Un rebus che cammina

«Ancora fazzu miracoli» diceva Minicu, Domenico Di Mauro a 101 anni; all’anticamera  dell’equinozio di Primavera del 2016 è salito a dipingere carri nel cielo,  forse anche quello di fuoco del profeta Elia. Per una nticchia di giorni non ha toccato i 103 anni, nato com’era a Guardia-Mangano, frazione di Acireale il 4 Aprile del 1913, figlio di Stefano calzolaio-barbiere del villaggio e di Venera Sorbello di professione casalinga; a 12 anni seguì la famiglia  ad   Aci Sant’Antonio (CT). l’Accademia del carretto siciliano. Domandava un tempo ai suoi ospiti Maurizio Costanzo: “ Cosa c’è dietro l’angolo? ”, per Domenico quel 1925 fu la virata secca d’ una nuova vita, messo a bottega da un altro Minicu però surdu, Antonio Zappalà, stimato pittore di carri nonché suo futuro suocero. Novant’anni di autostrada d’artista coi carretti degli altri, gesti sapienti con matite e pennelli per figurare storie di Sicilia  sugli scacchi, farne oggetti d’arte, una pinacoteca ambulante per le strade bianche di campagna. Pochi forse sanno che la mitica 2CV della Citroёn  nata nel 1939  da un’idea di J. P. Boulanger, durante una suo breve vacanza sui monti d’ Auvergne, fu un’auto povera perché studiata per i poveri. Nessun rustre di quella regione montana aveva un’automobile, il trasporto dei prodotti avveniva esclusivamente su carri, fu così che al Boulanger lampeggiò il flash di progettare e far produrre, dalla casa del “double chevron”, una macchina robusta, funzionale, a prezzi assai ridotti per dare a quei bifolchi un mezzo di trasporto adatto ai loro bisogni coniugato ai magri portafogli. Si  annotò nel  taccuino: ““voglio quattro ruote sotto ad un ombrello, capaci di trasportare una coppia di contadini, cinquanta chili di patate ed un paniere di uova attraverso un campo arato. Senza rompere un uovo”. Cento anni prima, un po’ di più, nelle campagne di Sicilia, il mezzo di trasporto era u carrittu, rigorosamente di legno ( dall’abete, al frassino, all’olmo fino al noce secondo le parti e la munita ) con superfici e sponde diverse, a trapezio nel palermitano, rettangolari a Catania. Quel mezzo fu per i cuntadini della Trinacria una 2CV ante litteram, poche le strade di campagna per raggiungere paesi e  bagli, si partiva segnandosi col segno della croce dopo una confessione e il testamento, s’aveva la giusta paura di n’un più turnari. C’erano solo strette mulattiere appena tracciate, arrampicate e discese da cappotto, polvere bianca sui tarasacchi, sulle ginestre lungo i cigli ai strapiombi. Per caricare  grano, patate, frutti della campagna oppure sabbia, calce e pietre, u carrettu era l’unico mezzo di lavoro, l’evoluzione dell’antico strascinu, specie di slitta senza ruote come quella degli esquimesi. Perciò il carretto era ‘na rivoluzione nel trasporto personale soprattutto dopo che li Borboni si decisero finalmente a metter mano al sistema stradale dell’isola, facendo tracciare le “Regie trazzere”, sentieri ch’andavano attraverso i campi pi lu passaggiu di greggi e mànnari, tratturi erbosi insomma al servizio della transumanza. Quelle erano le vie  per i carretti, poco più di viottoli di campagna con fondi sconnessi ed un continuo saliscendi. adatti agli animali. Ma anche la picciottella  della Citroen c’aveva vita dura, con soli 435 cc di cilindrata e 26 CV di potenza  massima doveva affrontare lunghi tragitti su strade in terra battuta per arrivare dalla maison de campagne au village con dentro moglie e sacchi dei  frutti della terra da vendere al mercato. Carretto e 2CV entravano nei campi per caricare le merci, sempre per i campi marciavano robusti a conquistarsi il frutto del lavoro. Per questo il primo aveva Ruote grandi, ben cerchiate  e la seconda pianale rialzato a fuga e sospensioni uniche per la tenuta di strada, mezzi francescani, poveri ma tosti, da manutenzione semplice, del tipo fai da te.. La 2CV era una macchinetta da guerra, una campagnola assai bruttina ( vedi il prototipo del ’39 ) ma nel tempo diventerà una signorina elegante, sculettante, decorata perfino da pittori ( vedi la versione Charleston ), anche il carretto   vernicato a tinta unica per proteggere il legno, col tempo si trasformò in un oggetto d’arte, tanto prezioso da assurgere a ruolo d’ icona della Sicilia in odore del timbro dell’UNESCO.

U carrettu ha bisogno di due ruote grandi cerchiate a ferro, dal mozzo partono 12 raggi quanti sono i mesi dell’anno, simbolo ancestrale della ruota del tempo che scorre circolare da oriente ad occidente ed eterno ripete il suo ciclo. Queste sono unite da un asse, u fusu, fissato al mozzo da un grosso dado. Sopra le rrote viaggiano le stanghe per attaccarci la bestia collegate dalle chiavi, una anteriore e l’altra posteriore, sulle aste poggiano i cuscinetti per ammortizzare gli urti ed eccoci alla cascia ( cassa). E’ un pianale, u funnu, di tre/quattro tavole, quasi quadrato di m. 1.30 x 1,15 ( nel catanese )  sul quale sono fissate, con robusti pioli maschi, le sponde divise in scacchi,  dietro chiude la cassa lu purteddu posteriore posto a incastro ma estraibile per il carico-scarico della merce. E il conduttore dove si sedeva? Su una tavola appendice anteriore del pianale, niente cassetta.

Per costruire u carrettu c’era bisogno d’un lavoro artigianale a più mani, partendo da un bravo falegname ebanista e intagliatore per telaio e carrozzeria, passando  ad un fabbro ferraiolo, u firraru, per cerchiare le ruote, realizzare cuscinetti, dadi e cunei, di un “carradore” che montava il puzzle delle parti, di un pellettiere per i finimenti, d’ un pittore quand’anche d’un tappezziere per la copertura, un mastro d’ottoni per le campanelle, un artigiano di lumi da appicciare per la notte e via correndo. Un tempo mi incuriosì l’aerografo, serviva per decorare a spruzzo oggetti compresa l’automobile, personalizzare il proprio mezzo di trasporto, mandare un messaggio agli altri: “questa è la mia auto ”, specchio di chi la guida, a pensarci bene la genesi era proprio il carretto siciliano.

Il motore d’u carru era il mulo, il meglio era il Bardotto, ibrido nato dall’incrocio cavallo-asina assai diffuso in Sicilia e Spagna per la sua forza da traino, se no c’erano i muli dell’asino latin lover di cavalle o al peggio  gli asini. I proprietari più in canna attaccavano alle stanghe un bel cavallo da tiro il preferito era l’equino autoctono siciliano (es. l’ibleo) usato anche dai carabinieri. Comunque pure il motore animale era oggetto di accurata decorazione con bardature di pregio, paraocchi, fiocchi ed i famosi pennacchi sulla testa.

Il carretto aveva grosso modo 3 scuole, quella palermitana di Bagheria con decorazioni per lo più geometriche, sponde a trapezio e ferri battuti assai particolari ( a tariuolu ),  quello catanese ch’era invece più piccino, si distingueva per una riproposizione figurata, sugli scacchi rettangolari, dei cantastorie di santi e paladini presi dall’Opera dei pupi del ‘700, infine la scuola trapanese che si distingueva per il diametro maggiore delle rrote.  

Poco, a farlo con i fiocchi, u carru non costava,  diciamo mediamente circa 10.000  euro d’ oggi, tutto dipendeva dalla ricchezza delle decorazioni, dalle dotazioni, dagli  optionals, occorrevano almeno 5-6 stipendi degli anni ’40 a schizzare in su se la qualità del manufatto era alta . Perciò chi possedeva un carretto, aveva fatto un bell’investimento, ci lavorava per se e per conto terzi, ergo svoltava economicamente, “cu avi u carru, prestu si fa li fatti soi” si diceva.

Col secondo dopoguerra, pian, piano il carretto diventò n’u fierru viecciu, le 2CV italiane, la 500 e la 600 sfrecciavano per le strade di campagna assieme ai furgoni cassonati Appia  della Lancia, il progresso nei trasporti s’avanzava, i vecchi carri diventarono oggetti d’antiquario da tirar fuori dalle stalle in occasione delle feste oppure messi muti,  in bella mostra nei musei.

Ma a che servivano tutte quelle pitture a colori vivaci ( i primari più il verde ) negli scacchi delle sponde se non a tre funzioni principali: fare pubblicità dei prodotti da vendere, scacciare i malefici, le iatture , le fatture magiche ( funz. apotropaica ) o a narrare la cultura popolare dei miti siciliani legati alla cavalleria, alla fede, alla difesa dell’onore, della giustizia.

Domenico Di Mauro, tra i paladini della Chansons de geste o della Gerusaleme liberata, da vecchio schietto socialista, usò gli scacchi anche per fare satira politica denunciando uomini e tresche del malaffare, lui che d’impegno per la giustizia sociale ne aveva profuso a iosa anche durante il fascismo, prendendosi i suoi rischi e  aveva amministrato, come sindaco di Aci dal ’44 al ’46, con grande scrupolo, per tornarsene, dopo Yalta, al suo sgabello a  dipingere carri. Aveva uno stile tutto suo, raro, dare plasticità ai personaggi usando con sapienza il chiaroscuro, era un pittore del Rinascimento, dello spazio tridimensionale, di contro alla tradizione, un po’ naif, delle figurine bidimensionali.

Prima di lui c’ aveva lasciato, nel 2012,  un altro grande carrettiere Giuseppe Ducato della scuola di Palermo, era l’ ultimo rampollo decoratore  di una famiglia illustre di pittori attiva già dalla fine dell’Ottocento.

Ci piace infine ricordare che Giovanni Verga inserì il carretto siciliano nella novella la Cavalleria Rusticana, Alfio, rivale d’amore di Turiddu, faceva di mestiere proprio il carrettiere; il livornese Pietro Mascagni s’innamorò di quella storia calda di passione e gelosia, ne fece il capolavoro musicale della sua carriera servendosi del libretto scritto dal suo amico poeta Giovanni Targioni.Tozzetti.

Emanuele Casalena

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