Un’istituzione di prestigio: il Senato di Roma

di Lino Di Stefano

 

   La quasi totalità degli Stati del mondo ha due Camere legislative che  formano il Parlamento: una Assemblea dei Deputati e un Congresso di Senatori; sono, infatti, poche le Nazioni con una sola Camera preposta a legiferare e spesso si tratta di Paesi di piccole dimensioni. Due Camere perché, pur nella differenza dei ruoli, esse sono preposte al controllo dell’’iter’ delle leggi

  Ora, è giusto che un ramo parlamentare verifichi ciò che fa l’altro corpo legislativo, ma, visto che da alcuni anni esistono nel nostro ordinamento Province, Regioni ed altri enti locali, è altrettanto doveroso che, nella fattispecie al Senato, siano ascritti compiti diversi, ma importantissimi.

   Adesso, alcune forze politiche – col pretesto che il Senato è un doppione della Camera – vorrebbero cancellare questa nobile istituzione le cui radici affondano nei millenni, fermo restando, altresì, che il solo Senato della Repubblica sarebbe più che sufficiente a legiferare in una Nazione media come l’Italia, visto, altresì, che i Parlamenti hanno vita più breve essendo nati, esattamente, in Italia durante la civiltà comunale. L’attuale Camera dei Deputati – composta da quasi mille membri – è solo un impaccio solo se si consideri la patologica durata della discussione e della formazione degli ordinamenti giuridici.

   Vediamo, adesso, un po’ la storia di primi organi legislativi ad iniziare dalla Grecia dato che già in epoca omerica esisteva un Consiglio degli anziani, compresa Sparta ed altre città ellenizzate. Solo a Roma, però – è doveroso riconoscerlo – il Senato diventò una delle istituzioni basilari dello Stato con responsabilità sia nella politica interna , sia nella politica estera. Nato, ‘ab initio’, come consiglio del Re, la sua composizione era basata sull’età e sulla dignità del cittadino proveniente dalla magistratura.

   Nei primi tempi, i componenti del Senato erano scelti soltanto tra i patrizi,  da cui il nome ‘patres’ attribuito ai senatori;  in seguito, anche tale Assemblea, in età repubblicana, operò delle aperture nei riguardi dei plebei sebbene nel Senato restasse in atto la distinzione fra senatori patrizi, appunto, ‘patres’, e senatori plebei, detti ‘conscripti’, cioè aggiunti. Il Senato di allora poteva riunirsi solo dietro iniziativa del magistrato il quale lo presiedeva.

   La presenza nell’Assemblea era obbligatoria e le sedute non erano pubbliche, mentre, dal loro canto, i tribuni della plebe potevano assistervi restando fuori dell’aula parlamentare. Per quanto riguarda le funzioni del Senato, alcune erano di esclusiva spettanza patrizia, come la nomina dei supplenti. Com’è noto, gli atti del Senato erano i ‘senatoconsulti’ diretti ai magistrati che li richiedevano sebbene non fossero vincolanti. I senatoconsulti acquistarono, invece, rilievo durante il periodo imperiale assumendo valore di legge.

   Per quanto riguarda il numero dei senatori, Romolo ne stabilì 100 diventati, poi, 300 anche se la cifra oscillò sempre fra 300 e 600 componenti, mentre Cesare portò il numero a 900 unità; per quel che concerne i senatori plebei, essi dapprima ebbero solo il  diritto di voto ma, poco dopo, anche quello di parola. Nel IV sec. a. C., Appio Claudio Cieco fece entrare in Assemblea i figli dei libertini onde applicare la prescrizione del plebiscito.

   Il seggio senatoriale era vitalizio e i componenti di tale Congresso portavano come segno distintivo sulla porpora una fibbia d’avorio e, dal II sec. a. C., un anello d’oro; abbiamo detto che le sedute in Senato erano obbligatorie e il magistato convocante poteva infliggere agli assenti una multa o la ’pignoris capio’.  Dopo Silla, il Senato poteva vietare la convocazione dei comizi  pena la non validità del senatoconsulto.

   In politica estera, il Senato ebbe una funzione di primo piano perché riceveva le ambascerie e ratificava i trattati internazionali emanando anche le leggi da estendere ai territori acquistati o occupati; esso, inoltre, presiedeva alla vita religiosa, vigilava sui comizi, dirimeva le vertenze e sorvegliava tutte le forme di vita sociale.

 E ‘Senatus Populusque Romanus’ rimase ognora sinonimo di  garanzia giuridica, nel mondo latino. Dopo le guerre civili e con l’Impero, il Senato, pur conservando, la propria autorità, dovette subire limitazioni a causa della forza del Principe che disponeva di un potere praticamente assoluto.

   Ora, come tutti sanno, si sta discutendo nelle nostre due Camere la legge sull’abolizione del Senato elettivo da sostituire con un’Assemblea nella quale i consiglieri regionali diventerebbero senatori con competenze non legislative, bensì relative ai problemi degli enti locali. Un pasticcio, a nostro giudizio, che se passasse svilirebbe, ‘in toto’, il prestigio di un organo deliberativo e consultivo  risalente, come abbiamo accennato all’inizio, al primo Re di Roma e cioè Romolo.

   Anzi, sempre come abbiamo indicato poc’anzi, ad una Nazione delle dimensioni dell’Italia basterebbe solo il Senato come organo legislativo considerato, inoltre, l’autorità di cui ha goduto fino ad oggi e, si spera, più avanti. E se qualcuno persevera nel vedere il Senato come un doppione svilito di ogni prestigio, sappia, invece, che sarebbe da eliminare, proprio la Camera dei deputati non solo perché di formazione recente, ma soprattutto per il numero esorbitante dei suoi componenti: quasi mille!

   Ma, a nostro giudizio, una soluzione ci sarebbe, volendo mantenere in funzione sia la Camera che il Senato ed essa consiste, da una parte, nella drastica diminuzione degli onorevoli – 300 per la Camera bassa e 150 per la Camera alta sarebbero più che sufficienti – e dall’altra, proprio per snellire le procedure, attribuire ad una sola Assemblea il compito di concedere la fiducia al governo.

   Personalmente, siamo per il Senato della Repubblica, ma se si dovesse giungere ad assegnare alla Camera dei deputati la responsabilità di accordare la fiducia al governo, ‘nulla quaestio’. In tale maniera, ci sarebbe un vero snellimento dei vari ‘itinera’ formalistici e un non meno efficiente snellimento della macchina burocratica.

    Parafrasando il famoso detto latino, si potrebbe concludere, al riguardo, affermando: “Caveant senatores ne quid res publica detrimenti capiat”.    

 

   

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