Gugliemo Peralta, "La Citta invisibile" (Ed. Robin) - di Ornella Mallo

Nel saggio sulla fiaba “Albero e foglia” Tolkien scriveva così: “La fantasia è una naturale attività umana, la quale certamente non distrugge e neppure reca offesa alla Ragione; né smussa l’appetito per la verità scientifica, di cui non ottunde la percezione.

Al contrario: più acuta e chiara è la ragione, e migliori fantasie produrrà. Un lampione elettrico può essere ignorato, per la semplice ragione che è insignificante e transitorio. Le fiabe, invece, si occupano di argomenti più permanenti e fondamentali, come il fulmine. Autore o amatore di fiabe è colui che non si fa servo delle cose presenti.”

Sicuramente non si fa servo delle cose presenti Guglielmo Peralta, che apre il romanzo “La città invisibile” dimostrando di amare la favola: “Inseguendo il Biancosogno caddi dentro il passaggio segreto. Mi ritrovai nella Città della scrittura […] Qui è la casa di Alice. […] Da un grembo di luce esce il mio angelo. Mi viene incontro Alice a cavalcioni del suo Bianconiglio.” Sulla fiaba scrive espressamente, più in là, che “non ci salva dalla cruda verità; non ci salva dalle fatiche del quotidiano esistere, e, tuttavia è balsamo e oblio la piena immersione nel fantastico Paese delle Meraviglie, alias Città della scrittura.” E sulla fantasia, nell’incipit del capitolo “Gli eroi e gli amanti” - sempre contenuto ne “La città invisibile” -, il Nostro asserisce: “Rifletto sulla fantasia, che ha ceduto le virtù e le ali agli spazi virtuali e al metaverso: un mondo digitale, onnicomprensivo e parallelo al mondo reale e sempre di più integrato all’intelligenza artificiale, che va oltre la realtà e le visioni fantascientifiche più audaci.”

Dunque, la Fantasia di Guglielmo Peralta si ribella alla tirannia di un mondo cibernetico che ne scoraggia lo sviluppo delle virtù e il volo, pur prendendo atto – razionalmente – del dilagare sempre più minaccioso di una vera e propria infodemia: la posizione del Nostro è esattamente in linea con la citazione di Tolkien riportata all’inizio, secondo cui fantasticare non è antitetico al ragionare. Per lo scrittore di Oxford la ragione senza la fantasia rischia di inaridirsi e di sfociare nel bieco materialismo: la fantasia opera, allora, una guarigione dello sguardo (Recovery) permettendo di ripulirlo dall’ovvietà, e di percepire la realtà, attraverso lo stupore, in modo più puro e autentico.

Per Peralta è il sogno a rivestire questo ruolo: ne “La città invisibile” leggiamo: “grande si annuncia il mistero nella veste del sogno, che a sua volta si ammanta della nuda e cruda realtà”. Il romanzo si presenta allora come un’ulteriore evoluzione dell’intuizione filosofica della “Soaltà”, neologismo creato da Guglielmo che nell’opera eponima scrive: «Per com-prendere i “sogni” e farne buon uso bisogna coltivarli col senso della realtà che sola può rappresentarli. Usarli è coglierne i frutti dopo il loro innesto sugli occhi mondani. E un innesto è soaltà nata dal “sogno” e dalla realtà. Essa risolve nel rapporto di equivalenza l’opposizione tra i due termini antinomici costituendo con la realtà un nuovo dualismo che è, tuttavia, libero da contraddizioni. La soaltà, infatti, è una realtà che include il sogno come possibilità della sua stessa esistenza, come sua parte costitutiva, mentre la realtà è tale in quanto lascia quel “sogno” fuori di sé.»

L’intuizione della Soaltà avvicina allora Peralta, più che a Tolkien, – che solo nella dimensione elfica apriva al “day dreaming” , ossia il sogno a occhi aperti - a Cervantes: ne “La città invisibile” il geniale autore palermitano scrive su Don Chisciotte: «l’intrepido hidalgo, ‘antesignano’ della soaltà, in quanto sognatore ad occhi aperti e abitati dal sogno, in virtù del quale egli ‘vede’ con il cuore una realtà trasfigurata […] che lo cattura con le infinite rappresentazioni che egli stesso crea e alle quali egli crede con ferma coscienza. Chi più di lui è assennato e giusto in un mondo di predatori e di naufraghi, devastato dalla crudeltà, dall’irrazionalità e prossimo all’Apocalisse?»

Già in Soaltà aveva scritto: «Questa bellezza che accende la sua luce in quel cielo di soaltà che è la realtà interiore “toccata” dallo s-guardo è il canto originario solo nel quale è possibile ritrovare la propria voce. Con questa voce, con questo canto che se-duce la ragione e orienta l’azione dell’uomo è possibile fare breccia in un mondo che brucia la cultura dello spirito a 451° Fahrenheit». Ne “La città invisibile” riprende e attualizza questo concetto alla luce delle pieghe pervasive e disumanizzanti che ha assunto il fenomeno dell’informatizzazione nei nostri giorni. Nel romanzo leggiamo infatti: “E mi sovviene Montag di Fahrenheit 451 […] convertito alla cultura dopo aver bruciato molti libri. Ed ecco! Al ricordo associo il patrimonio letterario salvato da Granger e dai suoi compagni, custodi dei libri imparati a memoria per trasmetterli alle nuove generazioni in un mondo libero dalla tirannide. Godo della poeticità del loro gesto e mi si apre dinnanzi una vasta campagna sotto un cielo di stelle.”

Peralta richiama l’Umanità al valore della bellezza, di cui è custode la letteratura: “la bellezza risplende nell’infinita costellazione delle luci ideali di cui i libri sono una proiezione”.

La bellezza sicuramente non può salvare il mondo: “Tra Arte e vita c’è una profonda cesura, una ferita, una lacerazione incolmabile. L’arte, che pure modella le sue creature, non possiede il soffio divino, principio di vita.”

Tuttavia, la lettura dei testi che della bellezza sono depositari può trattenere l’umanità dall’autodistruzione. Scrive sempre l’Autore: “Dato il brutto andazzo del mondo, non è difficile immaginare un’improvvisa Dissipatio H G: un evento così ineluttabile, al quale ci si potrebbe solo rassegnare.” Emblematiche le parole con cui Alice apostrofa il Nostro non appena lo incontra: “È ora che l’uomo s’interroghi sulle proprie nefandezze piuttosto che sul senso della vita. A che pro la domanda esistenziale quando urge la risposta al dolore che egli procura a sé stesso e agli altri senza una ragione?”

Non è un caso che il primo personaggio che incontra Guglielmo, precipitando nella Città invisibile attraverso il passaggio segreto, sia Alice: sia l’uno che l’altra vengono risucchiati in una dimensione interiore, qual è quella dell’inconscio, da cui promana, per l’appunto, il sogno. Potremmo dire che in qualche maniera la favola di Alice venga attualizzata da Peralta con il richiamo al pericolo di estinzione dell’essere umano che aleggia in questo momento storico: “tu potresti scrivere la favola bella, esemplare, e insieme potremmo sperare nel cambiamento degli uomini […] La vita che imita l’arte supera la fantasia.”, dice Alice al Nostro.

L’Autore sembra suggerirci che per fronteggiare questa nuova e drammatica realtà e per evitare che si realizzi l’Apocalisse, occorre coltivare il sogno, che “tutto può con le sue infinite proiezioni”, liberare la fantasia imbrigliata e asservita agli algoritmi, e muoversi nella città della Parola, in cui si dispiega l’Umanità tutta nella sua essenza. “Un uomo è gli altri, è tutti gli uomini”: il Bianconiglio cita Hawthorne e Guglielmo aggiunge: “suo è l’aforisma, dove colgo di riflesso l’essere onnisciente di Emerson, il quale ritiene che una sola persona abbia redatto quanti libri ci sono al mondo, data l’unità centrale che è in essi. Qui è la chiave di tutto. Se un uomo è tutti gli uomini, egli è anche tutti i poeti del mondo, che hanno composto tutti i poemi del passato, del presente e dell’avvenire, che, secondo Shelley, sono episodi o frammenti di un solo poema infinito. Io, allora, sono l’unico Autore che in sé li comprende tutti.”

Che cos’è allora la Città invisibile? È “la città della Scrittura”: quest’ultima “ha il potere di creare, di persuadere, di perdonare”.

Nella città in cui essa ha luogo regna l’eterno: “Scrivere è non morire […] E l’infinito della scrittura, che estende e rende sconfinata la Città, è la grande illusione dell’immortalità.” In questa città “tutto è parola”, e “l’anima anela a fare della parola la propria casa. […] Il cammino è l’immobilità assoluta. Qui si gode […] quando, sprofondando nella meraviglia abissale, ci si leva dentro in gran volo. […]” La Città invisibile “è come i luoghi che non abbiamo mai visitato e che perciò ci sembrano inesistenti, ma vederla, abitarvi, non è un’illusione. […] Sono dentro e sto fuori”.

Tutti questi dati ci confermano che il romanzo del Nostro è fortemente allegorico, e che la Città invisibile dimora negli abissi della nostra spiritualità, si raggiunge soltanto scavando dentro noi stessi, compiendo un viaggio che ha la dimensione della verticalità, che poi è la dimensione propria della poesia. Infatti, il secondo personaggio che Guglielmo incontra è proprio Orfeo, il poeta per antonomasia, capace, con il suo canto, di ammansire le fiere e muovere le pietre. “La tragedia cessa di essere tale quando si fa poesia e scrittura, e il suo fascino è irresistibile.”, scrive l’Autore. Non a caso, la città della Scrittura è avvolta da un “fecondo silenzio”, che predispone l’Autore al suo ascolto e a uno sguardo “che vede più degli occhi”, “sorgente dei sogni e dell’amore.” Silenzio, sguardo, ascolto, sogno precedono e intridono la creazione della poesia.

Ma Peralta, nel suo romanzo, non si richiama solo al figlio di Calliope: un altro grande poeta che affiora come rimembranza già nell’incipit è proprio Dante: il “Mi ritrovai nella Città della scrittura” ricorda il dantesco “mi ritrovai in una selva oscura”, anche se, nella visione di Guglielmo, nel non luogo in cui precipita “luce e tenebra coesistono congiuntamente, contemporaneamente”. I riferimenti alla Divina Commedia non si esauriscono in questo: il cammino di Peralta lungo le ‘librevie’, ossia le strade che la attraversano, ricorda il viaggio ultraterreno di Dante: “Inferno, Purgatorio e Paradiso sono i luoghi largamente abitati che si avvicendano e sono gli stati dell’animo umano che s’intervallano e si riflettono nell’universo della scrittura, dove tu e tutti gli altri personaggi siete a immagine e somiglianza dell’uomo”, dice il Nostro, protagonista assoluto del romanzo, rivolgendosi ad Amleto. Come il Sommo Poeta incontrava le anime, Guglielmo immagina di imbattersi in tutti i più famosi protagonisti dei capolavori della letteratura mondiale, che assumono la consistenza di ‘Ombre’, essendo state create dall’Uomo: le idee generatrici delle opere animate da questi personaggi, sono racchiuse nell’”Ideoteca”, che custodisce quelle già generate e “s’infinita delle nuove”. Delle tante figure che Peralta avvicina, molte sono dantesche: pensiamo, per fare un esempio, a Beatrice oppure a Paolo e Francesca: di questi ultimi, addirittura, ‘Amos’, nome con cui si ribattezza Guglielmo, rivoluzionerà le sorti.

Infatti, un’altra caratteristica de “La città invisibile” è quella di offrire all’Autore la possibilità, attraverso una “lingua” ingravidata dal sogno, e perciò “redenta, pura e innamorata, custode e dispensatrice di pace, giustizia e amore”, di trasformare in fausti i destini tragici e infausti di tanti personaggi della letteratura, di cui è talmente permeata la nostra cultura, da far parte integrante della nostra vita interiore. Nella sua illuminante prefazione, Marco Onofrio definisce la lingua “ipostasi perfetta della Soaltà”. Peralta la contrappone al “linguaggio”, che viene assimilato invece a un “minotauro”, dalle forme “fameliche e labirintiche”: il filo che permette di strappare le vittime dai labirinti in cui le ha recluse il linguaggio è l’amore.

Ecco l’utopia che coltiva Peralta per ribellarsi a un mondo sempre più distopico e spaventoso: l’utopia del lieto fine, verso cui convergono molti dei protagonisti dei capolavori letterari di tutti i tempi, da quelli del mondo greco e latino a quelli dei nostri giorni. Molti, ma non tutti: infatti, per vedere cambiate le proprie sorti, occorre che gli attanti abbiano compiuto azioni cruente solo per obbedire al ‘piano segreto della narrazione’, e non a causa della loro natura o personalità, ragion per cui l’Autore che originariamente li ha concepiti, non opporrebbe in astratto il suo dissenso a un esito felice. “A molti di noi è stata infusa un’essenza venefica”, spiega Amleto ad Amos.

L’esempio più significativo può essere offerto da Paolo e Francesca, che Peralta lascia ascendere all’Empireo, liberandoli dall’Inferno, perché legati da un sentimento purissimo d’amore, scevro da ogni libidine. “Mi dispiace, scrive Guglielmo, di non poter chiedere il consenso al sommo Poeta. Tuttavia, se preso da un’insostenibile commozione egli cadde come corpo morto cade, penso che non avrà nulla in contrario.” Dello stesso avviso era Ezra Pound che, immaginando di incontrare Francesca, le dedicò i versi: “Io che ti ho vista / tra le cose primarie / mi adirai quando sentii il tuo nome / pronunciato in luoghi comuni.”

Lo stesso stravolgimento di sorte toccherà a Romeo e Giulietta, ma non a Nastas’ja, protagonista dell’”Idiota” di Dostoevskij, che non potrà sposare Myskin perché “non si può sradicare dal cuore di Rogozin l’amore per cui egli la uccise e liberarlo dal peccato”. Il Nostro rivisita anche il mito di Orfeo, come Pavese ne “L’inconsolabile”, contenuto nei “Dialoghi con Leucò”. Con l’Orfeo di Pavese, Guglielmo condivide la catabasi in una realtà sotterranea, quale è l’Ade, come lo è “La città invisibile”, metafore entrambe dell’interiorità di ogni uomo. Tant’è che l’Orfeo di Cesare dice a Bacca: “Ero quasi perduto e cantavo. Comprendendo ho trovato me stesso”. Analogamente Peralta scrive: “Mi sorprendo a camminarmi dentro mentre cerco l’uscita” e non modifica il destino del kafkiano Gregorio Samsa, che afferma: “Se ho accettato la degradazione fino a trasformarmi in scarafaggio è per ritrovare in me stesso la via della purificazione”, cioè il compimento del Samsara.

Ma mentre Pavese tratteggia un Orfeo conchiuso in sé stesso e nella sua solitudine, che volontariamente si volta indietro per non far ritornare Euridice, poiché “L’Euridice che ho pianto era una stagione della vita. Io cercavo ben altro laggiù che il suo amore. Cercavo un passato che Euridice non sa.”, l’Orfeo di Guglielmo non trasgredisce il divieto di voltarsi, perché “la brama di contemplare l’amato volto, di carpirlo all’oscurità profonda non si è mai spenta”; tuttavia, per una burla dello shakespeariano Puck, Euridice viene rapita da Amleto, e quindi al Divino Cantore non resta che ricambiare l’amore di Titania. Notiamo con quanta ironica inventiva vengano rimescolate tra loro le trame dei capolavori di tutti i tempi: l’ironia conferisce una leggerezza tutta calviniana alla narrazione. Ma al di là del gioco scherzoso con cui Peralta modifica le sorti, il messaggio è chiaro: ritrovare sé stessi non basta: occorre che la consapevolezza di sé si integri con l’apertura verso l’Altro, data dall’Amore.

Il sogno di Peralta è pregno di sentimento: Orfeo viene salvato da una solitudine sterile e infruttifera, che poi è la solitudine da cui è afflitto l’uomo della società ipertecnologica. Continuamente nel romanzo si ribadisce la forza salvifica dell’amore: è l’amore per la letteratura che suggerisce a Guglielmo l’idea della Città invisibile, è il sentimento amoroso, puro e pieno di trasporto, che redime i personaggi tragici e li conduce verso un destino di felicità: “Omnia vincit amor et nos cedamus amori”, sentenzia Romeo. Scrive il Nostro: “la lingua ha un cuore, ne percepisco i palpiti. Essa crea amori infiniti che compensano indefiniti dolori, possiede e ci fa dono di storie sempre diverse, inventa l’inverosimile rendendolo possibile.” La lingua permette l’innamoramento di Ofelia nei confronti di Amos. Non è una lingua laica: “essa ha fede in Cristo e nella sua Parola e indica la via dell’amore e della compassione, e anche in assenza di Dio non tutto deve essere possibile, né nella vita vera né […] in questa che ne è solo l’imitazione. In questa lingua purificata, purgata dalle convenzioni e dall’arbitrio senza freni, dall’uso eccessivo e licenzioso del linguaggio, dall’abuso del dolore e della violenza, dobbiamo amarci, cercarci, ritrovarci; diversamente, solo ci resta il deserto e anche gli uomini, veri, sono ombre”.

Come l’incipit, anche la conclusione del romanzo ricorda – anche se con esiti diversi - la favola di Alice: all’improvviso il nostro Autore si sveglia e si rende conto di aver solo sognato. Emergono, però, durante il corso della narrazione, le differenze tra il ‘Paese delle meraviglie’ di Carroll e ‘La città invisibile’ di Peralta: la fiaba di Alice è governata dal nonsenso, e, per quanto “il nonsenso sia migliore dell’assurdità che regola la condotta umana”, presenta tuttavia “un paradosso e una logica troppo distante dalla lingua incantata e governata dalla realtà del sogno”: ecco perché il destino di Alice è immodificabile.

La città invisibile è governata dal sogno: “in essa nulla è ineffabile perché il sogno vince sulla fallace percezione, restituendo la concretezza delle sue immagini, delle sue figure. Si fa esso stesso parola, corpo, anima, volto.” Pertanto, “La verità dimora nel sogno”.

Ma, scriveva Nietzsche nei “Frammenti postumi”, “Chi vuol dare alla vita il significato più profondo avvolge il mondo di favole; noi tutti vi siamo profondamente intricati, per quanto ci sembri di essere spiriti liberi.” Qual è allora il significato profondo che vuol trasmettere Peralta ai lettori con il suo romanzo che oscilla tra la poesia e l’azione rocambolesca, tra la consapevolezza della realtà e la favola, auspicando il trionfo della soaltà? L’idea nasce dalla preoccupazione per il futuro dell’umanità, espressa nel romanzo proprio dall’Autore nella persona di Amos, quando afferma: “con i libri brucerà il mondo nell’inferno nucleare. La bellezza non potrà salvare né essere salvata.” Non si tratta di una preoccupazione peregrina. Nell’interessante saggio “La morte del prossimo” Luigi Zoja scrive: “Ama Dio e ama il prossimo, diceva il comandamento. Ma già per Nietzsche Dio era morto. E il prossimo? Nel mondo pre-tecnologico la vicinanza era fondamentale. Ora domina la lontananza, il rapporto mediato e mediatico. Il comandamento si svuota. Perché non abbiamo nessuno da amare.”

L’Euridice de “La città invisibile” pare rispondere a questo asserto quando afferma: “la lingua redenta potrà salvarci e rispecchiarci; saremo, per sua virtù, destinatari e destinatori d’amore”; così dicendo, la ninfa commuove il Nostro con “la sua determinazione a operare proprio per il bene e la cura del prossimo”, prossimo che per la lingua esiste, non è morto, esattamente come non lo è Dio.

È il “bene disseminato” che dà un senso all’esistenza, “compensa il deserto di senso” dell’esserci, e consente “di far pratica di umanità”.

“La violenza che, in tutte le sue forme, governa il mondo è sublimata dall’arte, dalla poesia, dai geni dell’immaginazione creatrice, che la trasferiscono nelle storie narrate, le quali edificano ed espandono all’infinito questa Città.” Da tutte queste premesse, scaturisce allora la risposta che - alla preoccupazione dell’Autore – dà Montag, in cui si racchiude il telos del romanzo: “se il mondo sprofonderà in una notte infinita, noi ci adopereremo affinché sorga un nuovo mondo, dove porteremo il nostro prezioso bagaglio di cultura. Saremo la memoria letteraria di una nuova società, di un’umanità migliore, amante della poesia e della bellezza. Una palingenesi di luce nuova metterà fine ai nostri cuori d’ombra; saremo uomini-libro, ribattezzati nel nome della verità e della grazia. Sognare sarà il diritto e il dovere dei nuovi esseri umani, perché non c’è realtà migliore del sogno che apre gli occhi e la mente allo stupore.”

Con queste parole di speranza concludiamo la nostra disamina.

 

 

Pin It

Potrebbero interessarti

Articoli più letti

Questo sito utilizza Cookies necesari per il corretto funzionamento. Continuando la navigazione viene consentito il loro utilizzo.