Nino Agnello cantore della Vita in “Per sopravvivere al silenzio”

di Giuseppe La Russa
 
L’ultima opera di Nino Agnello –autore estremamente prolifico e di ormai consolidata posizione nel panorama letterario – pare una perfetta summa della sua produzione: Per sopravvivere al silenzio – questo il nome scelto dall’autore per la sua ultima creazione – porta davanti ai nostro occhi temi e percorsi, letterari e di vita al contempo, che hanno accompagnato lo scrittore agrigentino durante i suoi anni. Nel testo edito da Thule nel 2012 si vedono trascinati sulla scena quelli che dell’opera di Agnello sono stati i cavalli di battaglia, come l’amore per la classicità greca e latina, l’ideale greco della metriòtes, la capacità e la forza dell’intraprendenza, quest’ultima che riprende un romanzo molto riuscito dello stesso autore, La casa con gli archi, dove il protagonista sfida uomini e cose per raggiungere il suo scopo di aprire un grande negozio di alta moda.
Il libro in questione, Per sopravvivere al silenzio, appunto, è un continuo ricordo, un riportare alla mente fatti e persone che nella vita del protagonista-scrittore hanno avuto un peso sostanziale: ma, e qui sta la forza del testo, non si tratta di semplici aneddoti biografici che si racchiudono in se stessi e che dentro il piccolo cerchio del racconto si esauriscono, ma si tratta di esperienze di vita, semplici, quotidiane, comuni, in cui il lettore può leggervi le proprie. Il punto a cui certamente Agnello vuole tendere è far capire che un autore, anche se nella scrittura immerso in una realtà, forse, sublimata e astratta, per arrivare a quell’atto dello scrivere ha dovuto vivere momenti come quelli di ogni uomo, ha dovuto “sporcarsi le mani”, ha dovuto toccare con mano la vita.
Ora, perché questa presenza del silenzio (concetto chiave, a dire il vero, nell’opera di Nino Agnello) e perché sopravvivere ad esso? A questa domanda bene ci rispondono Tommaso Romano che cura la prefazione, e l’autore stesso nella premessa al suo libro. Leggiamo quanto proprio l’autore ha da dirci: «Come disseppellire i ricordi? Come far vivere con noi persone care e conosciute, scomparse e forse da tutti dimenticate? Con la scrittura, io potevo farlo solo con la scrittura. E così vennero di getto i brevi racconti, diciamo così, familiari, e poi quelli che chiamerei profili. Ricordi di una vita vissuta, comunque, fatti e persone che sono stati e sono ancora legati alla mia attività letteraria e più in generale al mio amore per la cultura, per la conoscenza e per i buoni rapporti umani». L’amore per la cultura è poi uno snodo essenziale, perché la vita di Nino Agnello è stata una “Vita per Omero”, per parafrasare una sua raccolta di racconti, una intera esistenza dedita allo studio e contrassegnata dalla fede per l’arte, un valore assoluto, purché non sia quella che «ubbidisce a esigenze di mercato, ma quella che mira a nobilitare l’uomo nella sua interezza e qualità interiori, quella che non dimentica il passato mentre che si proietta nel futuro. L’arte del bello e del buono come pensavano i greci antichi, dello spirito e delle virtù. L’arte dell’amore, tutto sommato».
Così, ogni parola, in quest’opera, diventa segno e un segno «è una parola vera che durerà nel tempo», scrive Tommaso Romano nella prefazione: la parola è manifestazione del profondo, continua ancora il direttore di Thule: molto vicino, in ciò, ad Ungaretti, autore che Nino Agnello ama visceralmente. Ogni parola è mistero e ad esso ci apre, è cerniera tra passato e presente e sbalza al futuro, quel futuro che in quanto probabile, eventuale, può generare angoscia, ma che è bello scoprire passo dopo passo, vivere con tutta l’umanità che si ha in corpo, con tutto il bagaglio di paure e trepidanti attese che la nostra natura ci ha dato in dote. Questo è stato il viaggio di Nino Agnello, un assaporare passo dopo passo, senza mai cedere all’inerzia, con forza ed intraprendenza e ogni ricordo, ogni parola sono segno vivo di un’esperienza che è di uno, ma che schiude al lettore l’universale bellezza della vita.
 

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