwits e del famoso Windscheid, il quale ricordava lo studioso jatino come il migliore dei suoi allievi già nel 1891 (lo sottolinea il Baviera nel suo fondamentale saggio apparso negli Studi in onore di Salvatore Riccobono nel XV anno del suo insegnamento, Palermo, 1936). Tuttavia anche in Germania, come in tante altre parti del mondo, Riccobono viene insignito di riconoscimenti prestigiosi come accademico della Bayerischen Akademie der Wissenschaften di Monaco e della Prussichen Akademie der Wissenschaften di Berlino, nonché gratificato della laurea Honoris Causa dell’Università di Göttingen nel 1937, per l’occasione del secondo anniversario della sua fondazione. La denominazione Studia Humanitatis viene ripresa dall’uso che ne aveva fatto Coluccio Salutati, nella seconda metà del Trecento, che a sua volta la riprese da Cicerone, dall’Orazione Pro Archia. Un recupero della tradizione classica e umanistica, quindi, come è sottolineato proprio da Bottai su “Primato”, la sua rivista condiretta con Giorgio Vecchietti (Gennaio 1943).
A Berlino opera ed è tramite oltre che attore dell’iniziativa dell’Istituto, il celebre professore di filosofia Ernesto Grassi (1902–1991), oltre ad Enrico Castelli (1902–1991). Essi non perdono occasione di affermare il valore formativo peculiare della cultura italiana rispetto a quella tedesca anche se, inizialmente, sotto forma di una “dialettica costruttiva”.
Oltre a Riccobono e Grassi, intervennero nell’occasione berlinese Bottai, il Ministro Rust e il prof. Sranger il quale, scrivendo il 30 dicembre 1942 alla sua collega di Amburgo Wilhelm Flitner, sottolineava che gli “amici” italiani, con la fondazione dell’Istituto Studia Humanitatis erano riusciti, divergendo in modo palese dal regime nazista, ad affermare la cultura umanistica e il diritto romano. Riccobono viene definito autorevole Lobredner des römischen Rechtes.
In effetti l’obiettivo italiano è proprio quello di affermare le specificità della cultura europea a partire dalla centralità di quella romana, da cui il prescindere sarebbe stato, a loro avviso, impossibile. Il progetto era noto e accettato da Mussolini in chiave però patriottico-risorgimentale e retorica, ad uso del regime. Mentre invece l’Istituto volle essere un riferimento scientifico ma anche etico, per una “affermazione autonoma, scientifica e non propagandistica, del pensiero umanistico italiano” come scrisse Bottai(4).
L’Istituto Studia Humanitatis nonostante la politica dell’Asse, volle affermare l’identità classica rispetto all’avanzante germanesimo che aveva nel mito nibelungico e nella filosofia idealistica, a cominciare da Goethe, Ficthe e da Hegel, i loro riferimenti fondativi insieme a Nietzsche, e nel Rosenberg e in Hitler, ma anche in Spengler, nonchè nell’assurda e antiumana teoria della razza ariana, quella teorizzazione e messa in pratica della barbarie della “soluzione finale” anti ebraica. Ecco perché l’Istituto voluto da Bottai e sostenuto anche da Riccobono già nella fondazione dello stesso, voleva affermare nella “tana del lupo”, l’alta cultura italiana e latina, rispetto alle pretese forti, arroganti e ultimative di quella nazista. “Una più forte affermazione del nostro pensiero in Germania era impossibile”, come annoterà il 13 gennaio 1942 nei suoi Diari il Castelli.
La relazione di Riccobono si intitolò De fatis iuris romani. Egli era ben consapevole, come scrive Bartocci, che “l’attacco al suo mondo era iniziato, sul piano politico, il 24 febbraio 1920 con la stesura del Programma del Partito Nazionalsocialista che propugnava, come è noto, nell’ambito del più generale propagandato “Los von Rom”, la sostituzione del diritto romano ritenuto asservito all’ordinamento materialistico del mondo, con un diritto Comune Tedesco (…).
Un atteggiamento fortemente antiumanistico che aveva antiche radici e che aveva trovato pieno riscontro nell’organizzazione degli studi: sia di quelli secondari nell’ambito dei quali l’apprendimento della lingua inglese aveva tolto spazio allo studio del latino, sia di quelli universitari ove l’insegnamento del Diritto Romano era diventato facoltativo in quanto materia di pura erudizione storica”.
Nel discorso berlinese Riccobono non usa alcune prosa propagandistica e non usa mai il termine razza, preferendo quello di stirpe che “facendo riferimento alla semplice discendenza (legata nell’esperienza romana alla gestione aperta delle politiche di conubium) rappresenta una categoria priva di pretese caratterizzazioni biologiche” (U. Bartocci). I teorici del Nazionalsocialismo, di contro, sostenevano che la giurisprudenza era un fenomeno tipico della decadenza razziale, causata anche dalla giudaicizzazione del Diritto Romano dopo Cristo, secondo il giudizio dello Schűnbauer, in particolare. Riccobono quindi non assecondò per nulla l’antisemitismo nazista, rivendicando l’originalità del Diritto Romano, poi innervatosi nel Cristianesimo. E’ così che Riccobono, già nel 1935, polemizzava apertamente con lo Spengler e con lo stesso Julius Evola definito “scrittore italiano, giornalista”. Su Spengler, in particolare, scriverà che Egli “osò affermare che: creatori del Diritto di Roma fossero Aramei. Così Papiniano, Ulpiano, Paolo. Secondo questo autore, la redazione dell’Editto Pretorio, costituisce la fine della creazione del Diritto Antico ed invece quella classica sarebbe l’epoca del Diritto Arabo iniziale; è quindi un prodotto della cultura orientale l’opera stessa dei giuristi classici. Si tratta di una favola che è semplicemente insensata. Anzitutto perché questi giuristi anche se nati in provincia, Ulpiano in Fenicia, Papiniano forse in Libia, sono per cultura romani. Così Giuliano nacque ad Adrumento, la quale città, dopo la distruzione di Cartagine, divenne la sede del governo imperiale in Africa. Ma Giuliano fu certamente figlio di un alto funzionario romano.
Questi giuristi ai quali si può aggiungere Gaio che si vuole di origine greca, ebbero cultura e spirito romano e non si distinguono affatto per la loro origine provinciale”.
Spengler infatti strumentalizzava l’origine semita di Papiniano, Ulpiano e Paolo, tesi respinta dal Riccobono rispetto all’architrave falsa della politica e cultura razziale tedesca tendente, nel cuore della controversia ad asserire, ancora da parte del Riccobono, l’universalità e umanità nonché l’attualità costante del Diritto Romano. Va anche ricordato, anzitutto agli immemori, che nella celebre rivista “Bullettino” di Riccobono, in pieno 1941. Egli accolse e pubblicò gli scritti degli ebrei epurati: Gino Segrè ed Edoardo Volterra. Tale generosa attitudine è testimoniata da Lauro Chiazzese: “Ricco di profonda e generosa umanità, si prodigò tra l’altro, in tempi assai duri, cosa che pochissimi sanno, nella solidarietà pratica e morale con i perseguitati per motivi razziali”. Un Giusto, seppur prudente come la sua indole e origine sicula gli consigliavano, date anche le evenienze ed emergenze terribili in cui si trovò a vivere in quel triste frangente storico.
La coerenza di Riccobono fu perfino riconosciuta dal grande, e controverso, giurista tedesco Carl Schmitt, vicino al regime, ma di solido impianto dottrinale. Il nodo di Gordio che opponeva Riccobono e il suo mentore Bottai, alle pretese egemoniche naziste, non era quindi solo scientifico ma bensì eminentemente politico ed etico, difendendo e tutelando non soltanto la tradizione giuridica latina, ma il fondamento umanistico e antirazzista della cultura che si universalizza attraverso il Diritto nel suo significato sapenziale e tecnico.
Antonio Mantello, autorevole studioso, ha peraltro sottolineato come “il suo Diritto Romano” non risulta modellato ad uso e consumo del fascismo, ma d’esso fascismo pare servirsi in quanto torni utile ad una superiore e tutto sommato “mistica idea di scienza romanistica”. Tale è l’idea anche del Talamanca. Non mancarono voci interne al fascismo che presero apertamente posizione contro l’indirizzo antireligioso, anticristiano e razzista del Reich, come quella dell’amico di Riccobono nonché collega e Accademico d’Italia anch’Egli, il filosofo Francesco Orestano, che nello stesso Dicembre 1942, prese netta distanza dalla politica nazista dalle colonne di “Gerarchia”, testo ripreso dai quotidiani cattolici “L’Avvenire”, “L’Osservatore Romano”, e attaccato invece su “Regime Fascista” da Evola, non immemore del suo Imperialismo pagano (che nel dopoguerra non sosterrà più). Naturalmente sia Grassi che Castelli sostennero le tesi di Riccobono.
 Ed è Castelli, inoltre, a riferire di uno scontro fra il Ministro Rust e il Riccobono al termine della seduta inaugurale dell’Istituto: Riccobono sostenne apertamente che il Diritto Germanico era fondato sul duello e non possedeva il concetto di giustizia. E’ un fatto che dopo due mesi, il 7 febbraio 1943, Bottai viene rimosso dall’incarico di Ministro, sostituito da Carlo Alberto Biggini che formalmente non sconfessò l’Istituto, in realtà lo silenziò liquidandolo. Il “cavallo di Troia”, così definito da Bottai, era stato eliminato. E forse la speranza, o meglio l’illusione, di affermare autonomia e distanza dal nazionalsocialismo. Riccobono comunque, in piena tragedia di guerra civile, restò in seno all’Accademia d’Italia, posta a Firenze e presieduta da Giovanni Gentile, in modo simbolico (si riunirà una sola volta).
Gli ultimi anni, superata l’epurazione (si ricordi l’amicizia incondizionata che in quei frangenti molti gli dimostrarono, fra cui Vittorio Emanuele Orlando), furono fervidi come sempre di risistemazione e di nuovi studi e scritti per il Riccobono, animato da vigore e passione, amore per la terra natia, amorevolmente circondato dalla famiglia, dal fedele nipote Salvatore junior, dagli allievi che, fortunatamente e ad onor loro, non lo scordarono e di cui i più giovani hanno continuato a meditarne la lezione. Scrisse giustamente Giuseppe Falcone che Egli “era un uomo semplice, modesto, frugale”.
Concludendo, ci appaiono emblematiche le parole di Salvatore Riccobono che quasi ne riassumono il pensiero e il senso complessivo: “… il Diritto è un corpo vivo del quale il divino prodigio non si palesa se non si conoscono tutte le parti di dentro che lo formano. Il contenuto essenziale del Diritto moderno, considerato nella sua sostanza di norma e dottrina, è di formazione romana. In Roma la giurisprudenza si manifestò nell’opera dei suoi artefici, la maestra e la regina di tutte le scienze; perché, nutrita unicamente dall’esperienza della vita, poté scoprire le leggi che governano le azioni umane e rappresentarne come in uno specchio le forme, le cause e gli effetti. Ed ora che per la prima volta ci si è mostrata nella sua piena luce l’opera superba della giurisprudenza classica, noi possiamo ben comprendere la forza del maestoso tronco latino, che ha potuto resistere a tutte le bufere per una serie di secoli e immettere sempre più profonde radici, e sempre gittare nuovi rigogliosi rami. Ed ora la tradizione giuridica romana deve risorgere contra il facile e sconsiderato amore del nuovo. Noi dobbiamo ritornare con maggior lena e fede al Corpus iuris, approfondire la conoscenza di esso per trarne forza e ammaestramento e andare avanti”. Parole veramente profetiche, da meditare nella babele odierna.
Non basta non coniare una medaglia che gli spettava – come io feci invece per tutti i Presidenti della Provincia che precedettero Riccobono – e azzerare così un periodo per tentare di obliare verità e grandezza di un uomo.
Il lascito di Salvatore Riccobono alla sua terra, agli studiosi, agli assertori e amanti del diritto e della giustizia, vale più di un conio.
Per questo un uomo come il Riccobono resta altissimo esempio di scienza e maturità, mentre di altri non si ricorda e non si ricorderà neppure il cognome.
 
 
 
(1) Mi riferisco alla voluminosa, di mole, Enciclopedia della Sicilia, edita da Ricci di Parma, realizzata con il concreto e decisivo sostegno finanziario della Regione Siciliana, nel 2007.
Per un rigoroso inquadramento dottrinale dell’Opera di Salvatore Riccobono, oltre agli Autori che se ne sono nel tempo e anche successivamente autorevolmente occupati, va certamente ricordato, come pietra miliare, lo studio ampio che gli dedicò il Professore Giovanni Baviera (Modica 1875 – Palermo 1963), ordinario nell’Università di Palermo, di cui fu Rettore dal 1943 al 1950, deputato liberale dal 1919 al 1923, nel primo dei volumi Studi in onore di Salvatore Riccobono progettati il 20 giugno 1929 dalla Facoltà Giuridica di Palermo e sostenuti da un Comitato formato dai più illustri romanisti di tutto il mondo sotto la Presidenza illustre del Maestro Vittorio Scialoja, volumi che videro la luce nel 1936.
 
(2) Cesare Sanfilippo, professore ordinario a Catania, scrisse testualmente del Maestro: “… l’apporto da Lui dato ai nostri studi è paragonabile solo a quelli di quei pochi che hanno impresso una svolta decisiva alla evoluzione della Scienza: a quella di un Cartesio, di un Galileo, di un Volta, le cui scoperte non sono certo citate, ma presupposte in ogni moderna indagine di filosofia, di astronomia, di fisica”.
 
(3) Dopo avere insegnato (1895 – 1897) all’Università di Camerino Riccobono fu chiamato all’Università di Sassari (1897) e successivamente a Palermo dove insegnò ininterrottamente fino al 1932, fondando il più importante centro romanistico del tempo. Nel 1932 fu Professore Ordinario all’Università di Roma fino al 1936 e quindi Professore Emerito. Dopo il pensionamento, le celebrazioni e i volumi pubblicati in Suo onore dedicatigli, fu chiamato a insegnare a Roma al Pontificio Institutum Apollinaris, oggi Pontificia Università Lateranense, fino a tarda età. Oltre alle Università e Accademie che poterono gloriarsi della sua presenza, già ricordate nel testo, fu membro della Reale Accademia di Scienze Lettere e Arti già del Buon Gusto di Palermo (1910); Società Reale di Napoli (1923); Doctor honoris causa of Civil Law della Università di Oxford (1924); Doctor honoris causa dell’Università di Wilno (1932), membro della Reale Accademia d’Italia (1932); Accademia della Scuola di Bologna; Socio prima Ausiliario (1929) e poi Nazionale della Reale Accademia dei Lincei (1935-1946); della Reale Accademia Pontaniana di Napoli (1925); della Reale Accademia Torinese (1933); del Regio Istituto Ateneo Veneto (1932); dell’Accademia di Cracovia (1932); di Praga (1937); di Berlino (1939); di Parigi (1939); di San Louis (1940); di Bucarest (1942); di San Tommaso (1956).
Nel 1928 fu invitato a tenere un corso di lezioni alla Catholic University of America di Washington, ove fu fondato in suo onore il “Riccobono Seminar of Roman Law”, di cui Egli fu nominato Magister ad Vitam.
Succedette a Vittorio Scialoja nella direzione, quale Segretario Perpetuo, del “Bullettino dell’Istituto del Diritto Romano”, la più antica e prestigiosa rivista romanistica italiana, fondata nel 1888. Fra le onorificenze ricevute, fra quelle a noi note, Grand’Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia e Commendatore dell’Ordine di San Maurizio e Lazzaro. Tenne inoltre numerose memorabili Conferenze nell’ambito della Biblioteca Filosofica di Palermo, di Gentile e Giuseppe Amato Pojero, dal 1912 al 1936.
 
(4) Riccobono fu Assessore nel 1924, in occasione della visita di Mussolini a Palermo (su cui ha scritto una ampia e notevole monografia storico-documentaria il professore Giuseppe Tricoli per l’ISSPE). All’Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici e alla rivista dello stesso “Rassegna Siciliana di Storia e Cultura” la lezione dei Riccobono, senior e junior, è sempre stata ritenuta importante, partecipando Salvatore junior al consiglio scientifico della “Rassegna”, e collaborandovi dalla fondazione alla morte. È molto bella e dimostra la libertà etico-politica, ancora una volta, di Salvatore Riccobono senior, quanto Egli ebbe a scrivere al Sindaco di Palermo Giuseppe Lanza dei principi di Scalea, dimissionato con l’intero Consiglio di cui faceva parte lo stesso Riccobono nel 1924, dal Direttorio fascista: “Sapevamo già tutti che forze contrarie operavano ogni giorno contro l’Amministrazione, ma il successo della medesima non era prevedibile. Contavamo ad ogni buon fine sul buon senso dei più; perché la inutilità di un mutamento, nel mutamento attuale, per l’interesse della città era evidente a tutti. Ella peraltro può guardare con serenità tutti questi avvenimenti, perché Ella ha compiuto durante quattro anni il suo dovere con uno zelo e una tale abnegazione da rimanere nei fasti del nostro Comune designato come un amministratore esemplare.”. Riccobono farà comunque parte della “Lista Nazionale”, per le elezioni amministrative di Palermo del 1925.
 
 
OPERE CONSULTATE DI SALVATORE RICCOBONO
 
La teoria del possesso nel diritto romano, in “Archivio Giuridico”, vol. 1, 1894.
La destinazione del padre di famiglia in diritto romano, in “Rivista Italiane per le Scienze Giuridiche”, vol. XXI, 1896.
L’insegnamento del diritto nelle Università della Germania, in “Rivista di Storia e Filosofia del diritto, Palermo, vol. 7, 1897.
Introduzione allo studio del diritto romano, Palermo, 1907.
Dal diritto romano classico al diritto moderno, in “Annuali del Seminario Giuridico della R. Università di Palermo”, voll. III – IV, 1917.
Dal diritto romano classico al diritto moderno, Palermo, V, 1917.
La funzione del ius civile e del ius praetorium in unico ordinamento, “Archiv für Rechts und Wirtschaftphilosophie”, XV, 1922.
La fusione del jus civile e del jus prætorium, Palermo, 1923.
Fasi e fattori dell’evoluzione del diritto romano, i “Mélanges”, G. Cornil, Gand, 1926.
Fasi e fattori dell’evoluzione del diritto romano, Palermo, 1926.
Punti di vista critici e ricostruttivi, Palermo, 1928.
Introduzione allo studio del progresso delle scienze giuridiche in Italia negli ultimi cento anni, in Un secolo di progresso scientifico italiano: 1839–1939, Società Italiana per il Progresso delle Scienze, Roma, 1929.
La formazione di uno jus novum nel periodo imperiale, Palermo, 1929.
Nichilismo critico e storico nel campo del diritto romano e medievale, in “Annuario della R. Università di Palermo”, 1929-1930.
Punti di vista critici e ricostruttivi, Palermo, 1929.
La formazione della teoria generale del contractus nel periodo della giurisprudenza classica, Palermo, 1930.
Lineamenti della dottrina della rappresentanza diretta in diritto romano, in “Annali del Seminario Giuridico dell’Università di Palermo”, 1930.
La verità sulle pretese tendenze arcaiche di Giustiniano, Milano, 1931.
Il diritto dello spazio aereo secondo il diritto romano, in “Rivista del Diritto Aeronautico”, 1932.
Commemorazione di Vittorio Scialoja Presidente dell’Accademia, Reale Accademia Nazionale dei Lincei, Roma, 1933.
L’opera di Pietro Bonfante, in “Rivista di Diritto Penale”, n. 4, 1933.
Per l’istituzione della cattedra di Diritto Romano Comune, (lettera aperta a Giorgio Del Vecchio, Preside della Facoltà di Giurisprudenza della R. Università di Roma), in “Archivio Giuridico”, vol. XXVI, 1933.
L’importanza e il decadimento delle forme solenni nel mondo romano, Roma, 1935.
La codificazione di Giustiniano e la critica contemporanea, in “Annali della R. Università di Macerata”, vol. X, Tolentino, 1935.
Mos italicus e mos gallicus nella interpretazione del Corpus Iuris Civilis, in Acta Congressus Iuridici, Roma, 1935.
Pietro Bonfante. Commemorazione letta il 13 gennaio 1935 – XIII nella Reale Accademia d’Italia, Roma 1935.
La teoria dell’abuso di diritto nella dottrina romana, in “Bullettino dell’Istituto di Diritto Romano”, XLVI, 1939.
Revisione del concetto di proprietà, Società Italiana per il Progresso delle Scienze, Roma, 1940.
Res Gestae Divi Augusti (a cura di, con N. Festa), in “Acta Divi Augusti”, Roma, 1945.
Jus est ars boni et aequi, in “B.I.D.R. – Vittorio Scialoja”, vol VII, 49 – 50, Giuffrè editore, Milano, 1947.
Lineamenti della storia delle fonti e del diritto romano, Milano, 1949.
Il problema attuale più arduo della storia del diritto romano, in “Responsabilità del sapere. Rassegna internazionale di cooperazione e sintesi”, anno VII, vol. 33-34, 1953.
Digesta Iustiniani Augusti (a cura di, con P. Bonfante, C. Fadda, C. Ferrini, V. Scialoja), Milano, 1908 – 1931; ristampa Milano 1960.
Quasi-Contratto. Diritto Romano, in Novissimo Digesto Italiano, UTET, Torino, 1966.
Fontes juris Romani antejustiniani, Firenze, 1909, 2° 1941, ristampa 1968.
Letture Londinesi (maggio 1924). “Diritto romano e diritto moderno”, a cura di Giuseppe Falcone, con una premessa di Bernardo Albanese, Università degli studi di Palermo, “Annali del Dipartimento di Storia del Diritto”, G. Giappichelli editore, Torino, 2004.
 
 
 
 
 
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