“Una saga palermitana di Luigi Maniscalco Basile” di Lucio Zinna

Il romanzo dello scrittore siciliano “Una grossa palla che gira nel vuoto” apparve sul finire del secolo scorso e passò pressoché inosservato
 
    Di Luigi Maniscalco Basile (Palermo 1914 − ivi 2005), avvocato, politico di formazione liberale (fu anche deputato regionale), attento storico del Teatro Massimo di Palermo (in un insuperabile volume edito dall’esclusivo editore fiorentino Leo S. Olschki nel 1984), prolifico e apprezzato narratore, uscì nello spirare del secolo scorso il romanzo Una grossa palla che gira nel vuoto (L’Autore Libri, Firenze 1999), passato pressoché inosservato. Trattasi della saga di una famiglia nobiliare palermitana, ambientata nei primi decenni del secolo XX, precisamente dal 1917 (nel vivo, dunque, della prima guerra mondiale) al 1930, a regime fascista consolidato. Un affresco dell’aristocrazia siciliana, che cura (almeno relativamente) i propri feudi, sui quali grava l’ombra, falsamente discreta, della mafia, e conduce i giorni, per lo più, in palazzi di città finemente arredati, in una dorata immobilità, finché non intervengano a scuoterla gravi, spesso imprevisti, accadimenti.
     Le vicende della famiglia di don Giulio Moreno marchese di Villadoro sono seguite per due generazioni mentre si intravede la terza, sullo sfondo di fatti storici che coinvolgono, in diverso modo, le dramatis personae e le condizionano. Sono via via richiamati, nella prima parte, episodi quali l’offensiva austro-tedesca del novembre 1917 e l’arretramento della seconda e terza armata italiana, la sostituzione del generale Cadorna,  l’attestazione sulla linea del Piave e l’armistizio. Le altri due parti si inoltrano nel dopoguerra, con gli scioperi socialisti e lo squadrismo fascista, fino agli echi della marcia su Roma, del delitto Matteotti, dell’Aventino, dell’instaurazione della dittatura, della guerra civile spagnola.
     La “grande storia” si muove su uno sfondo (non si tratta di un romanzo storico) che non è un semplice scenario, dato che gli storici accadimenti, seguiti nel loro svolgersi, sono connessi alle “piccole storie” dei personaggi, che ne restano variamente permeati.
     Corre, dunque, l’anno 1917 quando, ad apertura di romanzo, don Giulio Villadoro, trentaseienne, segue con apprensione la chiamata alle armi delle classi anagrafiche 1881 e 1880 e auspica in cuor suo che il conflitto si concluda presto, anche per evitare che lui o i figli debbano partire per il fronte. Ma sarà il primogenito Francesco, in seguito, ad arruolarsi volontario, benché esente in qualità di dirigente di azienda agricola.
     Francesco è caratteriologicamente diverso dal fratello cadetto, Enrico, dal quale diverge sia per stile di vita che per scelte politiche. Amante delle lettere, introverso e problematico, Francesco è spinto da pulsioni ideali, si interroga  sul senso della vita, ama la libertà e dispregia la dittatura, è sensibile ai problemi sociali. Stenta a trovare la propria strada, ma la cerca e, una volta trovatala, la percorre sulla scia di indefettibili principi etici. Enrico è pragmatico e calcolatore, carrierista, vive di certezze ma tende alla superficialità. Muterà quando la vita lo costringerà a scelte decisive. Anche altri personaggi, come don Giulio e la moglie Beatrice, si troveranno a un bivio, riuscendo a imboccare, in maniera più o meno sofferta, la strada che parrà loro più consona.
     La trama del romanzo è assai articolata, con una miriade di personaggi, ben delineati nei tratti psicologici, fra i quali non mancano gli ossequienti alla convenzioni sociali (e sono i più) e i refrattari, non disposti a seguire imposizioni o a far proprie ragioni non condivise. Fra questi ultimi, Silvia, figlia di don Giulio e Beatrice, che si oppone al padre che, per esigenze di casato, la vorrebbe sposa di un barone, mentre lei ama un tenentino di fanteria, motivo non proprio infrequente nella narrativa europea del sec. XIX e proto-novecentesca.
     Rilevante nel romanzo la poetica dei luoghi e degli oggetti, di fatto rappresentati in primo piano e quasi con ottica animistica, in profonda interazione con i personaggi. Saloni e boudoirs, bagni e salottini da fumo, giardini e studi professionali, da un lato, e mobili, quadri, statuine, ninnoli e così via, figurano, a volte, come riflesso della psicologia dei personaggi.
     È l’autore, intanto, ad amare i luoghi e le cose che descrive, che certamente gli furono consueti, quali il palazzo di don Giulio in Via Alloro o la palazzina di Piazza Olivuzza o il golfo di Sferracavallo o la borgata di Tommaso Natale. Luoghi che non figurano soltanto come strumenti di necessaria ambientazione, ma valgono, come gli oggetti, a conferire alla narrazione un di più d’anima. C’è come un circuito segreto fra luoghi, cose e persone, una sintonia imperscrutabile ma concreta, al di là del tono di superiore distacco che l’autore intende assumere, quasi inconsapevole retaggio di quel “dogma” dell’impersonalità dello scrittore che fu impegno più estetico che effettivo del realismo francese del XIX secolo e del nostro verismo.
     Maniscalco Basile, benché non possa essere considerato un neo-realista tardivo, nell’ambito del realismo si muove, avvertendo, assieme ad influssi della narrativa italiana novecentesca, anche il fascino discreto sia del romanzo ottocentesco (il gusto dell’intreccio, l’indulgere sui particolari etc.) che della grande lezione del cinema (si ha non di rado l’impressione che l’autore proceda per sequenze e come servendosi di una cinepresa).
     Così, ad esempio, per la descrizione di un interno: «Un grande bagno nel quale la vasca in marmo bianco poggiava con quattro leggiadri piedini sul pavimento pure di marmo. Il lavabo era composto da una grande lastra di marmo bianco incastrata nella parete con al centro un’apertura circolare dentro cui era una vasca in porcellana, ruotante su due perni, che rovesciava, se fatta ruotare, l’acqua in un recipiente sito al di sotto. Tra la vasca da bagno e il lavabo, era addossata alla parete una poltrona in legno con il fondo tappezzato con stoffa a spugna gialla e alla stessa parete un sistema di pioli in mogano, infìssi in liste sempre di mogano, chiusi in una cornice, reggeva un accappatoio di spugna bianca, e alcuni grandi asciugatoi pure in spugna, dello stesso colore.» (pp. 12-13)
     E così, per un ‘esterno’: «La piazza Olivuzza grande, denominata così perché attigua alla stessa ve n’era un’altra con lo stesso nome, dominata dal palazzo dei principi Pignatelli nel quale ora erano, e tenevano convitto ed educandato, le suore del Sacro Cuore di madre Barat, era ormai coperta dalle ombre della sera. Il nome Olivuzza veniva da lontano nel tempo. Nel Cinquecento la zona era aperta campagna, ricca di selvaggina: venivano i cacciatori, facevano le loro cacce e poi andavano a mangiare la selvaggina uccisa in quello che oggi si direbbe un posto di ristoro, tenuto da una vecchia ostessa il cui nome era Oliva, come una delle sante protettrici della città. Serviva amorosamente i cacciatori che la coccolavano, la chiamavano Olivuzza e il nome, dopo centinaia d’anni, era rimasto alla zona e ora alle due piazze che ne costituivano il centro. Veniva all’imbrunire il lampionaio con una lunga asta sulla cui cima brillava una fiammella. La accostava alla cima del lampione, sul quale da un beccuccio, aperta una valvola, usciva il gas, premeva una pompetta pendente alla base della lunga asta, la fiammella s’ingrandiva, si allungava, raggiungeva il beccuccio del lampione e questo si accendeva. Ma i lampioni erano pochi, e la piazza era fiocamente illuminata.» (p. 42)
    
     Nuclei tematici dell’opera possono considerarsi la ricerca di un senso da dare alla vita e la forza rigeneratrice del dolore.
     Le vicende che impegnano, di volta in volta, le figure della saga sono presentate con la stessa immediatezza della realtà quotidiana, nel susseguirsi (per lo più disordinato, nonostante la volontà e l’operato di ciascuno) di accadimenti ora previsti e preordinati ora imprevisti, in un magma che l’uomo si affanna costantemente a dominare, riuscendo, in tale impresa, talvolta vincitore e talaltra vinto. È il gioco della vita, di cui lo scrittore palermitano cerca di trovare il senso.  Gli interrogativi di Francesco sono, in parte, quelli dell’autore medesimo.
     E il succo della storia che egli narra può essere il seguente: la vita ha il senso che ciascuno di noi riesce a darle con il proprio impegno esistenziale. È l’ottica con la quale guardiamo noi stessi e il mondo che ci circonda ad attribuire o togliere senso all’esistenza. Gli esseri umani, osservati secondo una concezione puramente materialistica, non possono che essere « dei sacchi di pelle con dentro pezzi di carne, ossa e altro e dentro questo sacco corre un’acqua rossa che, se il sacco si rompe, si versa fuori e alla fine finiamo sotto terra a imputridire, divorati dai vermi » (p. 73), come si esprime Nino Verbesi, amico di Francesco. Per lo stesso personaggio « Non è solo la guerra, è la vita  una maledetta porcheria » (ib.), mentre noi tutti « siamo su un’enorme palla che gira nel vuoto e non si sa come e perché. » (ib.)    
     E Francesco finisce lentamente, in un primo momento, per assorbire questa sconsolata filosofia, che trova il suo contraltare nella figura di un personaggio femminile di eccezionali forza morale e dignità qual è quello di Bruna, che diverrà sua moglie. Bruna ha, dell’esistenza, una concezione che travalica i limiti della materialità, verso una dimensione spirituale che trova i suoi punti di forza nell’interiorità dell’essere umano, per aprirsi – da qui – agli altri, alla compartecipazione ai loro drammi, specie della povera gente.
     Non appare formale, dunque, l’adesione al messaggio evangelico, a cui finirà per approdare lo stesso Francesco, superando la sensazione di alienità e di disappartenenza che lo aveva da sempre oppresso, quel suo sentirsi nel mondo come un pesce fuor d’acqua (cfr. p. 98). Se ne discosterà ancora una volta per una terribile tragedia familiare, prima di tornare a quell’approdo, forte della dolorosa esperienza maturata.
     Dalle figure femminili promana, nel romanzo, una grande forza morale. Abbiamo detto di Silvia e di Bruna, accanto alle quali va posta l’esile e dolce Maddalena Gammauta, capace di  collocarsi in una superiore dimensione, come sa esserlo chi riesca a superare l’offesa e aprirsi all’amore, anche a costo di grandi sacrifici e di dedizione senza riserve, come nel rapporto tra lei ed Enrico.
     Un romanzo da non obliare, in cui lo sguardo alla quotidianità si coniuga alla trattazione di grandi temi, con una scrittura fluida (a volte, forse, piuttosto compressa nella trattazione di alcuni avvenimenti, specie della seconda parte), nella quale non mancano, ancorché rattenute, accensioni liriche e incanti paesaggistici. Una narrazione, dal punto di vista formale, comparabile a una navigazione a vela in un mare calmo, quale non è, invece, il pelago sul quale si trovano a navigare i personaggi.  
     Un testo narrativo al tempo stesso semplice e complesso, in cui è dispiegata, pacatamente ma in maniera incisiva, una filosofia del quotidiano, elementare se si vuole, ma non superficiale, anzi così intensa da rendere questo libro, di accattivante lettura, distante dalle molte, coeve opere di intrattenimento.

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