Profili da Medaglia/16 - "Giuseppe Attilio Fanelli" di Tommaso Romano

Nato a Giovinazzo nel 1893, morì a Roma nel 1985.
Sempre diviso fra la passione per gli studi e il trasporto per l’azione, a quindici anni fuggì da casa per raggiungere l’Argentina. In seguito partecipò alla prima guerra mondiale come guastatore, uscendone con il grado di capitano. Significativi gli avvenimenti che seguirono: nel 1923 fu espulso dal Partito fascista per “indisciplinatezze continuate” e, durante il ventennio, fondò quattro giornali, del tutto anticonformisti: “Il Veltro”, “L’Italia Nuova”, “Il Secolo Fascista”, “Nuovo Occidente”, intorno a cui si raccolse un folto gruppo di giovani che credevano nella monarchia e nel corporativismo. Noto polemista, Fanelli ebbe due famosi scontri con i rappresentanti della politica e del giornalismo inglese: nel 1935 con Attlee, leader del laburismo inglese poi primo Ministro, e in seguito con O’Donnell del “Saturday Evening Post”. Suoi interessi costanti furono l’artigianato (fu molti anni in Parlamento come Presidente della Corporazione del Vetro e della Ceramica) e la scuola, fondando l’Ente Nazionale dell’Insegnamento Medio. Nel dopoguerra diresse la rassegna “La Voce della Scuola Libera”, organo della Federazione Italiana degli Istituti non statali di Educazione e Istruzione, del quale fu Presidente.
Fanelli, la cui produzione fu stata premiata dall’Accademia d’Italia, pubblicò una ventina di volumi di sociologia, storia, didattica ed economia corporativa, un’Antologia biografica degli scrittori fascisti, fra cui ricordiamo: Dalla insurrezione fascista alla monarchia integrale (1925); L’Artigianato (1929); La rappresentanza corporativa (1932); L’ordine economico corporativo (1932); Saggi sul corporativismo fascista (1933); Mistificazioni dell’idealismo attuale nella rivoluzione fascista (1933); Vigliaccheria del secolo XX (1933); Il capitale salariato (1933); Saggi sul monarcato occidentale (1943); La scuola dei privati in Italia (1966), in collaborazione con altri; Agonia di un regime (1971); Perché seguimmo e disobbedimmo a Mussolini (1984).
Sulla sua esperienza durante il regime fascista, di cui fu consultore nazionale, si può avere notizia attraverso un bel saggio di Francesco Perfetti (cfr. Fascimo Monarchico, editore Bonacci, 1988).
Fra le non poche ideazioni romantiche della mia fervida giovinezza inquieta, vi era la progettata creazione di una scuola privata; necessità – a mio avviso – indifferibile, vista la già allora certa previsione della totale decadenza e della scomparsa, all’orizzonte, di un’educazione di valori forti in una scuola seria, autorevole, ricca di stimoli culturali e non di squinternato relativismo, schiava di tecnicismo e di burocrazia. Il sapere, insomma, che diventa sempre più una sorta di conquista di presunte abilità. Il risultato sembra superfluo da documentare. Bastino le considerazioni di Paola Mastrocola e Claudio Risè, a cui rimando.
Anch’io, dopo una travagliata stagione al liceo Galilei, nel “mitico” sessantotto (che feci “dall’altra parte della barricata”), e due anni in quarantena in una scuola parificata (dove furono miei compagni anche Roberto la Barbera e Franco Pasanisi) in cui mio padre mi aveva “spedito” per evitare guai, finii per diplomarmi a Carini, tornando a Palermo per frequentare l’Università. Gli studi filosofici e pedagogici, la mia idea politica e culturale della scuola e della stessa Università mi fecero approdare con un incarico di docenza all’Istituto Michele Amari, dapprima con sede in via Principe di Belmonte e poi in via Maqueda. Avevo allievi pure più grandi di me, ma il vecchio e saggio Preside Barbato mi diede fiducia; così guadagnai anche qualcosa, oltre alla vendita dei primi libretti Thule.
Ebbi l’ardire di parlare del mio progetto di scuola libera al mio maestro Giulio Bonafede e al professore e amico Giovanni D’Espinosa, filosofo. Ne discussi a lungo anche con Giuseppe Tricoli e Giuseppe Maria Sciacca. Tutti convennero nel definire quell’idea una buona e giusta prospettiva, alternativa al monopolio statale sugli studi, ma mi avvertirono delle difficoltà e dei rischi, invocando prudenza. Pensai anche al nome dell’Istituto e lo volli idealmente dedicare a Carlo Magno. tanto ero certo nella riuscita dell’impresa che, prima di sedi e alunni, avevo già fatto confezionare la Targa, che ancora conservo come un cimelio di un irrealizzato progetto.
Ero tuttavia consapevole che, senza una base – che avrei detto allora: “ideologica” – e una sostanza normativa da privilegiare, vi era poco da sognare.
Per quanto la destra politica del dopoguerra sia sempre stata un po’ troppo statalista, sulla scorta del pensiero gentiliano e dell’idea dell’educazione di stato mutuata da Platone, esisteva una parte intellettuale attiva che, invece, non solo proclamava la necessità del rigore degli studi e del primato della cultura classica, ma auspicava anche l’affermazione della scuola libera e della sua organica difesa, riguardo sia alle scuole religiose, che peraltro avevano – e hanno – una loro robusta organizzazione (che le ha fatte quasi tutte naufragare, col tempo, verso l’indistinto orientamento culturale, alla pari delle scuole statali), sia a quelle gestite dai laici, purché non fossero pessimi diplomifici, come spesso erano e sono.
è giusto rammentare, allora, l’opera preziosa – dipanatasi però nel tempo – del Comitato Nazionale Difesa Scuola Italiana e della sua costola universitaria, il Movimento per la Difesa dell’Università, che ebbero quali storici e valorosi dirigenti la professoressa Rita Calderini e il professore Vittorio Enzo Alfieri, un crociano, grande studioso e altrettanto signore, che apprezzai molto per la guida imparziale che impresse al Sindacato Libero Scrittori Italiani, quale Presidente per molti anni. Difendere il rigore, le lingue classiche, il primato dell’umanesimo in tempi di violenta contestazione, di attentati e stragi, di paure, non era facile né agevole nelle scuole e nelle università. Molti ci rimisero la carriera e, fra questi miei amici, certamente va annoverata l’integerrima figura di un coerente uomo e studioso: Giovanni D’Espinosa.
Sapevo, inoltre – per le mie frequentazioni assidue alla romana Fondazione Gioacchino Volpe e per essermi ben documentato – che da molti anni operava la FIINSEI, presieduta da un ex gerarca e consultore nazionale monarchico di specie integralista, sodale con G. N. Serventi e Nino Guglielmi, che rispondeva al nome di Giuseppe Attilio Fanelli. Lessi i suoi libri, di cui uno dall’emblematico titolo Agonia di un regime (gennaio-luglio 1943), stampato nel 1971 da Volpe e con una presentazione dello stesso, che diede la seguente definizione: «una delle tante leggende dell’antifascismo, l’assoluta mancanza di voci critiche nella stampa del ventennio. tali voci, invece, vi furono, e numerose, spesso pregevoli, ed erano di buoni italiani, più o meno fascisti, che mai anteposero l’interesse personale o di parte all’interesse della Patria». Così a Roma presi contatti diretti con il Presidente della Federazione delle Scuole non Statali.
Fanelli, che era amico di Evola, su cui ha scritto un’interessante testimonianza in un libro curato da de Turris, era uno sportivo ed un uomo di passioni e principi, oltre che un soggetto non piegato dall’ostracismo. Figura singolare, elegantissimo con l’immancabile papillon, scorazzava a velocità sostenuta con le sue auto sportive, fino a tarda età.
Gli parlai del mio progetto e, intanto, gli regalai i primi libretti di Thule, fra cui il mio sul Teatro di Seneca, che Fanelli fece recensire a Giovanni Pullara sulla rivista della Federazione “La voce della scuola libera”, che egli stesso pure dirigeva, essendo giornalista di lungo corso.
Mi prese a ben volere. tanto si mantennero vivi i rapporti che Fanelli decise di giungere a Palermo, con la sua decappottabile sportiva, nell’Ottobre 1979. Mi portò i suoi volumi, rilegati in nero, con delle belle dediche, fra cui una che recitava: “A Tommaso Romano, speranza dell’editoria italiana”. Le altre contenevano non meno lusinghieri apprezzamenti, forse eccessivi.
Lo invitai a pranzo al noto e scomparso ristorante “da Renato”, sul mare di Romagnolo. Progettammo un volume robusto che avrei dovuto pubblicare.
Rimandai per carenze di liquidità da investire e persi – e me ne dolgo ancora – l’occasione di essere l’editore di un documento importante di Fanelli, dal titolo Perché seguimmo e disobbedimmo a Mussolini. Anche la mia progettata scuola non si era realizzata.
Fra i libri donatimi da Fanelli, il rarissimo e assai originale testo Preliminari per un codice domestico, del 1935, e ancora Il capitale salariato, del 1934.
Le scuole e l’educazione libera dovrebbero rappresentare una scontata realtà e opportunità. In effetti, il dirigismo centralista, amplificato con l’odierna e pessima “Buona Scuola”, si sviluppa e avviluppa come una piovra sulla scuola e l’Università, distrutte dalle pseudo riforme che portano i nomi di ministri di tutti gli schieramenti (da Gui a Misasi, da De Mauro a Moratti, da Gelmini a Fedeli).
L’azione condotta nel dopoguerra da Amici a me cari, orbitanti nella riva destra, gentiliani, tradizionalisti, cattolici, quali Primo Siena, Silverio Bacci, Antonio Fede, Angelo Ruggiero e Giuseppe Manzoni di Chiosca (animatori di una valida e ancora attiva Associazione Europea di professionalità insegnante, il contrario di quel che s’intende per professori-lavoratori della scuola), nemmeno in tempi di governo del centrodestra (tempi di colpevoli occasioni mancate!) ha saputo restaurare la scuola italiana, riabilitando la formazione e l’insegnamento tradizionale e autenticamente, una volta, orgoglio e primato nel mondo. Do atto a Giovanni Gentile di aver scritto e attuato un’autentica Riforma della scuola, così come ulteriormente fece Giuseppe Bottai. Il nichilismo culturale le ha però massacrate, in nome del “lavoro” e della dilagante tecnocrazia.
Bisogna pure aggiungere che la presente deriva venne pure contrastata da un grande liberale, Salvatore Valitutti, che fu per breve periodo Ministro (e che frequentai con profitto nel Sindacato Libero Scrittori), e da Cesarina Checcacci, Presidente per lungo tempo dell’UCIIM (l’Unione Italiana Insegnanti Medi, a cui fui iscritto nei primi anni di insegnamento), che mi onorò di una sua relazione al Convegno Nazionale di Studi Thule sul tema: “Società permissiva e rieducazione dell’uomo”.
Tuttavia, la grande opera organizzativa di Fanelli, i suoi scritti sulla scuola libera rimangono insuperati, perché profeticamente disegnarono le fasi del crollo della scuola pubblica di Stato, porgendo una prospettiva reale di rinascita attraverso quella libera, privata.
In questa stessa linea di affrancamento del monopolio statale (ricordo di avere scritto in tal senso già nel 1973!) si muovono oggi le “Scuola Parentali”, tra le poche ancore rimaste per strappare i figli dal disastro annunciato.
Insieme a pochi e ancora, tuttavia, operanti docenti in cattedra, forti di buoni principi e metodi, che possono solo arginare, per formare almeno alla libertà di critica e incoraggiare nei giovani la ricerca libera. Impresa che mi appare, francamente, tanto disperata quanto il principio della nobiltà della scuola non di massa.

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