Giuseppe Borgia, "Paesaggio elementare"

Quando tra un centinaio di anni saremo tutti morti, resteranno i paesaggi come testimonianza del nostro inspiegabile passaggio su questo pianeta. Niente più coreografiche danze rituali, niente magnifiche file da dove ammirare i nostri simili, più o meno simili, più o meno disgustati. Niente più saggezza che viene in soccorso né ignorante capacità di farsi scivolare addosso la pesantezza di tutto l'universo. Neanche le metropolitane né le scale mobili né le lattine di coca-cola declive in forme di fantasia. Tutto tornerà ad essere varco, nel disegno completo che dentro il nostro ventre si declina con parola sacra: Impermanenza.

Un paesaggio elementare, dove sulle strade ormai invase da residuale biodiversità non troveremo neanche un viaggiatore interstellare, neanche un riflesso improvviso né un mobile universo di folate, di raggi, d’ore senza colore, di perenni transiti, di sfarzo di nubi...

Una stampa dell'opera: “Battaglia navale nel porto di Napoli” di Pieter Bruegel a margine di un articolo sull'urbanistica su di una rivista sul tavolino di un bar in pieno febbraio, mi ricorda che quella naturale tendenza che abbiamo a mettere ordine, almeno che non ci si trovi in un bosco e con una scarsa visibilità, per il momento va sospesa. Se, come afferma Gilles Clement: il paesaggio indica ciò che si trova alla portata del nostro sguardo, guardare quello che sto guardando significa elaborare un vortice in cui le imbarcazioni si confondono con la tazza di orzo che sto bevendo e con l'insieme ingarbugliato delle cose che sto vivendo, anche perché in realtà la parola paesaggio indica sostanzialmente questa tendenza: Guardare quello che c'è di fronte a noi, come giardinieri del pianeta terra, appunto.

Alla domanda che cos'è il paesaggio risponderemo dunque: “Ciò che conserviamo nella memoria dopo aver smesso di guardare” prerogativa degli artisti e dei loro codici, dell'arte dalla sua nascita e quindi dalla nascita stessa della parola paesaggio. Se disponessi per un solo secondo di un potere magico toglierei qualsiasi figura bipede da tutti i quadri della storia dell'arte, pensate, anche solo per un momento alle opere del realismo socialista, prendete ad esempio il quadro Cristo nel deserto del 1872 di Ivan Nikolaevič Kramskoj e togliete Cristo, cosa ci rimane? E se posso sognare, perché è di questo che stiamo parlando, perché non guardare alla storia secondo questa angolazione? Perché non vedere il paesaggio come una costante nell'universo?

Sono passato centinaia di volte da quella mulattiera che adesso sono sicuro mi conosce più di quanto le persone che ho amato conoscano le mie debolezze. Il paesaggio non è il territorio, non è una mappa e non è un insieme, il paesaggio è il talismano delle atmosfere.

Leonardo da Vinci, inventore del viaggio nel tempo, con la prospettiva aerea ne aveva indicato le basi. E tutti quelli come lui, i maghi dalle barbe lunghe. Quando mi sento osservato e non capisco cosa succede, adesso so chi mi guarda e perché. Guardando una montagna e immaginando una valanga che mi travolgesse senza che io riuscissi poi a schivarla: morire senza un motivo col sorriso sulle labbra partecipando ad un evento così grande in un giorno felice, passeggiando nella neve, nella valle.

Ma è una giornata tranquilla, Starbuck, e un cielo d'un azzurro dolcissimo...

Tothi Folisi

 

Drago artecontemporanea

Via Prigione, 5 Bagheria

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