Carlo Puleo, “Ignazio Buttitta il presente della memoria 100 foto e 18 racconti” (Ed. ISSPE, 2016) - di Maria Patrizia Allotta

Tu non leggi semplicemente un libro. Tu hai come la sensazione di ascoltare una voce narrante che con pathos racconta le memorie della sua stessa anima, inoltre, contemporaneamente, percepisci riproduzioni figurative che solo l’occhio attento del vero artista può cogliere per poi donarle, nel tempo, a chi sa celebrare l’irripetibilità e l’importanza dell’attimo fuggente.  
Tu non sfogli soltanto un testo. Tu ti perdi in quel magico intreccio fatto di parole e immagini, dove la parola diventa versus, ovvero, viaggio iniziatico, cammino mistico, fede che intuisce la Tradizione rivelata generando l’eterno ritorno, come dire, quasi credo spirituale che sostanzia il divenire dell’esistenza, mentre l’immagine diviene forma del passato, sembianza di ciò che non può essere dimenticato, aspetto vitale, rappresentazione raffinata perché unione d’armonia e redenzione.
Tu non tocchi esclusivamente un’opera artistica. Vai oltre, perché naturalmente riesci ad avvertire l’immediatezza del linguaggio, la lucidità dello stile, l’espressività del semplice idioma, la linearità della tecnica, l’assenza dell’inutile allitterazione, il mancato vezzo retorico, la chiarezza dell’immagine, la preziosità dello scatto improvviso, tutti elementi questi che meglio fanno lambire le emozioni esplicitate, la palese sincerità, la schietta realtà storica raccontata senza inutili infingimenti e, soprattutto, senza quel falso inseguimento delle mode letterarie che spesso involgarisce i testi, banalizza i valori, esaspera il lettore.
Ma non è tutto. Tu non sei in presenza del ricordo dettato dalla sterile cronaca o dall’avulsa registrazione di eventi, oppure dalla estranea individuazione dei fatti, tutt’altro - così come perfettamente suggerisce Stendhal nel suo capolavoro intitolato Henry Brulard dove si celebra l’importanza del “bel ricordo”, o come magistralmente rammenta Marcel Proust in Alla ricerca del tempo perduto dove si officia “il vero valore della rievocazione malinconica del passato perduto”,  oppure come attesta nei suoi Racconti lo stesso Giuseppe Tomasi di Lampedusa che della memoria ne fa letteratura - tu sei davanti alla sublimazione delle rimembranze che in quanto tali esaltano quelle virtù tanto più comuni quanto più nobili, sei davanti a quelle memorie che riconducono alle origini e alle tradizioni autoctone, sei  davanti a quelle rievocazioni soggettive che si dilatano fino ad abbracciare l’oggettività universale divenendo, forse inconsapevolmente, pneuma vitale per il nostro esserci.
E ancora. Tu non leggi per subito dopo dimenticare, così come molto spesso ultimamente capita. Tu leggi e inevitabilmente annoti, nel cuore e nella mente, l’alto magistero che abbraccia, in buona sostanza, tre insegnamenti fondamentali: l’importanza della ricostruzione storica, la preziosità del rapporto dialogico tra maestro e allievo, la rarità esplicativa dell’arte.
Tre lezioni che - nello spazio di 125 pagine - s’intrecciano fino a formare un tessuto musivo di carattere pedagogico di alta qualità.
La prima lezione, si diceva, è data dall’esaltazione dell’importanza di quella ricostruzione storica capace però di magnificare il mito dell’identità unitamente alla celebrazione delle proprie radici, del proprio ceppo, della propria terra che in questo caso è Bagheria, patria d’illustri artisti tra i quali - tanto per fare soltanto qualche esempio - si ricordano Renato Guttuso, Dacia Maraini, nipote del Duca di Salaparuta, Castrenze Civello, Giuseppe Tornatore e Ferdinando Scianna.
La seconda lezione - che inevitabilmente ci riconduce ai grandi insegnamenti socratici - è data dal dialogo continuo tra un anziano maestro e un giovane allievo.
Il giovane impara, l’anziano educa. L’allievo ascolta silenziosamente, convinto che il vero senso dell’insegnamento è dato dall’occasione di cogliere le virtù di chi conosce di più per intraprendere poi un cammino autonomo che si concretizza nella pratica della libertà; il Maestro, in modo austero, a volte severo, più raramente divertente - facendo leva anche sulla lezione di Rousseau - erudisce indirettamente, ammaestra informalmente, avvia, quasi inconsciamente, verso i difficili sentieri della vita.
Ma, nel leggere le pagine, ciò che più piace è il rispetto reverenziale del discepolo nei confronti del maestro, la sua ossequiosa disponibilità, la devota ammirazione, la fidata stima, la capacità d’ascolto e, soprattutto, la sincera amicizia che lega due generazioni sostanzialmente diverse eppure unita da un unico abbraccio.
Uno spaccato di vita d’altri tempi.
E sembrerebbe, inoltre, che mentre l’anziano educa il giovane al senso dell’umano dando prova della sua stessa poliedrica umanità, il giovane diviene più umano cogliendo l’umanità - a volte sorprendente - dell’anziano.
Infatti, attraverso diciotto racconti e 100 fotografie, l’Autore - che, per dovere di chiarezza è lo stesso giovane-allievo-artista - si diverte a mettere in luce il carattere ora illimitatamente spigoloso, ora infinitamente amorevole del vero protagonista del libro ovvero l’anziano Maestro-Poeta, anche Lui nato a Bagheria nel lontano 1899, uno dei più significativi lirici dialettali del ’900.
Ecco allora che l’anziano Maestro-Poeta viene colto e raccontato dal giovane Allievo-Artista-Autore ora nella sua quotidianità (A putia), ora nella sua straordinarietà (Nelle piazze della Sicilia); ora in qualità di maschilista-erotico (Visita alla casa di Ignazio), ora come esaltatore della bellezza femminile e della grazia del gentil sesso (La poetessa); ora come amante del sapere e della cultura (Una serata con Quasimodo), ora come ammiratore del Cosmo tutto e degli animali in particolare (Il poeta e gli animali); ora come soggetto insolito e burbero (Una recita a Palazzo Butera - Il divorzio dalle sigarette), ora come individuo sensibilissimo, perdutamente innamorato della vita e per questo contrario a ogni tipo di violenza e avverso ad ogni forma di guerra (Quelli del 1899).
La terza lezione, infine, è data dall’amore per l’Arte. I due protagonisti, uno affermato poeta dialettale e l’altro scrittore, scultore e pittore allora ancora in erba, per dirla alla Tommaso Romano, celebrano, entrambi, l’“Arte come l’unica possibile verità capace di promuove e svelare”.
Infatti, l’arte dello scrivere in versi svela l’essenza del Maestro, così la capacità di raccontare e fissare l’immagine attraverso le arti figurative rivela la vera natura dell’allievo il quale, in qualità di Autore, utilizza anche la fotografia che appare all’interno del testo, sia singolare mezzo capace di destare alla mente inesprimibili memorie sia come pregiato strumento capace di rappresentare l’anima di chi fotografa e di chi si lascia fotografare.
Scrive Christian Bobin: “… un libro così denso che, una volta chiuso, esso diventa lettore di se stesso. La sua presenza che ci irradia intorno a noi diffonde una profonda pace. Cosa contiene questo libro? Nient’altro che il perfetto racconto di una vita umana che si dispiega e che ci colpisce”.Ma nel leggere, nel toccare e nello sfogliare il testo intitolato Ignazio Buttitta il presente della memoria 100 foto e 18 racconti - edito dall’Istituto Siciliano Studi Politici ed Economici - tu assisti contemporaneamente al racconto di due vite umane: quella di Carlo Puleo e quella di Ignazio Buttitta.
Il primo è il giovane-allievo-artista nonché Autore del testo sopra menzionato, il secondo è semplicemente il grande Maestro.

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