Sciascia e i suoi vaticini – A futura memoria

Copertina di A futura memoria
Copertina Adelphi - A FUTURA MEMORIA

A 29 anni dalla prima uscita nel 1989 del volume di Leonardo Sciascia, A futura memoria curato da Bompiani, si può benissimo affermare che ancora oggi la sua attenta lettura resta un continuo stuzzichìo alla riflessione per fatti storici accaduti nel periodo che va dagli anni ’70 agli anni ’80. Il libro raccoglie alcuni degli articoli giornalistici dello scrittore di Racalmuto dal 1979 al 1989, la maggior parte scritti per il “Corriere della Sera”, che provocarono non poche risposte critiche da parte dell’opinione pubblica.

Questo libro raccoglie quel che negli ultimi dieci anni io ho scritto su certi delitti, certa amministrazione della giustizia; e sulla mafia. Spero venga letto con serenità.

Questo Sciascia scrisse nell’ultima parte dell’introduzione di quest’ultimo suo libro che non fece neanche a tempo a vederlo stampato. Ma, perché questo auspicio di leggere il libro con serenità? Personalmente posso dire che la lettura di questi articoli, ancora oggi, mi agita, perché raccontano parti di storia italiana scandalosa, spesso coperta da retorica disarmante, da strati di inutili parole che hanno indicato il nulla senza presa di posizione alcuna. E chi dice ciò che veramente pensa e scopre verità tenute nascoste un po’ per convenienze un po’ per mantenere lo status quo, ne paga le conseguenze. Lui fu consapevole di tutto ciò; lui che subì la gragnaiuola di polemiche che suscitarono le sue affermazioni oneste nel pensiero, le sue prese di posizione, le sue accuse, le sue supposizioni che scossero l’opinione pubblica, squilibrarono i monumenti del giornalismo, della letteratura, della politica. E la mia riflessione torna sempre a cadere però su quella sua purezza di pensiero, limpido, chiaro, senza maschera, scrollato da ogni retorica, un pensiero fortemente ironico, rigidamente critico, e quindi fortemente scomodo che ha tracciato un solco tra la scrittura convenzionale e di facciata e la scrittura quella del coraggio di dire ciò che realmente si pensa, che sembra una cosa semplice ma così non è affatto. Penso a quelle parole prima dell’introduzione di Georges Bernanos che la dicono tutta:

Preferisco perdere dei lettori piuttosto che ingannarli.

Si perché è facile esprimere l’idea dominante, l’idea populista che fa si che quell’idea piaccia alla maggioranza, che poi ti rende più simpatico ai più, che ti fa vendere più libri e più giornali. Risulta difficile esprimere invece quell’idea che va in direzione ostinata e contraria, controcorrente, controvento, non per fare il Bastian Contrario della situazione, ma per esprimere senza ingannarsi il fine del proprio ragionamento.

Personalmente io, questo libro, l’ho letto e riletto più volte con l’auspicio di Sciascia e anche se ancora mi agita, devo dire mi riempie il cuore di soddisfazione perché è la voce non del solo intellettuale raffinato d’elite ma anche la voce di chi non può gridare la sua disapprovazione di chi, come lui, ha condiviso idee coraggiose e ha preso posizione su alcuni casi spinosi italiani, di cui se ne parlava solo per supposizioni o per sospetto. Il Caso Calvi, l’assassinio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il caso Tortora, il maxiprocesso di Palermo e sulle utili ma particolari testimonianze di Buscetta e Contorno, sui rischi che l’antimafia potesse trasformarsi in strumento di potere. Fatemi passare la parola, il sostantivo, “soddisfazione”, perché molte vessazioni che subì Sciascia le subì anche Michele Pantaleone, per i suoi libri che lo hanno promosso come “l’inventore della mafia”.

Di recente la casa editrice Adelphi ha deciso la riproposizione di questo volume con alcune sfaccettature molto interessanti. Per presentarlo al pubblico sono stato invitato, proprio da Adelphi, a relazionare all’Università di Catania qualche mese fa.

E’ un libro esteticamente molto elegante. Ha una sovra copertina con dei colori che ne caratterizzano l’assoluta sobrietà, un bianco-nero e varie sfumature di grigio avanti e un azzurrino pastello dietro. La gentilezza allo sguardo del libro sta proprio nella semplicità del tutto. Ma la vera bellezza di questa sovra copertina sta in quella stupenda foto di Ferdinando Scianna del ‘79 che ritrae Sciascia in una delle sue più naturalissime pose, semisorridente, che guarda l’obiettivo della macchina fotografica dell’amico posizionato un po’ più in alto rispetto allo scrittore di Racalmuto. Questa foto dopo le un po’ anguste precedenti immagini di copertina, magari significative, magari anch’esse belle, ma ripeto un po’ anguste, che hanno caratterizzato le precedenti edizioni Bompiani. La copertina, dalla prima alla quarta, è di un’altrettanto semplicità disarmante (e per questo a mio avviso stilisticamente molto attraente) che riprende l’azzurrino pastello della sovra copertina, e che nella prima evidenzia una cornice che riprende un colorato dipinto tombale dell’antico Egitto.

Qual è la grande novità di questo prodotto? Sicuramente la cura, la cura di tutto il volume, dalla magistrale impaginazione molto più fruibile e chiara alla lettura, alla dettagliata, precisa ed esauriente nota al testo di Paolo Squillacioti  che è uno dei migliori filologi della sua generazione e si vede: nel senso che le sue annotazioni ai testi sono esemplari, e utilissime quando si tratta di saggi letterari, indispensabili addirittura quando si tratta degli articoli raccolti in A futura memoria, che fanno riferimento a cose e persone che molti possono aver dimenticato.

Cosa fa Squillacioti nelle sue note? Dapprima ci fa un po’ la storia del libro partendo dalla prima edizione Bompiani dell’89, una seconda, sempre targata Bompiani identica anche nell’impaginazione, apparsa nei “Saggi tascabili” del ’92, che si arricchisce di una cronologia molto accurata tratta dal terzo volume dell’opera curata da Claude Ambroise. Poi si getta a capofitto sulle affinità che caratterizzano La palma va a nord, oggi trovabile solo in siti web particolare perché libro mai ristampato, che è una raccolta di articoli e interviste tra gli anni 1977 e 1980, e proprio A futura memoria (se la memoria ha un futuro) che invece, come già ho detto, raccoglie articoli pubblicati tra il 1979 e l’89, su una scelta degli articoli usciti prevalentemente sull’Espresso e sul Corriere della Sera, cui Sciascia acconsentì, ma a condizione che fosse l’editore ad occuparsi della ricerca perchè a lui cominciavano a mancare già le forze: l’89 è l’anno della sua morte. E così avvenne. L’apporto dello scrittore fu minimo, ma paradossalmente, ancora più che in altri lavori, la sua personalità affiora da ogni rigo, da ogni ragionamento analitico, da ogni invettiva.

La palma va a nord, nasce da una selezione di Valter Vecellio di alcuni scritti a sfondo politico di Sciascia il quale volle che si togliesse qualche testo e si limitò a mettere in evidenza che in qualche parte si ripeteva, che in qualche intervista diceva sempre le stesse cose, per poi alla fine per dire a Vecellio:

Ma insomma, fanne ciò che vuoi.

In A futura memoria la proposta venne da Mario Andreose, il direttore editoriale di Bompiani, e da Elisabetta Sgarbi, che gli subentra, col patto che a fare la ricerca siano loro (scrive Matteo Collura ne Il maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia) perché lui non ne avrebbe avuto la forza. Un’immagine di  grande tenerezza… così come molto emozionante risulta il racconto stesso di Andreose che non fa in tempo a inviare la eventuale foto di copertina di Ferdinando Scianna perché Sciascia muore e gliela lascia sulla sua scrivania.

Squillacioti ci ricorda quindi che A futura memoria è un libro profondamente sciasciano ma realizzato con un apporto limitato dell’autore, condizione particolare per la quale chi ha fatto l’editing si è preso la responsabilità di dare proprie interpretazioni sulla correzione della bozza e sulla stesura del libro stesso. E qui si scatena il filologo che compara i vari articoli dove, ad esempio, gli stessi termini sono scritti in maniera diversa, ad esempio, la scritta brigate rosse nell’articolo del 19 settembre 1982 del Corriere della sera, Brigate Rosse nell’articolo de 1° marzo 1986, che in questa edizione ha deciso di riportare Brigate rosse, oppure capo-mafia nell’articolo del Corriere della sera del 25 agosto dell’82, che diventa capomafia in quello del 19 settembre 82, che diventa capo mafia nell’articolo del 7 gennaio 80 sempre sul Corriere della sera. Tutto questo per fare qualche esempio…

Compara le varie edizioni… la parola a volte scritta in maiuscolo e a volte scritto in minuscolo, la parola anni Cinquanta, anni trenta, specificando in quest’ultimo volume la motivazione per cui ha preferito scrivere in una determinata maniera piuttosto che in un’altra.

Ad esempio mette in evidenza come le parole Stato, Repubblica, Costituzione, Parlamento notoriamente scritte con lettera maiuscola, nell’edizione Bompiani risultano abbassate a minuscole. Ma queste sono scelte e criteri di ogni casa editrice… Fin qui nulla di grave. Il problema è quando invece nei brani ci sono conseguenze rilevanti sul contenuto e sul senso del contenuto anche se viene omessa originaria punteggiatura.

Poi comincia ad analizzare con grande peculiarità articolo per articolo dei 31 pubblicati più l’introduzione.

Bene o male, per chi il libro lo ha già letto, sa quali sono gli argomenti che questi articoli hanno toccato. Sin dall’introduzione c’è come una sensazione che Sciascia le polemiche le voglia innescare e invece no: le ragioni sono sostenute da una chiara esposizione di pensiero, hanno pilastri su cui appoggiarsi a partire dalla prima pagina dell’introduzione con lo scontro con l’amatissimo a suffragio universale presidente della repubblica Pertini che lo invitava a dargli del tu e invece lui continuava a dargli del “presidente della repubblica” perché il fine era quello di convincerlo che la piaga della mafia in Sicilia poteva essere debellata esclusivamente con un rigoroso controllo bancario…

E di ciò, signor presidente, soltanto lei può persuadere il governo!

Le critiche al prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa. La campagna contro i «professionisti dell’antimafia». I protratti attacchi alla «casta intoccabile» dei magistrati, lasciati impunemente liberi nella «irresponsabilità».  E oggi la preghiera messa alla fine dell’introduzione – leggetemi con serenità – appare come una delle sue ultime provocazioni, nella consapevolezza del fuoco polemico che la raccolta sprigionava. Perché la sua, in fondo, era una voce perennemente contro. Contro la stupidità di una sinistra che vide prima come madre e che poi ha combattuto dalle file del Partito radicale tacciandola di tragica incoerenza.

Ci sarebbe da parlare all’infinito di tutti questi casi, articolo per articolo. E’ uscito, ad esempio, qualche mese fa, in riferimento all’ormai famoso articolo del 10 gennaio 1987 su i professionisti dell’antimafia, un bell’articolo su Repubblica di Felice Cavallaro, che analizza quanto è successo da allora ad oggi in riferimento alle allora agghiaccianti, per i più, supposizioni di Sciascia, alla caduta dei miti come la definisce l’ex presidente dell’Antimafia Francesco Forgione nel suo libro “I Tragediatori” dopo i gli ultimi casi eclatanti, al ripensamento di uomini di cultura che lo definirono un quaquaraquà, al chiarimento con giudice Paolo Borsellino, al mancato arretramento dovuto di Eugenio Scalfari e Giampaolo Pansa che lo offesero senza se e senza ma, agli studenti pentiti che prima lo avevano attaccato dal Comitato Antimafia, Pietro Perconti e Costantino Visconti che oggi dichiarano:

L’Antimafia irrimediabilmente si è fatta potere. Lui guardava con le lenti della profezia, più avanti, noi calati nel presente fino ai capelli eravamo una sparuta minoranza. Non potevamo prevedere gli effetti connessi ad una antimafia che si faceva essa stessa potere.

ma lasciatemi qui, in questa sede riprendere il caso del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e la diatriba col figlio Nando. Scrive Simonetta Fiori su Repubblica del 13 marzo 2017:

Appena morto Carlo Alberto dalla Chiesa, ucciso da un kalashnikov della mafia il 3 settembre del 1982, sul Corriere della Sera lo scrittore ne lamenta leggerezza nella difesa – per non pesare sulla giovane moglie, avrebbe aggiunto –  e scarsa comprensione del nuovo fenomeno mafioso. Dinnanzi alla reazione del figlio Nando – trentatré anni, spinto dallo sperdimento e dal dolore a dire anche cose molto sbagliate – Sciascia non sembra conoscere temperanza verso quel «piccolo mascalzone», «privo di intelligenza» e «carico di ambizione-abiezione»: certo ferito dalle accuse ingiuste, ma privo della pietas che si deve a un orfano a cui hanno appena ammazzato il padre.

“Negli ultimi anni, dalle confessioni di Peci in poi, c’è stata la tendenza di fare di Dalla Chiesa un mito. Il più bravo di tutti contro il terrorismo, il più bravo di tutti contro la mafia. E ancora si tende a farne un mito da morto. Non c’è dubbio che nell’attuale dissoluzione le sue qualità fossero giustamente di spicco. Era un ufficiale dei carabinieri di vecchio stampo: onesto leale, coraggioso. E intelligente. Ma aveva i suoi limiti e ha fatto i suoi errori”. Poco più avanti Sciascia afferma a chiare lettere che uno degli errori più grossi di Dalla Chiesa è stato “non avere stabilito un sistema di vigilanza e protezione intorno alla sua persona” e la sua motivazione è che il generale Dalla Chiesa avesse fatto questo errore a causa di un atteggiamento piuttosto acquiescente e scarsamente lucido nel valutare i cambiamenti della mafia, ma anche di superiorità come testimonia il suo riconoscersi totalmente nel personaggio “idealizzato e poco credibile “ del capitano Bellodi del Giorno della civetta. E qui Leonardo Sciascia menziona per la prima volta Renato Candida: “In questi giorni, per ristabilire la verità, sono stato costretto a dire che l’ufficiale dei carabinieri dalla cui conoscenza e amicizia mi era venuta l’idea di scrivere il racconto non era Dalla Chiesa, ma l’allora maggiore Renato Candida, comandante del gruppo di Agrigento. Sciascia non convince per nulla neanche che il generale fosse entrato nella P2 (dietro consenso del generale Mino che era già della P2) per andare a vedere quel che gli succedeva: c’era già suo fratello:  poteva farselo dire da lui.

Se un commento si può fare a questa storia, è significativo farlo ricordando pensieri, scritti di Leonardo Sciascia e in particolare A futura memoria, a proposito dei delitti della giustizia. Anche Sciascia venne bollato come mafioso (così come Michele Pantaleone), messo al bando della società civile, poiché aveva osato denunziare i professionisti dell’antimafia.

É veramente drammatico dovere ammettere che l’Antimafia sia stata strumento di potere, che ha fallito il suo compito, che ha – forse inconsciamente – contrabbandato zavorra per oro fino a tal punto da far dire a Sciascia:

io ho dovuto fare i conti, da trent’anni a questa parte, prima con coloro che non credevano o non volevano credere all’esistenza della mafia e ora con coloro che non vedono altro che mafia…

Non so, forse bisognerebbe riscrivere parte della storia italiana per sgombrare il cielo dalle nubi che lo hanno offuscato. Questo è testo fondamentale che sicuramente contribuisce a tale scopo. E’ testo che insegna all’onestà intellettuale al costo di diventare impopolari, è testo che nella bellezza che Adelphi gli ha dato deve stare in ogni scaffale di ogni libreria di ogni casa, che abbia rispetto di quella scrittura che apre al futuro ma, soprattutto, apra le porte alla Verità. 

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