“Carmelo Clemente. Un siciliano nella lotta di liberazione a Milano” di Carmelo Fucarino

È lo striscione in una foto tecnicamente ingiallita che fa da sfondo a due foto segnaletiche in bianco e nero, come di solito di fronte e di profilo.
L’intestazione del saggio, Ciro Spataro, Il caso Carmelo Clemente, Serie Augustali / Pocket, Nuova Ipsa editore, Palermo, 2018.
Sottotitolo esplicativo, chiaro e disteso: “storia di un partigiano siciliano accusato di essere stato un delatore dell’O.V.R.A.”
Già da questo frontespizio esplodono numerosi gli spunti di riflessione e di provocazione che annunziano in forma eclatante e premonitrice il contenuto del saggio.
Una foto anonima di un corteo anonimo in una città anonima. Perché alla fine poco conta la cronaca e la collocazione spaziale di simili eventi, il non-luogo. E perché alla fine ha scarso rilievo la connotazione ed identificazione della paternità di uno scatto, se esso vuole assumersi a simbolo universale, a categoria morale, un episodio, singolo e soggettivo, come ben dice il sottotitolo, un “caso”.  Esemplare. Si tratta di una storia particolare di una persona reale, umana, anzi umanissima, con il padre di passaggio da Ellis Island, transito di tanti nostri parenti con la valigia di cartone e oggi Museo e memoriale. Questa è New York. Senza istruzione, barbiere anche per sopravvivere. Ma che è partigiano, caso strano ed impensabile per un “siciliano” e per di più di un paesetto sconosciuto alla generalità degli Italiani con alti incarichi. Questo a sfatare il mito di “primazia” degli eroici milanesi o padani in genere. Del partigiano solo nordico, nella opinione comune che la Sicilia, prima “liberata”, e il Meridione in genere furono esentati dalla lotta partigiana. Del mito dico della CLN, Alta Italia, Si deve aggiungere e precisare che Carmelo (più siciliano di così) Clemente non fu un caso, ma tanti altri anonimi andarono sulle montagne a “resistere”, all’occupazione, alle rappresaglie su donne e bambini, oggi sottaciute e cancellate dalla memoria della Nazione, di recente insufflata per giorni in tutti i media con l’unico orrore delle foibe, sì orrenda strage “comunista”, ma iugoslava ed etnica. Quasi le sole degne di commemorazioni e di corone, nell’indifferenza generale, la sordina all’ANPI con l’assenza colposa della Sinistra. E le fosse ardeatine? E Marzabotto? E tanti altri paesetti passati a ferro e fuoco, sì, dai cattivissimi tedeschi, ma con l’input e la complicità fattiva di tanti buoni italiani. Là gli stranieri, qui la guerra civile, comunque si voglia camuffare la nostra guerra di liberazione. Ove le parti compirono le loro stragi e le loro vendette personali, spesso privatissime. Io, siciliano appena in grado di leggere, ho appreso il quanto dall’abbandono del fornitissimo campo tedesco del Sosio e dall’arrivo dei cowboy con gip caramelle e frusta. Ma piansi anche alle numerosissime Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana (8 settembre 1943 - 25 aprile 1945), raccolte nel 1952 da Malvezzi e Pirelli per la benemerita Einaudi, del Giulio, figlio del Luigi, futuro secondo Presidente della Repubblica, poi aggiornate e riedite. Si badi al periodo storico. Esso non raccoglie le torture, le carceri, la disperazione e il dolore di tutti quelli che subirono le celebri “leggi eccezionali o fascistissime, inaugurate in forma subdola nel 1924, arricchite e concluse istituzionalmente con legge parlamentare del 1939. I processi erano decisi da un Tribunale speciale per la difesa dello Stato, prevista la pena di morte, da un collegio giudicante formato da miliziani e militari. E tutti dopo leggemmo La ragazza di Bube e ne vedemmo il film, leggemmo il Cristo si è fermato ad Eboli e seguimmo le riflessioni anche di letteratura e società nelle Lettere dal carcere di Antonio Gramsci del 1947, sempre dell’Einaudi.
Il saggio di Spataro mette il dito su una piaga purulenta e rimasta oscura nella cronaca di una Italia che per volontà del re Umberto II volle chiudere i conti con un generale “volemose bene”, tra inni alla libertà e vendette postume. I “cosiddetti” Alleati non si fermarono e istituirono il Tribunale dei vincitori a Norimberga. Il Togliatti, profugo a Mosca e ora ministro di grazia e giustizia (con tutti i ministri), fece prevalere la prima, “la grazia” a discredito della seconda, scopo proclamato la “pacificazione”. Ecco il lapidario decreto di amnistia: «IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI In virtu' dei poteri di Capo provvisorio dello Stato, conferitigli dall'art. 2, quarto comma, del decreto legislativo luogotenenziale 16 marzo 1946, n. 98; Visto l'art. 8 dello Statuto; Sentito il Consiglio dei Ministri; Sulla proposta del Ministro per la grazia e giustizia, di concerto con i Ministri per l'interno, per la guerra, per la marina, per l'aeronautica e per l'agricoltura; Decreta: Art. 1. Amnistia per reati in genere E' concessa amnistia per i reati per i quali la legge commuta una pena detentiva, sola o congiunta a pena pecuniaria, non superiore nel massimo a cinque anni, oppure una pena pecuniaria» (GU n. 137, 23-6-1946). Non firmato, ma tra i governi Badoglio e Bonomi.
Queste premesse storiche sono necessarie per seguire la vicenda umana, ma anche altamente politica di Clemente. E il compito che si è assunto Spataro ha un alto valore etico, nella salvaguardia di una onestà di pensare ed agire in mezzo a tante intrigate contorsioni mentali. Il libro tende a dimostrare la correttezza di un suo concittadino di Marineo, divenuto, per la sua capillare attività clandestina nelle fabbriche, nei primi mesi del 1945, presidente del CNL città di Milano, ma ci mette davanti a riflessioni che possano darci un giudizio di valore sulle contrastate e ambigue ideologie di quegli anni, in sede e in esilio, adulterate spesso da protagonismi ed interessi personali. Il nostro umano eroe, inseguito sempre dalla piovra dell’O.V.R.A., per fortuna da informative sempre imperfette e superficiali, esprime l’estremo individualismo ideologico della Sinistra già dalle sue origini: ognuno, in termini di teologia pretestante, è libero di crearsi una propria anima socialista e di battezzare un proprio movimento. È stata ed è la tragedia della Sinistra moderna, la continua parcellizzazione e il suicida sbriciolamento. E Clemente ne è stato coinvolto, con nomine ed epurazioni, nella scelta di una corrente che soddisfacesse le sue libere idealità. Certamente indice di scelte personali, ma frammentate in un partito e fra profughi mal sopportati dai governi della vicina Repubblica radicale.
L’altro elemento che si rileva è l’estrema capillarizzazione dei controlli polizieschi, dai semplici questurini ai prefetti. L'indicazione dell’obbligo della comunicazione di residenza con la obbligatoria segnalazione da parte degli alberghi mi dà prova della scarsa trasformazione dell’Italia nel passaggio ad un sistema libertario e democratico. In questi decenni abbiamo mantenuto tante storture, molti articoli del Codice Rocco, eclatante la segnalazione da parte degli esercenti di alberghi o dell’affittuario di un appartamento, la famigerata “schedina di alloggio” (p. 17). Il cittadino è rimasto ancora un sorvegliato speciale. Si esecrava il passaporto interno della Russia, allora. E noi? Se non esibisci la tessera non puoi dormire in un pubblico esercizio. Lo Stato deve sapere dove sei. Il professori che andavano all’estero dovevano (devono?) dichiarare Stato e periodo.
Altro dato drammatico alla cui base sta l’iscrizione fra i cattivi di un attivista, sorvegliato a vita, combattente e sindacalista, il misero Elenco nominativo dei confidenti dell’O.V.R.A., pubblicando sulla G.U. ai sensi del regio decreto legislativo, 25 maggio 1946, n. 424, solo 663 delatori fascisti. Fu il miracolo della prima Repubblica, quando tutti divennero democristiani, dopo un passaggio nel blocco di sinistra. Eppure era a tutti noto che il regime aveva avuto l’appoggio della maggioranza degli Italiani, pochissimi per paura, moltissimi per tornaconto ed interessi personali. Nelle elezioni plebiscitarie del 1934, su dieci milioni di votanti, si astennero solo 366.103. E a tutti era noto che anche i portieri dei palazzi erano spie del regime. La struttura era così capillare che nessun cittadino sfuggiva all’occhiuta sorveglianza “per il bene della patria”, slogan oggi risentito. Dove finì questa immensa ed infiltrata struttura? Il nostro protagonista fu stritolato da questo improbo meccanismo, uno dei pochissimi, bollato dal disonore, mentre tutti, gerarchi e sostenitori, podestà e sindacalisti, l’Italia tutta si era riciclata ed era inserita con onore nei gangli dell’Amministrazione pubblica in nuove praterie politiche. Nelle elezioni politiche del 18-19 aprile 1948, alla Camera la Democrazia Cristiana ebbe il 48,51% con voti 12.740.042, il Fronte democratico popolare con la faccia di Garibaldi, il 30,98% con 8.136.637 voti. Nelle elezioni del 7 giugno 1953, sempre alla Camera la DC il 40,1%, il PCI 22,6% e il PSI il 12,7%. Erano già cambiati gli equilibri politici.
Forse un’analisi dell’oggi potrebbe aiutarci a capire l’animo dell’Italiano, facile preda di ogni predicatore che promette ordine a danno degli altri e ricchezze per lui.
Questo può bastare per dare un avvio all’opera meritoria di Spataro, che ha saputo con serietà e lontano da giudizi affrettati e personali, il tacitiano sine ira et studio, aprire uno spiraglio sulle fragili basi sulle quali è nata e poggia questa nostra precaria Repubblica.
La fedele sequenza dei trascorsi di Carmelo Clemente è seguita su documenti ufficiali, ricerca che testimonia l’accuratezza dell’autore che, pur in questa riabilitazione che potrebbe scadere in apologia di un compaesano, invece, come recita, vuole «dare giustizia ad un uomo che ha pagato di persona la realizzazione dei suoi ideali» (p. 83). Si serve di fonti ufficiali e di opinioni espresse sulla stampa o su autorevoli testimonianze. E in appendice le prove incontrovertibili delle fotocopie dei documenti ufficiali di archivio.
 

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