L’anima “cosmopolita” di Germain Droogenbroodt – di Maria Nivea Zagarella
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- Category: Scritture
- Creato: 16 Ottobre 2026
- Scritto da Redazione Culturelite
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Una figura di poeta un po’ fuori dei canoni è quella di Germain Droogenbroodt che ha radici di amicizia e trova fonti e luoghi di ispirazione solitari e fascinosi in tutti e cinque i continenti. Originario delle Fiandre, Germain Droogenbroodt è nato in Belgio a Rollegem nel 1944, ma dal 1987 risiede in Spagna ad Altea, una città sulle rive del Mediterraneo amata da lui alla pari del lago di Como e dell’Italia, che restano -come afferma in una intervista del 2022- il suo primo e più grande amore, scoperti e visitati in giovinezza per suggestione letteraria del viaggio di Goethe in Italia (1786/1788) e della sua poesia/canto Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?, inserita nel romanzo del 1795 Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister : <<Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?/ Brillano tra le foglie cupe le arance d’oro,/ una brezza lieve dal cielo azzurro spira,/ il mirto è immobile, alto è l’alloro…>>. Grande viaggiatore sin da giovane e da sempre curioso di altri paesi e culture, dall’Europa all’Estremo Oriente (ove è tornato innumerevoli volte) al mondo latino-americano, Droogenbroodt, che nella sua modestia e umiltà ama autodefinirsi secondo una frase di Confucio:<<Sarò uno studente per tutta la vita>>, è un poeta “cosmopolita” nell’anima, oltre che traduttore, editore e instancabile promotore di poesia a livello internazionale. Consapevole che la Poesia -come dice- è una delle ultime espressioni d’arte non commerciali rimasteci, ha fondato la casa editrice POINT (POetry INTernational) con l’esplicito obiettivo di fare qualcosa, anche se è troppo poco essendo la poesia (sottolinea) troppo debole per cambiare il mondo, per una società “più umana”, e proprio attraverso la traduzione e pubblicazione di poeti e poesie da tutto il pianeta. Proposto per il premio Nobel per la letteratura nel 2017, Droogenbroodt è un poliglotta conoscitore, oltre che del fiammingo sua lingua madre, del francese spagnolo tedesco inglese italiano, e autore di adattamenti pure di poesia araba, cinese, persiana, giapponese, coreana. Nella sua illuminata prospettiva umanistica non è soltanto organizzatore e collaboratore di Festival internazionali di poesia, ma anche curatore (e naturalmente traduttore) del progetto online “Poesia senza frontiere” che con cadenza ciclica, prima settimanale, ora bimensile, da decenni pubblica e traduce in trenta lingue poesia moderna di ogni angolo del mondo, tessendo “ponti” linguistici culturali spirituali così necessari in questo nostro “villaggio globale”, lacerato oggi da guerre interminabili, vistose disuguaglianze economiche, contrapposizioni ideologiche, risorgenze autoritarie, e pretestuose divisioni religiose che alimentano pericolosi rigurgiti xenofobi e/o razzisti.
La sua visione planetaria, in cui armonicamente “dialogano” cultura e spiritualità occidentali e culture e spiritualità orientali (induismo, taoismo, filosofia zen), si coglie con particolare evidenza e si dispiega con particolare chiarezza e naturale semplicità in due sue recenti raccolte di poesia, Il cammino dell’esistere (2022) e Riflessioni poetiche (2026), organica prosecuzione quest’ultima del libro precedente, anche se con una nota più accentuata di perplessità e inquietudine per il crescente degrado delle nostre società. La poesia “Riconoscimento” della silloge del 2022 fa da manifesto teorico al suo multiculturalismo: << Impilati sullo scrittoio stanno i libri/ multicolori, grandi e piccoli, sottili e spessi,/ poesia da tutto il mondo./ Quiete le parole stanno in attesa/ di essere riconosciute, accettate,/ distinte e diverse,/ libere di essere sé stesse.>> Un progetto -come si vede- di riconoscimento/accettazione/integrazione che, pur nelle rispettive diversità, lega sulla base della comune radice umana e di bisogni, attese, “intuizioni” poetiche, obiettivi altrettanto comuni e universali. Temi ricorrenti della poesia di Droogenbroodt sono il binomio inscindibile ombra/luce, notte/alba, autunno/primavera; la fuga del Tempo; l’effimero della vita umana (metaforizzato nell’andare e venire delle onde, delle nuvole, del vento); il Mistero invisibile e insondabile; la Morte, appuntamento né riprogrammabile né cancellabile, e la sua “ultima” solitudine, che è stata resa più “gelida” dall’isolamento determinato dall’epidemia di Covid-19 (non una parola d’amore/ nessun caldo abbraccio./ Solo il tempo,/ un rubinetto che perde, ticchettando./ Nessuno bussa alla porta…nessuno, tranne la morte). L’inchiesta inoltre sulla natura dell’anima (“anima” o “mente”?); il resistere del passato nei ricordi (un vaso vuoto…[è] il ricordo/ del presente/ di un fiore… una sedia vuota… più di una sedia/ ma il ricordo di una persona cara…); “l’essenza” dell’atto poetico, che sperimenta/ il più profondo dell’essere, e con la torcia della parola illumina/ ciò che era notte e oscurità; e ancora, “l’ascolto” del silenzio:<<Non tutti gli echi -scrive-/ sono uguali/ e scompaiono./ E non sono quelli più forti/ a durare più a lungo./ Solo il riverbero/ del silenzio persiste/ e non si estingue>>, e già nella raccolta del 2022 si leggeva: <<Ascolta il silenzio,/ finché il silenzio stesso/ non rompa il suo di silenzio/ e parli con parole/ che solo il silenzio sa/ pronunciare>>. Tutto ciò espresso in testi brevi ed essenziali, appena sussurrati, ma intensi e profondi, soprattutto là dove si alza l’inno alla Vita (“una meraviglia“ il battito del cuore che si ascolta nella parte più nascosta del proprio essere ) o alla generosa bellezza della Natura: <<Il bocciolo che si schiude/ e rallegra l’occhio dell’uomo/ non chiede nulla in cambio,/ senz’altro scopo/ si dona come fiore/ e come fiore/ muore in bellezza>>, Natura che offre all’individuo moniti di perenne saggezza: <<Anche quando il fiore di un giorno/ dura un giorno soltanto/ non fa cordoglio né si addolora,/ ma dona la sua bellezza,/ -che dura un solo giorno/ tutta la sua vita>>, perché -riflette Droogenbroodt nella poesia “La Meta”- il percorso dell’esistenza non ha una meta,/ la meta è il percorso stesso.
Ma l’uomo/polvere, che nella sua arroganza pretende di sapere più di quello che sa e che invano la lava incandescente e la cenere grigia di una eruzione (poesie “Eruzione vulcanica” e “ Vulcano”) richiamano alla sua impotenza e limiti costituzionali, ha sconvolto, “disturbato”, la natura, scavando anno dopo anno un abisso forse irreversibile ai danni delle generazioni future (“E rimarrà/ -come in passato-/ ancora un’arca/ o solo un nulla/ che non conosce fine?”) fino al punto che -immagina paradossalmente il poeta nella poesia “Precauzione” - timorose la luna stessa e le stelle giorno dopo giorno… abbracciano la notte/ affinché la loro bellezza/ non vada perduta per sempre/ a causa dell’avidità smodata/ della contaminazione (appunto)/ dell’uomo. Uomo che continua a massacrare e opprimere i suoi simili: <<Albeggia,/ ciò che una volta era oscuro/ si dissolve senza lasciare traccia nella luce,/ come se altrove non fosse il regno dell’oscurità e della disperazione,/ come se altrove non vi fossero persone/ che invano aspettano la luce>>. Il riferimento è a guerre a tutti assai note (in Afghanistan, Siria, Ucraina, Gaza, Africa…) e alle masse di poveri la cui sete inestinguibile di giustizia è -rimarca l’autore- ancora più grande della sete del deserto. E se nel Cammino dell’essere nella poesia “Metamorfosi” osservava che il serpente non fu scacciato/ dal paradiso terrestre./ E’ rimasto lì tutto il tempo./ Si è moltiplicato/ e camuffato da essere umano, e nella poesia “Paradiso terrestre” aggiungeva <<Il paradiso terrestre non è andato perduto./ Nei secoli ha continuato ad esistere, ma non per tutti>> in queste Riflessioni poetiche in cui sono più frequenti stilemi d’ombra, quali “cielo grigio”, “nuvole grigie”, ”giorni vuoti”, “polvere e cenere”, “mare color mercurio”… la pioggia è più spesso assimilata al “pianto” del cielo per la brutale violenza, insensata sofferenza, eccesso di disumanità messe in atto dagli uomini. Le gocce trasparenti d’acqua sono le lacrime/lutto dei sofferenti, dei poveri, degli affamati del mondo che picchiano invano ai vetri delle finestre chiuse e fredde di chi vive vite ricche e abbondanti (i vari Musk, Zuckerberg, Bezos, ma anche i vari Trump, Bolsonaro… cui il poeta dedica la sua rielaborazione della nota poesia di Paul Celan “Fuga di morte“ sullo sterminio nazista degli ebrei). Ad essi e a tutti i loro consimili, despoti e capitalisti, Droogenbroodt, prendendo spunto da un frase dell’argentino poeta e mistico Hugo Mujica, ricorda che l’abbondanza della ricchezza è “il raccolto” di sfruttamento, egoismo, avidità/avarizia, e in alcuni testi si lascia andare a un riflessione sul ”libro” della storia umana che, accanto a secoli di illuminismo nell’arte e nell’umanità, descrive purtroppo ripetutamente/ anche momenti di disastro/ e di insopportabile sofferenza umana/ la cui ombra è più grande/ della luce, come nei tempi odierni.
E nel confronto sotteso fra valori e disvalori, fra presente e passato, cioè tutta la precedente bellezza creata dall’uomo sulla terra in termini di belle costruzioni, sculture, capolavori di musica e di parole, fissati nella pietra, sulla pergamena e sulla carta, quando si chiede, nella poesia “Cosa rimarrà”, quale traccia resterà del nostro oggi alle generazioni di domani, conclude inquieto e deluso:<<Cos’altro/ se non costruzioni di cattivo gusto,/ inquinamento dell’acqua e dell’aria,/ l’avidità del presente. E quanto al colpevole squilibrio oggi fra Natura e artefatti umani (eccesso di beni consumistici e di oggetti tecnologi, e delirio/contesa per il potenziamento dell’Intelligenza Artificiale) Droogenbroodt, mentre, sviluppando una frase del filosofo cinese Zhuangzi invita a una sana (rigenerata) umiltà cosmica (Non vivere la notte come mancanza/ ma come riposo e rigenerazione/ della luce./ Accetta non solo l’insondabilità/ del cosmo/ ma anche i limiti dell’uomo,/ liberandolo dall’autoillusione), offre alla meditazione dei lettori quattro testi particolarmente significativi, la cui “provocazione” passa ora attraverso bruschi e inquietanti interrogativi, ora attraverso immagini di struggente, indicibile, bellezza naturalistica. Nel Cammino dell’essere in rapporto all‘identità minata del soggetto conformato dall’uso/abuso di smartphone, social, chatbot, si chiede: Un chip, impiantato nel cervello,/ offrirebbe più saggezza/ o ancora più cecità e indottrinamento? e in Riflessioni poetiche chiude il suo volumetto con la poesia “Intelligenza Artificiale”, prospettando un cedimento/sconfitta dell’ ”umano” e la sua metamorfosi in “macchina”:<< I nostri occhi vedranno presto/ ciò che loro vedono?/ I nostri cervelli/ continueranno a pensare ciò che pensano?/ Continueremo noi a essere/ quelli che siamo?>>. E quanto alla rottura del rapporto armonico con la Natura, nel testo “Accecante” contrappone la massa di “cose” senza autentico “valore”, di cui ci siamo circondati e che ci stordisce e abbaglia proprio perché prive (sic!) di valore, alla rosa, “delizia” invece dello sguardo, la cui bellezza non acceca/ proprio come il canto dell’usignolo/ non assorda l’orecchio, e nella poesia “Esemplare”, che già nel titolo porta la sua chiave di interpretazione, tornando sulla rosa, scrive:<<Nel corso dei secoli/ la natura si è dispiegata/ per la gioia dell’uomo, una panoplia di bellezza./ Affascinata e innamorata/ dello splendore della rosa,/ una farfalla le volteggia intorno/ la abbraccia e la bacia,/ non la mutila>>, a differenza dell’uomo! E valga a sintesi di quanto detto fin qui, contro tutto lo stordimento/abbaglio consumistico e ipertecnologico e la depersonalizzazione di social e AI, e per tutte le incalcolabili migliaia di vittime di guerra, migranti, rifugiati, l’immagine/simbolo del corpicino annegato del bimbo siriano Aylan, accarezzato dalle onde sulla riva solitaria mentre spuntano/ ancora tremolanti/ i primi raggi di sole” (ma per lui l’alba non trova né vita né speranza) per interrogarci e capire quanto, in una sempre più generalizzata indifferenza e insensibilità, siamo già collettivamente precipitati dentro l’inumano.
Tuttavia, poiché non c’è notte senza alba, anche se ci siamo autoridotti a mendicanti con le mani vuote, pericolosamente senza strada “ulteriore” e senza una direzione, per Droogenbroodt non bisogna rinunciare a cercare, come i funamboli, nuovi equilibri e la speranza, a somiglianza degli uccelli della poesia “Tempi difficili”, che con titolo diverso e leggerissime varianti ripropone il testo che già chiudeva il Cammino dell’essere: sebbene l’inverno e il vento gelido abbiano spogliato gli alberi delle foglie, riparo e protezione degli uccelli che tremano ormai di freddo, “quelli” continuano a cantare, perché anche loro -come il poeta- continuano a sperare nella possibilità di tempi migliori.




