Tommaso Romano, "Nel vortice" (Ed. CO.S.MOS)

Pubblichiamo l'introduzione di Tommaso Romano, al 15° Volume della Collezione del Mosaicosmo.

 
Nel vortice ci troviamo tutti, anche coloro che non hanno svenduto la propria personalità e il proprio senso critico, rispetto ai fenomeni dissolutivi.
Ho più volte scritto - non solo in senso e termini religiosi - che ci troviamo in una epocale dimensione apocalittica e non posso che ribadire quanto a lungo già ho tentato di dimostrare anche in un mio testo (L'apocalisse e la gloria).
Questo che definisco vortice è più di un labirinto, è una piovra che tenta di avvilupparci senza barriere e difese, né etiche né politiche, né tanto meno estetiche.
Ci siamo noi e pochi altri, per esser chiari, consapevoli.
Il turbine è così epocale che in pochi decenni il mondo intero è radicalmente cambiato. Limitiamoci, solo alla pura constatazione, ricordando, almeno, che nel 2018 ricorrono i cinquant'anni della famosa contestazione globale, della fantasia al potere, dello scardinamento di ogni autorevolezza e di ogni oggettività, con il capovolgimento della stessa nozione di natura, di pervertimento e\o annullamento della stessa idea di contemplazione e del fondamento metafisico e del sacro. Crollate le certezze, resta il magma dell'indistinto, del nichilismo profetico, dell'indifferenza sociale, di un pseudo appagamento individualistico, che si conclude spesso nel vuoto e nella ricerca di una sopravvivenza informe, senza scopi, né fini.
La politica mondialista è dominata dalla tecnofinanza, dai poteri forti delle settarie oligarchie, la stessa residua ecclesialità organizzata si è ridotta ad ospedale da campo, incapace di proporre certezze nei modelli di salvezza, appellandosi ad un umanitarismo direzionale e autoconsolatorio.
Restano i vuoti pneumatici e spesso non ci si rende conto del precipizio. E, allora? Quale può essere una risposta valida?
Resistenza individuale, apologia della condizione singolare. Distinguersi per non estinguersi. Ma anche necessità di trovare fra "tanti chiamati", "pochi eletti" (Matteo, 22,14). Trovare, cioè, affinità elettive, pochi liberi e coraggiosi pronti a non aver paura delle proprie opinioni, dei valori e principi classici, intramontabili, eterni. Con realismo e senza ricorrere a gesti sconclusionati e inutili.
Minoranze, certo.
Tuttavia, occorrono donne e uomini che si incontrino senza interessi egoistici, élites possibili che non si rassegnino, in piedi tra le rovine, direbbe Evola.
Scrivere, pubblicare (anche su internet), parlare, formare, pregare, sacrificarsi. Ma anche "usare" come controveleni gli strumenti della modernità, per cercare anime che non si rassegnano, spiriti liberi, innocenti da non votare alla prostituzione del mondo, popolo da chiamare e non destinare al macello esistenziale e all'inferno della tecnolatria su cui abili manovratori esercitano il loro potere egemonico.
La quarta rivoluzione, già ben profetizzata da Plinio Correa de Oliveira (che ha, a proposito, parlato del ruolo delle élites tradizionali), è stata oggi lucidamente descritta da Luciano Floridi a proposito di social media e dell'uso e del tempo che due miliardi di persone trascorrono in questa infosfera (sfera dell'informazione, sia virtuale che reale).
Una trasformazione epocale, su cui rimpiangere il passato è esercizio sterile, solo mortuario, una laudatio temporis actio, valida per rivendicare semmai radici da non estirpare, come è dovuto e giusto. Anche se non basta.
Viviamo in acque salmastre, dice Floridi, in tempi di escapismo, "una dalla realtà effettiva come rifiuto, e l'immersione in una realtà virtuale più confortevole, plasmata addosso ai nostri desideri, senza fatica". Tutto ciò comporta enormi rischi e qualche opportunità da non lasciar cadere, sfruttando il digitale a fini pratici e buoni. Certo il narcisismo del vuoto, del nulla, impera (si pensi a Instagram, per rendersene conto), fatto di selfie e di esibizionismo.
Però, ancora, la liquidazione dei fatti è troppo facile, e anche scontata. Ci sono, invece, tante necessità dettate da carenze di autostima, di autoaffermazione, di uscita dalla solitudine, che non hanno e non trovano segnali indicatori, e che pure sono opportunità teoriche-pratiche per quei pochi che, invece, ne intuiscono le potenzialità. Non tanto per salvare il mondo (che neanche la bellezza salverà… peraltro) quanto per interrogarci e spingerci, ancora, a fare e a non mummificare le rovine del bel tempo andato.
A partire, naturalmente, dalla propria condizione singolare, appunto. Non trascurando, inoltre, i limiti incapacitanti della "ricezione passiva", della perdita di libertà o riduzione di orizzonti creativi e di sentieri interrotti, verso mete non effimere, verso una trascendenza, insomma. Comunque, l'intelligenza artificiale creata dall'uomo ancora non l’ha avuta vinta, resta, infatti, l'uomo che vince - se vuole, sa e può - la macchina: "i computer sono e restano motori sintattici, cioè puramente formali. Anche se potenziati con enormi quantità di dati e stupefacenti sistemi statistici, continuano a non capire un’acca", aggiunge Floridi e, inoltre, va compreso che "tutta la tecnologia digitale polarizza: rende le persone intelligenti, più intelligenti, e gli stupidi più stupidi; o le persone intellettualmente dinamiche più attive e quelle intellettualmente pigre ancora meno attive". Subentra la necessità e "l'indicazione nell'uso critico della rete e delle tecnologie digitali generali".
Nella "dittatura delle maggioranze", necessitano quindi di èlites avanguardistiche, persone che pure vivono fra noi, ricche di spiritualità e spinti alla motivazione, senza cadere nella manipolazione sempre in agguato. Ci vuole, allora, il dominio platonico di nuove élites antiutilitaristiche, pretese verso il governo dei migliori, che può sembrare utopia ma che oggi prende il nome di autorevolezza (che è l’opposto di autoritarismo), nella complessità, con la procedura della necessaria urgenza.
C'è bisogno di pensatori liberi, non di liberi pensatori del nulla. Di filosofi non di robot. Di asceti metropolitani non di scimmie mute e piangenti. I nostri fari restano i classici, Vico, Kierkegaard, Rosmini, ma anche i nostri pensatori moderni e contemporanei che alle élites e alla loro funzione hanno dato un significato e una missione, come fecero Pareto, Micheals, Mosca, e un grande come Nicòlas Gomez Dàvila.
Concludiamo con l'auspicio che ci accompagna avendo appena iniziato l'avventura di un ambizioso social magazine (si veda l'intervista rilasciata a Chiara Fici per Globusmagazine, in questo stesso volume) culturelite.com che segna l'attività già iniziata con siti e blog nel 2001, e ricca di spunti e soddisfazioni, oltre che di inciampi.
Mi riferisco anche a quanto ha affermato sull'argomento uno scrittore del calibro di George Steiner e che mi permetto riprendere: “È indispensabile essere elitari – ma nel senso più autentico del termine: prendersi la responsabilità per «il meglio» della mente umana. Una élite culturale deve sentirsi responsabile della conoscenza e della conservazione delle idee e dei valori più importanti, dei classici, del significato delle parole, della nobiltà dei nostri spiriti. Essere elitari, come ha spiegato Goethe, significa essere rispettosi: rispettosi del divino, della natura, degli altri esseri umani, e dunque della nostra umana dignità.”
 
 

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