Nicola Romano, “D’un continuo trambusto” (Ed. Passigli)

di Ester Monachino
 
 
In novanta poesie, intera infusione d’Anima. Noi, quella di Nicola Romano, che già da tanto tempo conosciamo come appassionata, lucidissima e potentemente sincera, la ritroviamo nel nuovo volume di versi “D’un continuo trambusto”, con i tipi di Passigli Editori e con l’acutezza prefattiva di Roberto Deidier.
Continuare, ricominciare, testardemente in poesia, con evidente irrequietezza, con disincanto verso gli ingannevoli “assurdi e urticanti” (pag. 84) momenti traduttori di un mondo, di una città, oscillanti tra insincerità, dolenze, crudeltà contrapposte  a  quelle valenze positive spesso arginate tra le mura spesse delle utopie: questo, a primo impatto di sguardi lettori.
Riflette, Nicola: “…assurdo viver da poeta” (pag. 11); assurdo, ma procede, tra versi e vita connaturati in una non scindibile quiddità essenziale; procede con uno sguardo a sé e uno all’alterità sempre facendosi dettare dall’essere “poeta”, da quel codice di dare in versi quel non codice misterioso e autentico che è Anima; mettendo in disparte quel sé “diffidente e guardingo” ( pag. 40) per cercarsi e raggiungersi.
Dicotomie nel percorso? Invero, la modulazione dei quadri poetici indicatori dei lucidi disfacimenti delle certezze interiori, dei tremori della vita divenuta frammento, “rami divergenti” (pag. 13), non permane signoria di dettato. Per sguardo di cuore attento, non è che immagine riflettente superficiale.
La profonda natura è corpo di cristallo divenuto prisma interiore che rifrange una luce che si esempla nel dipanarsi meraviglioso dei versi: talvolta in occultamento sotterraneo ma certamente decifrabile,  talvolta palesemente, con musica di metafore lampanti, con canto connaturato al verso che già in se stesso colloquia (vedi pag. 74) con Anima positivamente gravida.
Più di ogni altra cosa è virulento l’Amore. Nicola non può sottrarsi a quest’alta marea in metafora di luce: non importa se in incognita d’ombra, se a mezza luce (pag. 67), se a “gocce di luce/ sull’alloro” (pag. 69), se in esplosione plenaria di luminosità tanto da poter ammettere “sono stato carne ed universo” (pag. 69), e ancora “ho abitato/ i vicoli più dolci della luna” (pag. 43).
Rilevante sensibilità è leggibile nelle diciotto poesie della sezione titolata “Supponenze amorose”. Qui, tratti malinconici, il sentore della caducità temporale d’ogni cosa rafforzano il segno poetico senza mimetizzarsi ma dandosi pienamente alla perenne dimensione dell’impermanente. Ma nella permanenza dell’Amore.
Particolare attenzione va alla poesia “Primogenito”, intensa vita che nutre la Vita, possente nella liricità versificatoria, splendida a dire l’inesprimibile, a fondere meraviglie nello sguardo sovrano dell’Amore:  “…quanta allegria/ di cieli sovrapposti/ scese sulle lenzuola/ ricamate a mano/…Immaginare non so/ di quella notte/ il fuoco e la passione/ e intanto acceso/ resta quel calore/ che forse ancora/ porto nelle vene”  (pag. 22).
Permangono quelle vene, Nicola, semprenate in poesia, nutrite di poesia. Come dire: “con la luna nelle vene” (pag. 59), ovvero corpo cosmico universo.
 

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