Considerazioni di Liliana Nobile su "MOSAICOSMO — MANIFESTO. Per un Nuovo Umanesimo Cosmico" di Tommaso Romano

IL MOSAICOSMO COME ARCHITETTURA DELLA SPERANZA

Per una rifondazione dell’Umanesimo trascendentale e civico nel pensiero di Tommaso Romano

In un’epoca segnata dalla vertiginosa accelerazione della tecnica, che rischia di contrarre lo spazio della coscienza riducendo la cifra dell’umano a funzione, misura o algoritmo, e dal progressivo sfaldamento delle architetture ideologiche, il Manifesto del Mosaicosmo di Tommaso Romano, si presenta come un testo incisivo e pregnante. Pubblicato dalla Fondazione Thule Cultura nel giugno del 2026, questo scritto si presenta come un’autentica e urgente chiamata a raccolta dello spirito: un atto filosofico e militante con cui l’autore compie una coraggiosa scelta di audacia concettuale, offrendo una mappa di orientamento etico e metafisico contro il disorientamento del nostro tempo.
 
Leggere il manifesto, insieme ai contributi e agli interventi – giunti sia dietro invito sia spontaneamente – che vengono pubblicati a seguire, significa innanzitutto fare l’esperienza di un’opera che affonda le sue radici in una lunga e meditata fecondazione ideale. Come l’autore stesso ricostruisce con chiarezza nella Premessa, il cammino del Mosaicosmo prende le mosse da lontano. Risale infatti al 1996 la coniazione di questo felice neologismo, voluto originariamente all’interno di una collana di testi raccolti “a mosaico” insieme all’indimenticabile amico e intellettuale Dino Grammatico, per raccogliere gli scritti sparsi dell’ISSPE (Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici). Da quel primo zibaldone, intitolato Finestra sul Cassaro (dedicato all’antica arteria palermitana di corso Vittorio Emanuele II), la riflessione si è via via stratificata attraverso ben ventitré raccolte, passando per la fondamentale Dichiarazione delle 7 Tessiture dal Mosaicosmo, pubblicata nel circuito di «Letteratura e Tradizione» diretto da Sandro Giovannini e ripresa nel 2008 nei Quaderni del Pensiero Mediterraneo, fino alla monumentale sintesi nei dieci volumi di pagine scelte intitolati Il Mosaicosmo nell’Infinito, editi da Ex Libris con la cura colta di Carlo Guidotti.

Il recente Manifesto de Mosaicosmo non rappresenta dunque un punto d’arrivo isolato, ma il compendio di un trentennio di instancabile militanza culturale, filosofica e civile. Di fronte all’angoscia dell’entropia sociale e alla de-umanizzazione strisciante del presente, Tommaso Romano non si rifugia nella nostalgia, ma edifica una vera e propria cattedrale dello spirito, invitando l’uomo a riscoprirsi non come frammento smarrito nel caos, bensì come tessera irripetibile e necessaria di un Mosaicosmo vivente.

Il vertice speculativo del testo risiede proprio in un’intuizione ontologica posta in esergo: «Ogni uomo è una tessera irripetibile nel cosmo: nessun frammento può sostituirne un altro, nessuna luce può spegnersi senza impoverire l’intero». In tale principio si avverte il respiro profondo dei grandi maestri della filosofia personalista e dell’umanesimo classico – a partire proprio dal sommo magistero di Francesco Petrarca, che evoca quell’Umanesimo trascendentale cristiano richiamato dall’autore, fino a Pico della Mirandola e ai pensatori del Novecento. Nel Manifesto viene rielaborata questa illustre tradizione, mostrando come il microcosmo individuale e il macrocosmo universale non si annullino a vicenda, ma si sostengano in una necessaria reciprocità; togliere o sminuire una sola tessera significa mutilare l’intero disegno cosmico.

Tale visione acquista una portata etica e civica di straordinario rilievo anche da una prospettiva rigorosamente laica, educata ai valori dell’alto profilo morale. La profonda interdipendenza degli esseri e la connessione indissolubile, per cui nessuna creatura sussiste da sola ma partecipa al destino del tutto, ci ricordano che il rispetto della singolarità dell’altro è la precondizione per la salvaguardia del bene comune e della convivenza civile.

Tra i nodi più densi e innovativi del Manifesto spicca la riflessione sul rapporto tra umanesimo, scienza e nuove tecnologie. È manifesta un’apertura lucida e priva di oscurantismo verso il progresso scientifico e l’intelligenza artificiale, a patto che la tecnica rimanga strumento al servizio della persona e non diventi idolo o fine autotelico. Leggiamo infatti nel testo che «L’IA deve essere progettata e governata con visione dell’uomo» (un uomo non stolto, ovviamente) e che «La tecnica senza antropologia è cieca». Si sottolinea inoltre che l’algoritmo può calcolare e aggregare dati, ma non possiede il sensus aestheticus, la responsabilità morale, l’intuizione del trascendente o la capacità di amare e custodire la vita: aspetti fondamentali per attribuire fermamente all’uomo un agire consapevole e responsabile.

L’esigenza di un argine antropologico alla tecnica si riflette direttamente sulla visione politica e sociale delineata nella sezione del Manifesto votata a un Nuovo Umanesimo – politico e cosmico. Di fronte al rischio di un planetarismo astratto e burocratico, capace di dissolvere le identità nei flussi anonimi della globalizzazione, l’autore indica nel principio di sussidiarietà non una mera norma amministrativa, ma un vero e proprio principio cosmico. In questo snodo, la riflessione evoca la grande lezione del personalismo comunitario e l’appello di Simone Weil alla necessità di un profondo radicamento spirituale e territoriale dell’essere umano. L’ordine autentico della convivenza civile non nasce mai dalla dissoluzione del particolare in un universalismo astratto e totalizzante, bensì dalla valorizzazione rigorosa delle comunità, dei corpi intermedi e delle singole autonomie. La politica, privata di un’antropologia verace, è inevitabilmente destinata a tradire la persona scivolando nella tecnocrazia o nel potere cieco; il Mosaicosmo la richiama invece alla sua vocazione più alta: farsi custode della libertà e del bene comune, orientando le istituzioni a misura della dignità irriducibile di ogni essere umano.

Tra i temi più densi e innovativi del Manifesto spicca La libertà come vocazione cosmica. Per l’autore la libertà non è un mero diritto formale né una concessione istituzionale, ma la forma stessa dell’essere umano nel cosmo: «l’uomo è l’essere che può dire sì e no, che può scegliere, che può creare». In questo passaggio la riflessione incontra idealmente l’esistenzialismo personalista di Luigi Pareyson e la metafisica della libertà di Nicolai Berdjaev, dove la creatività umana è atto ontologico primario, non ornamento.

La libertà – personale, d’impresa e artistica – viene così riaffermata non come un privilegio concesso o revocabile, ma come vera e propria vocazione: l’imprenditore che crea, che rischia e che trasforma le risorse in valore, così come l’artista che dà forma all’invisibile, si configurano come veri e propri agenti di un ordine che si oppone al caos. E se la libertà artistica viene definita «sacra», è perché l’arte costituisce il linguaggio ineludibile con cui l’uomo partecipa alla creazione del mondo e dialoga direttamente con il Mistero.

Appare chiaro come il radicamento dell’autore nella tradizione cristiana e nella Rivelazione offra le risorse antropologiche più alte per pensare la persona come creatura amata da un amore infinito, sottraendola a ogni logica di scarto o di mercificazione. Al contempo, la straordinaria forza del Mosaicosmo risiede nella sua capacità di farsi spazio aperto, cantiere di senso e crocevia di intelligenze per chiunque avverta la sete dell’assoluto. Non è un caso che il volume sia impreziosito e arricchito da un vasto e plurale coro di interventi critici che testimoniano la vivacità di quel dialogo fecondo voluto dall’autore, aperto anche ai rilievi e alle differenze di formazione. Il tutto è inserito in un progetto editoriale e grafico curato con eleganza da Elisa Pecoraro, Antonio Schiera e Rosario Polizzi, e valorizzato dalla rielaborazione visiva della Raffigurazione del Mosaicosmo.

È all’interno di questo orizzonte inequivocabile che Tommaso Romano unisce la severità del rigore speculativo alla passione civile della “Comunità Spirituale del Mosaicosmo” (COSMOS): una comunità libera, senza ingombranti burocrazie, pensata per unire coloro che scelgono di condividere i presupposti di questa visione trascendentale. Una prospettiva dalla quale non è difficile comprendere il senso profondo del Manifesto di Tommaso Romano. D’altronde, rifiutare la rassegnazione di fronte al cinismo del presente, evitare ogni dogmatica rigida per abbracciare invece la fecondità del dubbio e del confronto, significa riaffermare che la cultura, la docenza, la ricerca rigorosa e l’impegno civile non sono meri adempimenti professionali. Sono, al contrario, modalità concrete con cui ciascuno di noi offre il proprio contributo alla costruzione della bellezza e della giustizia. In un’epoca che rischia di ridurre l’uomo a un’inutile ombra passeggera, il Manifesto del Mosaicosmo ci restituisce la dignità di costruttori dell’Infinito, ricordandoci che la nostra unica vera vocazione è quella di custodire la nostra luce per non far impoverire il grande Mosaico del mondo.

 

 

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