CHRISTOPHER MARLOWE, WILLIAM SHAKESPARE DUE DRAMMATURGHI A CONFRONTO CON EDMUND SPENSER “POETA NUOVO” DELL’ETÀ ELISABETTIANA– COMMENTO DI GIOVANNI TERESI

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               Christopher Marlowe (Canterbury 1564 – Deptford 1593)

 

Drammaturgo inglese. Fu il maggiore rappresentante degli university wits, gruppo di intellettuali che parteciparono attivamente alla vita londinese. Nella tragedia Tamerlano il Grande (1587) descrisse l’esaltata aspirazione a una potenza illimitata. Seguirono La tragica storia del dottor Faust (1588) ed Edoardo II (1591), il suo capolavoro. Marlowe fu coinvolto spesso in risse, una delle quali lo portò a una morte violenta.

L’atto unico “Sir William e Kit Marlowe. Una linea di confine” di Ivano Mugnaini fa riflettere sul  punto chiave del conflitto che era costituito dalla Bibbia con le autorità cattoliche, che cercavano invano di impedire la circolazione della tradizione in cui le dottrine e perfino le fondamenta istituzionali della Chiesa Romana venivano messe in discussione. E’ significativo il fatto che le grandi opere di Marlowe fossero state scritte in un tempo in cui l’eventualità di un incantesimo non era semplicemente una fantasia teatrale ma una paura largamente diffusa, una paura contro la quale lo stato poteva reagire con orrenda ferocia. La tragedia di Marlowe emerge non solo da una cultura in cui i rapporti con il diavolo sono considerati eventi reali ma anche da un mondo in cui molte delle fondamentali idee sulla vita spirituale venivano messe in dubbio dal movimento conosciuto col nome di Riforma. Sappiamo, inoltre, che molti artisti del seicento inglese, come Christopher Marlowe, Edmund Spenser e William Shakespeare, meditarono sul potere magico dell’arte, e  non abbiamo modo di sapere fino a che punto i poeti di allora riuscirono a realizzare questo sogno di forza letteraria. Questa forza poteva essere associata all’urbanità e alla virtù, come sosteneva Sidney, ma poteva anche avere le qualità demoniache manifestate dalle “parole piacevoli” di Archimago.  I confini che dividevano testi, e che oggi diremmo di estetica, si spostavano continuamente. E’ però possibile ridisegnare questi confini dando loro maggiore certezza, considerando i testi del rinascimento come fossero isole autonome nel mare dell’immaginazione letteraria

Tamerlano il Grande

scritto tra il 1587 e il 1588

Nei suoi drammi, di cui Tamerlano è la prima opera di rilievo, campeggia un protagonista, al tempo stesso schiavo e simbolo di una passione dominante, una libido che finirà col trascinare l’eroe alla sua tragica fine, ma che fa sì che la sua personalità soverchi e lasci nell’ombra gli altri personaggi e la sua vicenda si identifichi con la trama. Solo nell’Edoardo II questa tendenza si allenta e si ha una struttura più corale, forse per influsso dei primi drammi storici shakespeariani.Tamerlano, pastore scita messosi a capo di una banda di predoni, incomincia la sua scalata verso il potere e il dominio col tentare di impadronirsi del regno di Persia, alleandosi con Cosroe, fratello del re, per poi ucciderlo a tradimento. Questo è solo l’inizio della incalzante serie di conquiste a cui la sfrenata ambizione spinge Tamerlano; soltanto la presenza di una donna al suo fianco ne addolcisce di quando in quando i lineamenti sempre guerrescamente corrucciati. Ma anche la conquista della bella Zenocrate, figlia del re d’Egitto, catturata col suo seguito mentre era in viaggio per raggiungere il promesso sposo, e quando ancora Tamerlano è un semplice predone, avviene con lo stesso atteggiamento con cui l’uomo, che si sente segnato dal fato, si impadronirà più tardi di regni e imperi. Marlowe attribuisce anche alla personalità di Tamerlano quel fascino, quella attrattiva propria del condottiero vittorioso, quella sicurezza dell’uomo che sa di essere padrone del proprio destino, che fa sì che gli avversari gli cedano prima ancora di venire a battaglia con lui. La sicurezza di poter far sua Zenocrate fa usare a Tamerlano, nel brevissimo corteggiamento, piuttosto il tono di compiaciuta ammirazione di chi già possiede un gioiello che quello di chi cerca di conquistarlo. Gli splendidi versi, pieni di immagini di luce, che le dedica, sono già un omaggio alla propria regina:

“Zenocrate più amabile dell’amore di Giove, / più splendente che l’argenteo Rodope, / più bella della più bianca neve sui monti sciti, / la tua persona è di maggior valore a Tamerlano / che il possesso della corona di Persia, / che stelle benigne mi hanno promesso alla mia nascita. / Cento Tartari saranno il tuo seguito, / montati su destrieri più veloci di Pegaso … / Da cervi bianchi come il latte su una slitta d’avorio / tu sarai condotta tra laghetti gelati, / e scalerai le cime maestose delle montagne di ghiaccio / che dalla tua bellezza saranno subito offuscate”.

Trascinato dalla sua sete di conquista e animato da feroce crudeltà, Tamerlano conquista l’impero turco, facendone prigioniero l’imperatore Bajazet: questo e l’imperatrice vengono sottoposti durante la prigionia ad atroci tormenti, tanto che scelgono il suicidio come liberazione. Egli passa poi alla conquista dell’Egitto e di Damasco, e solo l’intercessione di Zenocrate salva la vita al re di quel paese. La morte di lui, che avviene subito dopo quella dell’amata Zenocrate, riscatta alla fine la crudeltà e la smisurata brama di potere di Tamerlano, che lascia il figlio Emiro erede delle sue conquiste e anche del suo destino. Il brevissimo epitaffio pronunciato da Emiro, che conclude la tragedia, è celebrazione di un eroe.

 Edmund Spenser (1552-1599)

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Massimo poeta non drammatico dell’età elisabettiana, fu considerato dai suoi stessi contemporanei il “poeta nuovo” per aver rivitalizzato la tradizione inglese risalente a Chaucer, innestandovi i contemporanei influssi culturali e letterari rinascimentali europei. Geniale, coltissimo e consapevole della propria funzione, operò una straordinaria sintesi sviluppando e perfezionando tutti i filoni e le forme poetiche (dall’epico al pastorale, dall’allegorico al satirico, dal patriottico al fiabesco), allora oggetto di tentativi sperimentali.

 

“La regina delle fate”

La fama di Spenser è principalmente legata a The faerie queene (La regina delle fate), un poema epico incompleto a cui dedicò le proprie energie per un periodo di vent’anni, dal 1579 alla morte. L’opera rappresenta il tentativo di riunire in sé tutte le correnti di pensiero del tempo: la tradizione allegorica medievale, l’epica classica, l’umanesimo rinascimentale, il neoplatonismo, l’epica italiana, il folclore inglese, il pensiero politico. Suo modello è l’Orlando furioso di Ariosto, ma il tono è totalmente diverso, solenne, non ironico come in Ariosto. Spenser continua la tradizione allegorica medievale e in ogni libro celebra, attraverso le avventure di un cavaliere, una delle virtù definite da Aristotele nella sua Etica (Santità, Temperanza, Castità, Amicizia, Giustizia, Cortesia); la regina delle fate rappresenta in astratto la Gloria e in particolare la regina Elisabetta. Come egli scrisse a sir Walter Raleigh, “il fine ultimo di tutto il libro è quello di formare un gentiluomo con una virtuosa e nobile disciplina”.

Una struttura così complessa e l’incompletezza creano talora difficoltà d’interpretazione, ma nei momenti più felici Spenser si mostra poeta estremamente musicale: la sua strofa, da lui denominata “spenseriana”, è una Ampia è la varietà di elementi, numerosi sono i cambiamenti di tono e di ritmo; la stessa allegoria possiede una notevole flessibilità, così da adattarsi alle necessità dell’autore. Spenser mostra, pertanto, di essere il primo poeta moderno a utilizzare interamente le risorse poetiche della propria lingua e sarà fonte d’ispirazione, in modi diversi, per autori quali Milton, Keats e Wordsworth.

 

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       William Shakespeare (Stratford-on-Avon 1564-1616)

 

Suscettibile a ogni sollecitazione del suo tempo e perciò radicato in esso ma pronto anche a sfruttarne ogni potenzialità poetica fino a trascenderlo nell’immortalità dell’arte, egli seppe conferire alla sua opera ineguagliabile il crisma supremo dell’universalità. La transizione storica fra neoclassicismo e romanticismo si attuò nel secondo Settecento inglese anche nel nome e tramite la riscoperta di Shakespeare. Il concetto di arte come immaginazione creatrice ed esuberanza espressiva, la scoperta del sentimento e del sublime, con il corollario che privilegia il genio poetico libero da ogni regola, trovarono un presupposto e un modello in Shakespeare. In quell’epoca, passando da G. E. Lessing a J.-J. Rousseau, e poi da G. W. Goethe a F. Schlegel, da I. Kant a G. Hegel, da F. Schiller a S. Coleridge, da C. Lamb aW. Hazlitt, avvenne la canonizzazione di Shakespeare come genio irregolare, superiore però a ogni regola e in grado di attingere insuperate vette poetiche. Gli scrittori dello Sturm und Drang lo videro come poeta incolto e rivoluzionario, i pensatori tedeschi se ne servirono per fini speculativi; gli inglesi ne privilegiarono il valore poetico su quello drammatico. Contemporaneamente all’affermarsi della critica filologica che ne ristabiliva i testi, l’Ottocento (da Th. Carlyle a R. W. Emerson a A. C. Swinburne) ne fece una specie di semidio, moralizzandone però il messaggio e il linguaggio. Il culmine della critica idealistica si ha in A. C. Bradley, attentissimo all’analisi dei personaggi. Il primo Novecento (come nelle influenti prefazioni di H. Granville-Barker) rivalutò decisamente lo Shakespeare autore di teatro, realizzatore di trame e vicende che solo sulla scena acquistano pienezza artistica. La nuova consapevolezza psicanalitica trovò in lui un fertile campo di indagine (da S. Freud stesso a E. Jones). Tale interesse si ricollegava, nel periodo fra le due guerre, alle indagini sui sistemi di immagini (imagery) che sostengono i drammi e ne rivelano i più profondi significati (C. Spurgeon, W. Clemen, E. A. Armstrong). Shakespeare si espresse così a vari livelli di consapevolezza e profondità, e questa critica che combina l’interesse psicologico con l’attenzione prestata al linguaggio ha dato i suoi frutti migliori in critici come D. Traversi e L. C. Knights (quest’ultimo con qualche tendenza sociologica). Permangono certe opposizioni all’indiscriminata valutazione di Shakespeare (T. S. Eliot), ma si fa strada la percezione dei diversi livelli di realizzazione e significato presenti nella sua opera, che ne fanno un grande poeta e al tempo stesso un grande uomo di teatro. La sua ricchezza linguistica e semantica si è particolarmente prestata a indagini di tipo linguistico-strutturale, mentre si vanno riscoprendo, specie nelle commedie, i legami con la tradizione folcloristica locale e popolare. Conferma della sua grandezza è proprio la capacità di prestarsi e sottostare a quasi ogni tipo di indagine critica senza esserne danneggiato.

Giovanni Teresi

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