"Il Maxiprocesso oltre il mito: la lezione di Falcone e la nascita della Superprocura" di Pasquale Hamel
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- Category: Scritture
- Creato: 29 Settembre 2026
- Scritto da Redazione Culturelite
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Ci sono libri che tornano su una vicenda conosciuta per aggiungere qualche dettaglio alla memoria. E ce ne sono altri che provano a cambiare la prospettiva dalla quale quella vicenda viene guardata. Dal maxiprocesso alla superprocura. Tra storia e cronaca di Francesco Cangialosi, pubblicato da Libridine nella collana «Documenti», 224 pagine, sembra appartenere soprattutto alla seconda categoria.
Il punto di partenza del volume è il Maxiprocesso di Palermo, ma l'obiettivo non è fermarsi alla sua dimensione ormai quasi leggendaria. Il libro guarda a ciò che quel processo ha rappresentato per le istituzioni, per la cultura giudiziaria e, più in generale, per l'idea stessa di come lo Stato dovesse organizzare il contrasto alla criminalità mafiosa.
È una prospettiva importante, perché il Maxiprocesso rischia continuamente di essere trasformato in un monumento della memoria: Falcone, Borsellino, il bunker, i grandi numeri, le dichiarazioni dei collaboratori, la sentenza. Tutto vero, naturalmente. Ma la storia non coincide con il monumento che ne rimane. Cangialosi prova a riportare quella vicenda dentro la concretezza del lavoro giudiziario.
La macchina del processo
Il Maxiprocesso fu anzitutto una macchina gigantesca che doveva funzionare. Centinaia di imputati, una quantità enorme di materiale probatorio, collegamenti criminali che attraversano territori e vicende differenti: il problema non era soltanto dimostrare l'esistenza e la forza di Cosa nostra, ma costruire un procedimento capace di reggere fino alla decisione finale.
Il libro sottolinea le 350 udienze, dal 10 febbraio 1986 al 16 dicembre 1987, e soprattutto la funzione svolta da Alfonso Giordano, presidente della Corte d'assise. Cangialosi opportunamente, insiste sulla sua capacità di mantenere la continuità del dibattimento e l'equilibrio fra le parti, in una stagione nella quale l'eccezionalità dell'evento rischiava continuamente di trasformarsi anche in eccezionalità mediatica.
È una scelta tutt'altro che secondaria.
La storia del Maxiprocesso è stata raccontata soprattutto attraverso i magistrati dell'accusa e il pool antimafia. Restituire spazio al presidente della Corte significa ricordare che la risposta dello Stato alla mafia non si esaurisce nell'attività investigativa. C'è un momento nel quale l'indagine deve diventare processo, la prova deve essere discussa, le parti devono confrontarsi e un collegio deve decidere.
In questa prospettiva Giordano assume quasi un valore simbolico: quello della normalità della giurisdizione dentro un evento straordinario.
Ed è forse proprio questa normalità, più della retorica dell'eroismo, a spiegare la forza del Maxiprocesso.
La lezione di Falcone senza appartenenze
Il cuore civile del libro sta però altrove. La vicenda dell'antimafia italiana è stata spesso riletta attraverso appartenenze politiche, culturali e istituzionali. Falcone è stato di volta in volta assunto come simbolo da schieramenti diversi, e la sua figura è stata talvolta utilizzata per sostenere interpretazioni contrapposte della magistratura, della politica e del rapporto fra le due.
Ma una lettura autenticamente fedele al metodo di Falcone dovrebbe partire da un'altra parte: dai fatti.
Non dalle tifoserie. Non dalle appartenenze. Non dall'uso retrospettivo dei protagonisti per legittimare una posizione contemporanea.
La sua idea di investigazione era fondata sulla pazienza della ricostruzione, sulla verifica dei collegamenti, sulla ricerca documentale e finanziaria, sulla capacità di trasformare una serie apparentemente dispersa di fatti criminali in un quadro organico.
È una lezione che vale anche per la storia dell'antimafia.
Significa, innanzitutto, non confondere la critica con la delegittimazione e la celebrazione con la ricostruzione storica. Significa poter riconoscere il valore di un'esperienza senza trasformarla in un'appartenenza obbligatoria.
E significa soprattutto comprendere che Falcone non appartiene a una parte: appartiene alla storia delle istituzioni repubblicane.
Dal processo all'istituzione
Il passaggio più significativo suggerito dal volume è quello contenuto nel titolo: dal Maxiprocesso alla Superprocura.
Non è soltanto un salto cronologico. È il passaggio da una grande esperienza giudiziaria alla costruzione di un diverso modello organizzativo.
La Direzione nazionale antimafia viene istituita nel 1992 con il compito di coordinare a livello nazionale le indagini sulla criminalità organizzata. Il legislatore intervenne proprio per affrontare il problema delle investigazioni collegate che attraversavano diversi territori e per favorire la circolazione delle informazioni tra gli uffici.
La cosiddetta «Superprocura», dunque, non va intesa semplicemente come una procura gerarchicamente superiore alle altre. La sua funzione è soprattutto quella del coordinamento nazionale e dell'impulso investigativo. È la risposta istituzionale a un problema che il contrasto alla mafia aveva reso evidente: un'organizzazione criminale capace di muoversi attraverso confini territoriali non poteva essere affrontata efficacemente da investigazioni che rimanessero isolate nei rispettivi territori.
Qui il libro trova il suo vero punto di interesse.
Il Maxiprocesso non viene considerato soltanto come la conclusione di una stagione investigativa, ma come una delle esperienze attraverso le quali lo Stato maturò la consapevolezza della necessità di strumenti di coordinamento più ampi.
La storia giudiziaria diventa così storia delle istituzioni.
La forza e il rischio della memoria
C'è però un problema che ogni libro sul Maxiprocesso deve affrontare: la distanza fra memoria e storia.
La memoria ha bisogno di figure, simboli, date, luoghi. La storia deve invece accettare anche le ambiguità, i conflitti, le contraddizioni.
Falcone è diventato un simbolo nazionale. Ma proprio per questo raccontarlo richiede cautela. Il rischio è che la grandezza della figura finisca per oscurare la complessità dell'uomo, del magistrato e del contesto istituzionale nel quale operò.
Cangialosi sembra scegliere una strada diversa: accanto ai grandi nomi, mette in evidenza la macchina concreta della giustizia e una figura, quella di Giordano, che proprio per la sua sobrietà è rimasta più defilata nella memoria collettiva.
È una scelta felice perché consente di ricordare una verità elementare e spesso trascurata: la giustizia non si fa soltanto con i protagonisti che finiscono nei libri di storia, ma anche con una moltitudine di magistrati, funzionari, investigatori e operatori che devono far funzionare ogni giorno le istituzioni.
Il valore dello Stato di diritto
Il Maxiprocesso conserva, in questa lettura, un significato che va oltre il numero delle condanne o la dimensione dell'operazione giudiziaria.
Il suo valore consiste anche nell'aver dimostrato che un'organizzazione criminale percepita come potentissima poteva essere affrontata attraverso gli strumenti ordinari — per quanto eccezionalmente impegnativi — dello Stato di diritto.
È un punto decisivo.
Combattere la mafia non significa sospendere le regole dello Stato. Significa, al contrario, dimostrare che quelle regole possono essere sufficientemente forti da affrontare anche una minaccia straordinaria.
Da qui l'importanza di Giordano. E da qui anche il significato della successiva organizzazione della risposta antimafia.
La Direzione nazionale antimafia nasce proprio dentro questa esigenza di rendere più efficace il coordinamento senza abbandonare la struttura giudiziaria prevista dall'ordinamento.
Un libro sulla mafia, ma anche sulla Repubblica
Alla fine, Dal maxiprocesso alla superprocura sembra parlare di mafia solo in parte.
Parla soprattutto della Repubblica davanti alla mafia.
E cioè della capacità dello Stato di apprendere dalle proprie esperienze, correggere le proprie insufficienze, costruire nuovi strumenti e trasformare una risposta emergenziale in un'organizzazione permanente.
È questo che rende significativo il percorso suggerito dal titolo.
Il Maxiprocesso rappresenta la prova che si può portare in aula una realtà criminale che sembrava sottrarsi alla possibilità stessa di essere giudicata. La Superprocura rappresenta il tentativo di dare continuità e coordinamento a quella esperienza, costruendo una struttura nazionale capace di mettere in relazione informazioni e investigazioni provenienti da territori diversi.
In mezzo c'è la lezione di Falcone: non l'antimafia come appartenenza, ma l'antimafia come metodo.
È forse questa la chiave più importante per leggere il libro di Cangialosi.
In un'epoca nella quale anche la memoria delle grandi vicende civili rischia di essere divisa in campi contrapposti, tornare ai fatti significa restituire alla storia la sua funzione più semplice e più difficile: comprendere ciò che è accaduto senza chiedere prima a chi appartenga chi lo racconta.
Il Maxiprocesso, allora, non è soltanto una pagina della storia giudiziaria siciliana. È una pagina della storia dello Stato italiano. E la Superprocura non è soltanto il capitolo successivo: è il tentativo di trasformare una lezione drammatica in una struttura permanente.
È in questo passaggio — dalla memoria alla storia, dall'eroe all'istituzione, dal singolo processo al coordinamento nazionale — che il libro di Francesco Cangialosi trova la sua ragione più profonda.
Francesco Cangialosi, Dal maxiprocesso alla superprocura. Tra storia e cronaca, Libridine, 2026, pp. 224.




