I MISTERI DI DIONISO per un ANTICO FUTURO

Dall’esperienza, unica del suo genere, di Dionysos, la rivista delle Arti, libera da schemi e preconcetti, affermante un modo, nel contempo antico e moderno, di vedere l’invisibile e andare oltre la porta chiusa, nasce questo libro.

I Misteri di Dioniso, altro non sono che l’attuazione di un progetto reale, affettivo, che ha nome Antico Futuro diventato brand culturale. Voluto dall’impavida idea del riportare in vita, anche ma non soltanto dal punto di vista artistico e culturale, luoghi carichi di Storia e di Bellezza del nostro Paese. Un’operazione questa, che ha il “coraggio del folle o del santo”, seguendo un progetto che trascenda gli angusti limiti della politica, divenendo come il Matto dei Tarocchi che danza, colorato, al limite del Mondo.

Artisti, pensatori, scrittori, musicisti, tutti scevri da condizionamenti di parte, sono i motori di questa impresa che non ha eguali in Italia, perché ci vuole, molto, troppo coraggio ai nostri giorni, per osar fare quello che fa paura ai più: che L’Antico Sogno d’un mondo migliore riporti la vita con iridescente bellezza, meraviglia e gioia, in quei luoghi che l’hanno dimenticate e sono stati troppo a lungo negletti da chi non ha più un’anima.

 

estratto da I MISTERI DI DIONISO

ANTICO FUTURO come IMMAGINARIO, MISTICA ed EROS

Solfanelli Ed.

2019

 

 

 

ELOGIO DELL’AVVENTURIERO ASSOLUTO

 

 

Ci sedemmo dalla parte del torto, visto che tutti gli altri posti erano occupati.

Bertolt Brecht

 

 

Crediamo oggi sia assolutamente necessario, sempre e innanzitutto, essere “fuori luogo” e “fuori tempo”. Un “anacronismo vivente”, un disadattato in un mondo sempre più globalizzato e livellato verso il basso, essere un aristocratico del pensiero e delle idee, un “reazionario anarchico” si potrebbe dire con un felice ossimoro.

Sempre e ovunque un uomo libero, amante della seduzione, dei piaceri e dell’avventura che, a volte, spesso anzi, vive al di sopra dei propri mezzi avendo cura non del suo avere, quanto piuttosto del proprio Essere, cosciente com’è della propria singolarità. Un rivoluzionario che combatte per l’ancien regime, un agente del Caos che riporta l’Ordine, in nome di un’Estetica che sia soprattutto un’Etica, e se preferisce la solitudine è per suo puro diletto, così come lo sono le sue compagnie opportunamente scelte, perché egli non ama certo le moltitudini, i branchi di pecore matte, le adunate di partito e i gruppi organizzati. A queste omologazioni, a questo ”regno della quantità”, egli oppone il carisma del suo essere “fuori serie”, “extra”, straordinario individuo, ovvero un singolo fuori dall’ordinario comune, e proprio per questo, mai turbato del gelo della solitudine. Un’anima ribelle e indipendente, dai pensieri autonomi senza per questo essere cristallizzata nell’intelletto.

Un eremita? Forse, o forse meglio, un “asceta decaduto” che predilige scegliere al di fuori dei luoghi comuni, gli abiti le compagnie e gli amori che reputa essere a lui adatti?

Un simile uomo non è un democratico né può (e non lo vuole) essere mai “politicamente corretto”. Talvolta tace. In opposizione alla follia del vaniloquio dei più. Talaltra parla. E le sue parole sono taglienti come lame di damasco, e altrettanto polite e preziose. E come quelle lame non si sguainano a vuoto, fuoriescono dal fodero sempre per uccidere; mai interessato alla morale comune, semmai all’Etica che ha incluso nell’Estetica, ricoprendo il tutto con una apparente leggerezza. Egli ha scelto per essere, di non essere, ovvero con un abile calembour, egli non è ciò che la società vorrebbe fosse, quindi si rafforza proprio in virtù del non divenire ciò che tutti prevedrebbero.

Elitario. Aristocratico. Solitario. Individuo autonomo. Uomo libero. Incurante dell’avere, costui preferisce di gran lunga occuparsi della propria essenza, attraverso la bellezza e la rarità di una vita mai volgare. Ricercato, con un’eleganza bizzarra e con un’altrettanto voluta trascuratezza. Un’eleganza che vuole “essere” e non “apparire”, vuole “far pensare” coloro che solitamente non sono usi farlo.

Rosso scuro e nero fuliggine, blu profondissimo e grigio tempestoso sono il suo blasone, bandiera unica della singolarità e dell’unicità dell’arte e della letteratura. Egli diventa adesso, profondamente e sostanzialmente, un solitario che conduce la sua voluta solitudine con il piacere derivatogli dalla malinconia senza essere infelice, o almeno non completamente visto il suo senso d'inappartenenza, sceglie di "agire e vivere, senza badare alla meraviglia e allo scherno degli sciocchi, è sempre, in piccolo, segno di libertà di spirito" e di essere uno di quei rari uomini "che procedono nella vita guidati soltanto dalla fantasia" parlando una lingua esoterica ed esotica, un argot per pochi perché basata sul ricercare uno stile originale affatto indisponibile a far scuola e a creare qualsivoglia accademia. È un’essenza romantica la sua, multiforme, poliedrica e talvolta ambigua.

Nel punto più remoto e freddo tra le sfere celesti, Saturno, nume della solitudine, s'è accompagnato col genio e la malinconia, ora esaltandosi nella creatività, e ora ripiegandosi su una aristocratica afflizione che è contemptus mundi, disprezzo del mondo dove egli è felice d'essere infelice o come scriveva Michelagnolo Buonarroti «La mia allegrezza è la malinconia».

Giammai si atteggia, vibrante della passione eroica, ha gli abiti ancora impregnati dell’odore del sangue e della polvere da sparo, è un rivoluzionario che promuove una ribellione individuale, costruttiva, dell’uomo come unicità irripetibile contro un ordine costituito che vuole essere esclusivamente un appiattimento verso l’uniforme mediocrità che procede ed è. Solo. Non è un’opportunista profittatore che desidera arrampicarsi lungo la scala sociale credendo di elevarsi a ranghi superiori e utilizzando ogni mezzo per fare questo, come colui che va in cerca dell’ultima moda. Seduttore e seducente, mai servo di nessuno, quest’uomo coltiva l’enigma e il mistero come un fiore raro, vivendo sempre in un lontano passato o in un altrettanto remoto futuro. Come i gatti, anche lui siede sempre dal lato sbagliato delle porte in un gesto di ribellione al di fuori di ogni classe sociale.

«Molti amici, molti guanti» scriveva Baudelaire, scegliersi le frequentazioni, per un simile uomo, è di fondamentale importanza come scegliere l’abito da indossare. E dunque ogni cosa o persona che entri a far parte della sua esistenza deve essere scelta, voluta e amata per poter essere adeguata alla composizione di una realtà che è l’inveramento dell’iperuranico pensiero dell’artista stesso.

Come un cavaliere che cerchi il Graal, l’Arca dell’Alleanza, la Tomba di Alessandro il Grande e non trovandolo in questa terra, giacché essi appartengono al dominio dello Spirito, li ricrea circondandosi di Bellezza in ogni sua forma e nel contempo, un simile individuo, estraniandosi dal gioco pervertitore della società a lui intorno, la riedifica, ri–creandola con le proprie capacità, come un artista che non necessariamente fa ricorso agli strumenti usuali per creare il proprio capolavoro. Sovente il suo strumento d’elezione è un intelletto ardito, una mente raffinata dalla perpetua speculazione con la quale ricerca così la perfezione estetica.

È la “seduzione” che egli pone in atto, sia con l’apparire sia con l’essere. È la seduzione come gioco, come piacere di condurre altri con sé lungo quei sentieri raramente percorsi dalla gente comune. A volte è una sorta di conduzione “luciferina”, di piacere fine a sé stesso come quello che spinge Don Juan sempre verso una nuova conquista, un nuovo amore anche per una notte solamente.

Omnia Vanitas, “Tutto è vanita” è scritto sull’Ecclesiaste ma nel nostro caso la Vanità non è vanagloria o vanto del mediocre, ma piuttosto la totale consapevolezza, la perfetta autocoscienza di essere ciò che si è, senza domandare altro. Questa Vanità non può ardere su alcun falò tranne che sulla pira eroica creata da sé stessa e che essa stessa illumina, in una notte qual è la vita comune degli uomini comuni. E dalla Vanitas, attraverso l’oscuro portale della Melanconia, alla Morte il passo non è poi così incolmabile in quanto costui è ormai l’ultimo cavaliere alla fine del mondo, di là dalla Cavalleria stessa, un sopravvissuto che ha perduto con le proprie illusioni tutte le battaglie ma ancora non si arrende. Il mondo intorno a lui è cambiato, lui è sempre immutabile a sé stesso e per questo egli è ormai l’ultimo baluardo alla rovina del mondo moderno.

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