Francesco II delle Due Sicilie, l’Eroe di Gaeta

di Amadeo-Martìn Rey Y Cabieses

 

Sua Eccellenza Principe di Sant’Elia, Delegato del Sacro Militare Ordine Costantiniano a Napoli e Campania, caro e illustre Dott. Damiano Gaetano, cari membri del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, signore e signori.

Il mio compito oggi è molto piacevole: quello di presentare il Dott. Damiano Gaetano, il nostro oratore, ed esporre alcuni aspetti per aiutare a conoscere la figura di re Francesco II delle Due Sicilie, quinto e ultimo monarca regnante a Napoli, l’ultimo Re di una dinastia che aveva regnato per 126 anni sul trono delle Due Sicilie.

Ma prima voglio esprimere la gratitudine di Sua Altezza Reale l’Infante Don Carlos, Duca di Calabria, e di Sua Altezza Reale il Principe Don Pedro di Borbone delle Due Sicilie, Duca di Noto, per la celebrazione del cinquantesimo anniversario dell’inaugurazione di Don Carlos quale Capo della Real Casa delle Due Sicilie e Gran Maestro del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio. Ho parlato ieri con Don Pedro ed è particolarmente felice di questa celebrazione nell’antica capitale del Regno, questa bella Napoli che sempre mi ospita con signorile affetto.

È particolarmente significativo che stiamo ricordando il Re Francesco II in questo Palazzo Ischitella, sede dei Pinto, principi d’Ischitella, uno dei cui membri, Francesco Emanuele Pinto, principe d’Ischitella, patrizio napolitano, principe di Migliano, marchese di Trevico e Sant’Agata, ministro della guerra 1848-1855, fu firmatario di un documento che consigliava Francesco II di abbandonare Napoli nel 1860. Lui stesso lasciò Napoli per Parigi. Il 13 agosto dello stesso anno, il governo decise l’espulsione di Principe Luigi di Borbone delle Due Sicilie, Conte dell’Aquila, coinvolto in un complotto.

Poco dopo, il principe Leopoldo di Borbone delle Due Sicilie, Conte di Siracusa, zio del re, lo incoraggiò a liberare i suoi soldati dell’obbedienza al monarca a favore della “grandezza d’Italia”.

Francesco II assunse la responsabilità di un regno in fibrillazione dopo la scomparsa di Ferdinando II, suo padre. Ma questo non rientrava nei suoi piani. I problemi erano tanti: con i reggimenti svizzeri, le

manovre di Cavour e le annessioni del Piemonte, i movimenti liberali…

Gli eventi si spostarono velocemente: Liborio Romano, capo del governo; lo sbarco a Marsala l’11 maggio del 1860; Garibaldi che attraversa lo Stretto di Messina; il ripristino della costituzione del 1848; l’abbandono di Napoli da parte di Francesco II, su consiglio di Romano, accompagnato dal corpo diplomatico, tranne francesi e inglesi; l’abbandono della flotta; il suo rifugio a Gaeta; la presa di Napoli nel settembre del 1860; la sconfitta del Volturno nel mese di ottobre che risparmiò alla capitale gli orrori della guerra; l’occupazione di Capua; il plebiscito del 17 dicembre 1860.

Il regno di questo sovrano, dal 22 maggio 1859 al 13 febbraio 1861, fu caratterizzato dalla sua brevità, ma soprattutto è stato illuminato dal sito, l’assedio e la difesa di Gaeta, iniziato il 13 novembre 1860 e finito il 13 Febbraio 1861, che è tra i grandi poemi epici della storia. La piazzaforte oppose una strenua resistenza. I reali napoletani mostrarono un coraggio singolare, incuranti del Regno delle Due Sicilie pericolo, e una bella compassione per i loro sudditi. Era lontano quel disperato “Se non fossi re, e non avessi tali responsabilità verso il paese e verso la mia famiglia, getterei questo fardello”, pronunciato da Francesco II dopo tante delusioni. Sembra che Francesco II trovò la forza per affrontare con dignità la tragedia che stava per travolgerlo. Francesco II e Sofia a Gaeta Sua moglie, la regina Maria Sofia, nata duchessa in Baviera, fu la consorte ideale per un momento di prova e difficoltà, anche se il matrimonio non fu felice: l’intimità coniugale si era raggiunta con ritardo. Ed erano troppo diversi. Si sposarono per procura. Lei era esuberante, allegra e sportiva. Ma re Francesco l’unico sport nel quale era interessato era la caccia. Entrambi erano cattolici ma di diversa religiosità. Preti e reliquie circondavano il sovrano. Lei era la spensierata figlia del molto originale e brillante Massimiliano, duca in Baviera, suonatore di cetra, cacciatore e viaggiatore. Maria Sofia era sorella dell’imperatrice Elisabetta d’Austria, la celebre Sissi la cui vita fu popolarizzata dai film di Ernst Marishka; si vedeva che era stata educata tra le montagne bavaresi a Possenhofen, dove la furia degli elementi si affronta con coraggio e decisione. Maria Sofia ha avuto bisogno di entrambe queste qualità per resistere all’assedio di Gaeta accanto al marito, ma anche per preservare la loro autonomia dalla potente suocera la regina vedova Maria Teresa, seconda moglie di Ferdinando II e madre dei dodici fratelli di Francesco II.

Maria Sofia cercò in tutti i modi di incoraggiare i soldati borbonici distribuendo loro medaglie con coccarde colorate da lei stessa confezionate, prese ad indossare un costume calabrese di taglio maschile affinché pure la popolazione civile la sentisse più vicina, come una di loro, e partecipò personalmente ai combattimenti incitando alla lotta i soldati, recandosi in visita ai feriti negli ospedali. Francesco II a Roma con la regina vedova Maria Teresa ed i fratelli Il castello che durante l’assedio ospitò la guarnigione fu un carcere fino a poco tempo fa. Il 21 gennaio 1861 si è svolto a Gaeta l’anniversario dell’esecuzione di Luigi XVI di Francia. Nelle vene di Francesco II di Borbone correva lo stesso sangue borbonico di Enrico IV e Luigi XIV, il Re Sole. E quel sangue dimostrò la sua qualità nei peggiori momenti di disperazione. Alcuni dei morti, come il duca di Sangro, Caracciolo di San Vito o Giuseppe Ferrari, precettore del re quando era ancora Duca di Calabria, hanno monumenti nella cattedrale. Ma il monumento spirituale di molte morti a causa della fedeltà alla parola data e al re, non ha bisogno di cose materiali da ricordare. Sopravvive nella memoria collettiva.

Monsignor Nicola Borrelli, cappellano di corte, aveva predetto a Francesco II che, se avesse concesso la Costituzione, avrebbe perso il trono. Il re, che nel Gattopardo è descritto come “un seminarista vestito dà generale” era stato allontanato dagli affari di Stato dal padre e per ciò si era trovato senza la formazione necessaria per trattare con loro. “I Borboni regnano uno alla volta!” disse Ferdinando II. Forse il ricordo di una madre che non aveva mai conosciuto, la Beata Regina Maria Cristina, nata principessa di Savoia, alla cui beatificazione ho partecipato lo scorso 25 gennaio del 2014 nella Basilica di Santa Chiara, ha influenzato e anche segnato il giovane e pio principe, molto fedele a tutte le tradizioni della Chiesa napoletana. Certamente Francesco II discese dal ramo principale dei Savoia. Infatti la madre era figlia di Vittorio Emanuele I.

Dopo l’abdicazione, nel 1821, e l’ascesa al trono del fratello Carlo Felice, che era prozio di Francesco, anche questi privo di discendenza maschile, la corona passò al ramo collaterale dei Carignano, decisamente lontano dal tronco principale. Paradossalmente, quindi, Francesco II era dinasticamente più vicino al ramo principale dei Savoia rispetto a suo cugino Vittorio Emanuele II.

Francesco II era apatico e fatalista, esitante, timido, un po’ rigidamente religioso, diceva poche parole nei consigli dei ministri, ma come forse potrà confermare il Dott. Damiano, era molto espressivo, ardente e anche violento nelle sue lettere private, nel tentativo, probabilmente, perdi emulare il padre.

La vita di Francesco II come orfano materno non fu facile. La morte della sua unica figlia, Maria Cristina Pia, di tre mesi, nel 1869, nonostante il ritardo del suo concepimento, si dice provocata per cause simili a quelle che La beata Maria Cristina, regina delle Due Sicilie hanno colpito Luigi XVI e sarà un triste episodio della sua vita. Il forte carattere di suo padre, le difficili circostanze politiche, gli intrighi, la pressione interna ed esterna, hanno reso difficile il suo lavoro. I consigli del suo primo ministro Carlo Filangieri lo portarono a concedere amnistie, maggiore autonomia ai comuni, miglioramenti per i prigionieri, ridurre la tassa sul macinato e i dazi doganali, acquistare grano dall’estero, venderlo a buon prezzo per la popolazione e darlo ai poveri, aprire borse di cambio a Chieti e Reggio Calabria ... e il suo progetto di ampliamento della rete ferroviaria non vene alla luce, per la perdita della corona. Tuttavia, la Spedizione dei Mille e di Garibaldi, con l’aiuto dell’esercito piemontese è stata rapida ed efficace, per alcuni inspiegabilmente, e Vittorio Emanuele II, anche se in un primo momento si è detto rispettoso del trono napoletano, è riuscito a far perdere la corona a suo cugino Francesco II grazie alla determinazione di Cavour ed Enrico Cialdini, “il generale di ferro”, duca di Gaeta e collare della Annunziata, unendo “settentrionali e meridionali che appartenevano a due mondi diversi, che non avevano nulla in comune se non in quel momento la bandiera e il re”. Il Re Francesco II dichiarò in quei momenti: “Fra i doveri prescritti ai Re, quelli dei giorni di sventura sono i più grandiosi e solenni, e io intendo di compierli con rassegnazione scevra di debolezza, con animo sereno e fiducioso, quale si addice al discendente di tanti monarchi”.

Tra i fedeli che accompagnarono i re Francesco e la regina Maria Sofia a Gaeta c’era Bermúdez de Castro, marchese de Lema, ministro di Spagna a Napoli, che rifiutò sdegnosamente di andarsene e che aveva viaggiato a Gaeta nella “Colón”.

Il ministro spagnolo “aveva fatto sapere a Madrid che, qualunque ordine avesse ricevuto, sarebbe andato col re”. Invece, si imbarcarono con destinazione a Roma, i ministri d’Austria, conte Széchény, di Prussia, conte Perponcher, di Russia, principe Volkonskij, e il nunzio apostolico, monsignor Gianelli, arcivescovo di Sardia.

A Gaeta portò ben poco con sé: “dalle banche non ritirò i suoi depositi, dalla Reggia, più che opere d’arte e di valore venale, portò con sé oggetti di devozione e ricordi famigliari”. L’ammiraglio inglese Mundy inviò a Gaeta la Renown con l’offerta al re di trasportarlo dove avesse desiderato. Francesco II rifiutò.

Nonostante questo, partirono sulla nave spagnola Gen. Álava, la Regina madre, Maria Teresa, con le principesse e i piccoli principi, conti di Girgenti, di Bari e di Caltagirone. La seguì la contessa di Trapani, con altra nave spagnola, il Volcán. Raggiunsero Civitavecchia e poi Roma. Ma la Regina Maria Sofia, pur sollecitata, rifiutò di partire. A Gaeta la semplice presenza del re tra le sue truppe aveva un effetto psicologico molto importante e anche quello di sua moglie. Uomini disposti a lottare per l’idea della regalità provavano un senso di esaltazione trovandosi faccia a faccia con giovani che incarnavano quest’idea, che mangiavano del pane con loro, che sfidavano con loro la morte. Re Francesco disse ai suoi fedeli alla fine all’assedio di Gaeta: “Generali, uffiziali e soldati di Gaeta. La sorte della guerra ne separa. Combattuto insieme cinque mesi per la indipendenza della patria, sfidando e sofferendo gli stessi pericoli e disagi, debbo in questo momento metter fine a’ vostri eroici sacrifizii. La resistenza divenuta era impossibile. Se il desio di soldato spingevami a difendere con voi l’ultimo baluardo della monarchia, sino a caderne sotto le mura crollanti, il dovere di re e l’amore di padre oggi mi comandano di risparmiare tanto generoso sangue, la cui effusione or non sarebbe che l’ultima manifestazione d’inutile eroismo. Per voi, miei fidi compagni, pel vostro avvenire, per premiare la vostra lealtà e costanza e bravura, per voi rinunzio al bellico vanto di respingere gli ultimi assalti d’un nemico che questa piazza difesa da voi non avrebbe presa senza seminare di cadaveri il cammino. Voi da dieci mesi combattete con impareggiabile coraggio. Il tradimento interno, l’assalto di rivoluzionarii stranieri, l’aggressione d’uno Stato che dicevasi amico, niente v’ha domato, nè stancato. Tra sofferenze d’ogni sorta, passando per campi di battaglia, affrontando tradigioni più terribili del ferro e del piombo, siete venuti a Capua e a Gaeta, segnando d’eroismo le rive del Volturno e le sponde del Garigliano, sfidando per tre mesi in questé mura gli sforzi d’un nemico padrone di tutta la potenza d’Italia. Per voi è salvo l’onore dell’esercito delle Due Sicilie;

per voi il vostro sovrano può tenere alto il capo, e nella terra dell’esiglio dove aspetterà la giustizia di Dio, il ricordo della vostra eroica lealtà gli sarà dolcissima consolazione nelle sventure. Sarà distribuita una medaglia speciale che ricordi lo assedio; e quando i miei cari soldati torneranno in seno delle loro famiglie, gli uomini d’onore s’inchineranno al loro passaggio, e le madri mostreranno a’figliuoli come esempio i prodi difensori di Gaeta. Generali, uffiziali, soldati, io vi ringrazio; a tutti stringo le mani con affetto e riconoscenza; non vi dico addio ma a rivederci. Serba temi intatta la lealtà, come eternamente vi serberà gratitudine e amore il vostro re Francesco”.

A poco a poco sono state distrutte, soprattutto dopo la prima guerra mondiale, le vestigia materiali di quella numantina difesa. Il bastione dell’Annunziata, che proteggeva dal mare la chiesa dove il 4 dicembre 1860 il re ha partecipato alla Messa per la festa di Santa Barbara, è stato distrutto nel 1960. Ma il bagaglio intangibile che Gaeta ha stampato nel sangue e, diciamo, nel codice genetico dei napoletani sopravvive nel tempo. Francesco II, che fino a quel momento di gloria e di sconfitta, di esilio e tradimento, di morte e dolore, non aveva dato eccessiva prova di determinazione e forza, di prendere decisioni autonome, è stato un esempio di quelli che crescono nelle avversità.

Caduti i Borbone delle Due Sicilie, squadre di imbianchini e di stuccatori lavoravano per sostituire la croce di Savoia ai gigli. Dopo la presa di Gaeta, bombardata giorno e notte da piemontesi e garibaldini, nella cui caduta i progressi dell’artiglieria furono un fattore importante, i reali viaggiarono su una nave francese a Roma. Pio IX, che aveva definito Francesco II come “il piccolo Giobbe”, lo alloggiò al Quirinale. Sono stati poi installati nel Palazzo Farnese, adesso ambasciata di Francia a Roma. L’amore di Francesco II per il suo regno e per i napoletani mai sparì ma più volte mostrato anche dopo aver perso il trono. Nel 1862, ad esempio, ha inviato ingenti somme di denaro per aiutare le popolazioni colpite dall’eruzione del Vesuvio. Durante il suo soggiorno a Roma ha cercato senza successo di organizzare la resistenza armata nel suo ex regno. E ha avuto un governo in esilio riconosciuto dalla Spagna, l’Austria, la Francia e la Baviera. Poi ha vissuto a Parigi con la regina, con brevi viaggi in Austria e Baviera. Francesco II, rimasto a Roma fino al 1870, si spostò tra Parigi e Vienna, stabilendosi, quindi, con Maria Sofia a Possenhofen in Germania, sul lago di

Starnberg.

Papa Pio IX Francesco II delle Due Sicilie a Roma Visse senza grandi mezzi a causa della confisca dei loro beni. Non ha mai voluto la sua reintegrazione. Quando era ancora a Gaeta, c’era l’idea di promettere al re il ricupero delle proprietà personali e dei depositi bancari suoi e della famiglia reale in cambio della pacifica cessione di Gaeta. Dopo, è stato offerto di ricevere i sui beni in cambio della rinuncia al trono delle Due Sicilie. Ma re Francesco collocava il suo onore al di sopra di ogni bene terreno, aveva gusti e bisogni semplicissimi e non teneva in alcun conto gli aspetti mondani della vita. Quindi, non ha mai accettato: “Il mio onore non è in vendita”, disse. Morì “il signor Fabiani” in esilio ad Arco, stazione termale del Trentino austriaco, non lontano del lago di Garda, il 27 dicembre 1894.

Francesco II negli ultimi anni di vita Al momento del trapasso, avvenuto dopo breve malattia, gli erano accanto la moglie Maria Sofia di Wittelsbach che lo aveva raggiunto nell’imminenza del Natale, il fratello Alfonso, Conte di Caserta, l’Arciduchessa Maria e gli Arciduchi Alberto e Ranieri.

L’arciprete Chini, testimone del tempo, così lo descrisse: «dal contegno tanto riservato, che in Arco non si faceva neppure rimarcare, tranne che la sua frequenza e divozione alla Chiesa: quasi suo unico compagno era l’Arciduca Alberto, e qualche volta suo cognato l’Arciduca Carlo Salvatore». Le sue ultime giornate le aveva trascorse compiendo qualche passeggiata nei dintorni della cittadina, scambiando qualche battuta con la gente del luogo, che ricordava la sua svelta camminata lungo il viale delle Magnolie, per giungere puntuale alle sacre funzioni mescolandosi ai semplici contadini.

La salma di Francesco II, vestita con abiti civili su cui spiccavano le decorazioni e fra queste la medaglia al valore militare per la difesa di Gaeta, restò esposta nella camera ardente fino alla sera del 29 dicembre. Egli fu seppellito nel Duomo di Arco. Le resero gli onori due battaglioni di Cacciatori austriaci, mentre dal Monte Brione spararono i cannoni di una batteria. Nello stesso giorno, anche a Napoli fu celebrata una solenne funzione religiosa alla presenza di tutti i nobili duosiciliani, dei Cavalieri dell’Ordine di San Gennaro e dell’Ordine di Malta.

Napoli conobbe la morte del Re dal quotidiano Il Mattino, dove Matilde Serao scrisse un articolo in prima pagina dal titolo “Il Re di Napoli” in cui disse: «Don Francesco di Borbone è morto, cristianamente, in un piccolo paese alpino, rendendo a Dio l’anima tribolata ma serena. Giammai principe sopportò le avversità della fortuna con la fermezza silenziosa e la dignità di Francesco secondo. Colui che era stato o era parso debole sul trono, travolto dal destino, dalla ineluttabile fatalità, colui che era stato schernito come un incosciente, mentre egli subiva una catastrofe creata da mille cause incoscienti, questo povero re, questo povero giovane che non era stato felice un anno, ha lasciato che tutti i dolori umani penetrassero in lui, senza respingerli, senza lamentarsi; ed ha preso la via dell’esilio e vi è restato trentaquattro anni, senza che mai nulla si potesse dire contro di lui. Detronizzato, impoverito, restato senza patria, egli ha piegato la sua testa sotto la bufera e la sua rassegnazione ha assunto un carattere di muto eroismo… Galantuomo come uomo e gentiluomo come principe, ecco il ritratto di Don Francesco di Borbone».

Le spoglie di Francesco II, di Maria Sofia e della loro figlia Maria Cristina, riposano nella Basilica di Santa Chiara, a Napoli, dal 18 maggio 1984, dove sono state portate in forma solenne dalla Chiesa del Santo Spirito dei Napoletani a Roma.

Mons. Borrelli disse una volta a Portici: “Se Vostra Maestà non è stato un gran re in terra sarà un gran santo in cielo”. La sua vedova, la regina Maria Sofia, l’eroina di Gaeta, morì molti anni più tardi, nel 1925 a Monaco, dopo periodi di depressione, senza aver mai smesso di avere fiducia nel futuro restauro del trono perduto.

Funerale di Francesco II

E bene. Il Dott. Gaetano Damiano, è nato a Domodossola, città che, anche se non sono mai stato, è vicina a me per quanto lì è morto un mio parente: Jorge Chávez Dartnell, il 27 settembre 1910, pioniere dell’aviazione peruviana, che dà il nome all’aeroporto di Lima. Il Dott. Damiano che ha compiuto i suoi studi presso l’Università Federico II di Napoli, facoltà di Giurisprudenza ed è diplomato in Archivistica, Paleografia e Diplomatica, è Bibliotecario Direttore presso l’Archivio di Stato di Napoli, dove svolge compiti di accoglienza, consulenza agli studiosi e guida alla ricerca documentaria, nonché tutti gli altri compiti previsti dal profilo professionale, tra cui visite guidate al complesso  monumentale dell’Archivio e al patrimonio ivi conservato, partecipazione a mostre e convegni, redazione, per la parte scientifica, di studi e schede in cataloghi di mostre e altre pubblicazioni. Partecipa ai corsi della Scuola di Archivistica, paleografia e diplomatica con la tenuta di seminari. È inoltre responsabile della conservazione del patrimonio documentario. È stato docente

presso l’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” di Napoli per un Master in “Conservazione dei beni culturali”. È autore di “Il secolo d’oro della pittura napoletana”, “Civiltà del Seicento a Napoli”, “Maioliche napoletane del Seicento”, “Antichità e belle arti. Le istituzioni”, “Napoli e Filippo II”, “Blu, Rosso e Oro. Segni e colori dell’araldica in carte, codici e oggetti d’arte”, “La Repubblica napoletana del novantanove. Memoria e mito”, “Le unità di spazi monumentali: il Ritiro del Crocifisso in Santa Maria Antesecula e la Casa - Ospizio di Santa Maria Maddalena ai cristallini”, “Giubileo a Napoli: un affare di stato (1725-1825), “I feudi del Regno delle Due Sicilie riservati alla Corona di Francia”, “Scienziati - artisti. Formazione e ruolo degli ingegneri nelle fonti dell’Archivio di Stato di Napoli e della Facoltà di Ingegneria di Napoli”, “Gioielli regali”, “Un tentativo di ricostruzione di un fondo archivistico perduto: il Consiglio dei maggioraschi”, “I nobili di Murat dal fondo perduto del Consiglio de’ Maggiorati”, “I giornali copialettere di David, Console generale dell’Impero in Bosnia, conservati nell’Archivio di Stato di Napoli”, “Gli ordini cavallereschi”, “Regina Margherita”, “La guerra de Successiò vista amb ulls  napolitans. Les Memorie de Tiberio Carafa”, “Enfrontaments a l’exili: controvèrsies sobre el Monte dei catalani de Nàpols”, “I trattati di Utrecht e i territori italiani di Napoli e Parma. Visione dalla periferia geografica e politica”, “Stemmi di Murat, titoli e nobiltà del Regno di Napoli”.

Sono sicuro che il Dott. Damiano farà una grande conferenza sulle lettere private e pubbliche di questo re, il vero “re galantuomo”, la cui dignità lo accompagnò fino alla tomba. Grazie.

 

§ Parole di apertura della conferenza del dott. Gaetano Damiano, direttore della Biblioteca dell’Archivio di Stato di Napoli dal titolo: “L’archivio privato di Francesco II di Borbone-Due Sicilie. Documenti di vita pubblica e privata dell’ultimo Re”.

* Dottore in Storia; Dottore in Medicina; Cavaliere Gran Croce di Giustizia, Vice-Uditore Generale e Consigliere della Real Deputazione del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio; Accademico di Numero Eletto della “Real Academia Matritense de Heráldica y Genealogía”; Membro Corrispondente del Collegio Araldico.

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