Profili da Medaglia/1 - "Giano Accame" di Tommaso Romano

 

Nato a Stoccarda nel 1928, morì a Roma nel 2009.

Originario di Loano, il 25 Aprile 1945 Giano Accame si arruolò nella Marina della RSI (Repubblica Sociale Italiana), venendo arrestato la sera stessa.

Laureatosi in Legge, fu tra i primi organizzatori del MSI (Movimento Sociale Italiano) nella Riviera di Ponente, commissario della federazione di Savona, ispettore regionale giovanile in Lombardia e Liguria nei primi anni Cinquanta, eletto nel Comitato Centrale nel 1954. Nella prima fase della sua attività fu dedito alla propaganda dell’Università Statale di Milano (dove il FUAN, da lui abilmente diretto, ottenne insperati successi elettorali) e alla trattazione, nelle pagine della rivista “Cantiere”, di temi inusuali per l’ambiente.

Esemplare fu, certamente, la sua critica all’assolutismo di Thomas Hobbes, studio di un sistema che implicava la separazione dell’autore dal consenso alle dittature e la costruzione dello Stato sul fondamento della paura.

Quando lasciò il MSI si dedicò completamente alla carriera giornalistica, affermandosi con “il Borghese”, di cui fu inviato tra il 1958 e il 1968, e con il giornalismo economico, collaborando agli “Annali dell’Economia Italiana” (IPSOA) di Epicarmo Corbino e Gaetano Rasi; in seguito passò al quotidiano “Il Fiorino”. Inoltre, diresse il settimanale “Nuova Repubblica” di Randolfo Pacciardi e il quotidiano missino “Secolo d’Italia”. Nel 1984 realizzò la mostra “L’economia italiana tra le due guerre 1919-1939” e fu consulente economico di “Democrazia Nazionale”.

Ad oggi sono note le sue pubblicazioni: Socialismo tricolore (1983); Il fascismo immenso e rosso (1990); Ezra Pound economista (1995); La Destra Sociale (1996); Il Potere del denaro svuota le democrazie (1998) e Una storia della Repubblica (2000), con la Rizzoli. E, ancora Socialismo Tricolore e La morte dei fascisti, uscito postumo. Si può leggere su Accame un voluminoso e ampio numero di “Letteratura-Tradizione” di Sandro Giovannini (che è poeta autentico), dove, a più voci, si dà una valida panoramica del suo pensiero e della ricca personalità.

«L’ingente apporto d’idee elaborate da lui in vista dell’interpretazione e del rinnovamento umanistico è innegabile e ne fa un protagonista della vita italiana contemporanea», ha scritto su Centodestre Piero Vassallo parlando del suo vecchio amico Giano.

Stranamente, data la caratura del personaggio, il nome di Accame non arrivò, al giovane onnivoro di letture, che era chi scrive, dalla stampa anticonformista e di Destra, ma da un giornale di otto e di dodici pagine, “Nuova Repubblica”, che compravo in un’edicola di via Maqueda, che esponeva, in quegli anni Settanta di archi costituzionali, di pseudo colpi di Stato, di opposti estremismi e di “fascisti tornate nelle fogne” (da cui Marco Tarchi trasse il suo giornale ironico e politicamente scorretto “La voce della fogna”, che gli costò l’espulsione dal MSI – sotto l’ambigua formula “decaduto da iscritto” – da parte di Almirante): “Il Cavour”; il “Secolo d’Italia”; “Il Pensiero Nazionale” di Ezio Maria Gray; “L’Assalto” di Pietro Caporilli; “il Borghese” di Mario Tedeschi, Gianna Preda e Claudio Quarantotto; il “Conciliatore” di Piero Capello; “L’Italiano” di Pino Romualdi e Carla De Paoli; il fascistissimo “Sentinella d’Italia” di Antonio Guerin da Monfalcone; “Lo Specchio” di Giorgio Nelson Page e, appunto, “Nuova Repubblica” di Randolfo Pecciardi. Quest’ultimo fu uno straordinario personaggio politico, comandante antifascista, ma tanto fiero anticomunista e antidemocristiano da subire (come l’altro comandante antifascista Edgardo Sogno, detto Franchi, che incontrai a lungo dapprima a Palermo, grazie a bartolo Sammartino, e poi al congresso di fondazione di Alleanza Nazionale, a Fiuggi) ostracismi anche dal suo originario partito, il PRI di Ugo La Malfa. Decise così di fondare l’Unione Democratica per la Nuova Repubblica, che registrò una presenza e militanza universitaria significativa, ma non eclatanti risultati elettorali (a Palermo ebbe, per Consigliere comunale eletto, un mio amico che era iscritto all’Empire, l’avvocato Giuseppe Di Pasquali); ciononostante incise non poco nel disegno rinnovatore per una Repubblica presidenziale, a tinte golliste, rispetto a quella allora (e ora) imperante.

Accame fece squadra nella partita pacificatrice fra fascisti e antifascisti, con convinzione. Scrisse settimanalmente, sul giornale pacciardiano, articoli soprattutto di economia, non mancando di menzionare le teorie contro l’usura e le banche, di un mio Maestro ideale di riferimento: Ezra Pound (allora coraggiosamente pubblicato dal caro amico ed editore straordinario Vanni Scheiwiller, che si “permetteva” di pubblicare pure Evola).

Come raccontò lo stesso Accame, a proposito delle complesse vicende di “Nuova Repubblica”, a Marco Ferrazzoli (cfr. Cos’è la Destra. Colloqui con diciotto protagonisti della cultura italiana non conformista, Il Minotauro, Roma, 2001), «quando nel 1974 Luciano Violante fece incarcerare Edgardo Sogno e sequestrare il passaporto a Pacciardi, l’esecutivo di Nuova Repubblica riunitosi d’urgenza mi nominò, nonostante la mia provenienza, segretario nazionale, per garantire una continuità nel caso che anche Pacciardi venisse arrestato. Da Pacciardi ho imparato ad apprezzare il valore della democrazia come patrimonio nazionale, dignità, educazione di popolo, mentre prima ne diffidavo come di un oggetto d’importazione degli eserciti vincitori».

Il mio incontro personale avvenne con Giano nella sede romana del SLSI (Sindacato Libero Scrittori Italiani) di Palazzo Pignatelli, alla fine degli anni Settanta, nel periodo aureo dei convegni nella capitale di uomini di cultura autentica, che s’incontravano e liberamente dibattevano, commentando – anche da sponde politiche, ideologiche o religiose spesso distanti l’una dall’altra – e costruendo amicizie spesso durature (parlo di Augusto Del Noce, Francesco Grisi, Marcello Camilucci, Dino Del Bo, Rosario Assunto, Salvatore Valitutti, Giulio Andreotti, Ettore Paratore, Antonio Saccà, Francesco Alberto Giunta, Gianfranceschi, Vettori, D’Asaro, Vittorio Enzo Alfieri, Pierfranco Bruni, Diego fabbri, Marina Campanile, Enrico Bonino, Vassallo, Tosca, Cattabiani e parecchi altri), tanto da progettare di scrivere, come mi riprometto, un saggio su tale singolare palestra di civiltà e cultura.

Avvenne così, semplicemente, il dono di costruire con Giano, anche se su posizioni non sempre collimanti, un duraturo e stimolante incontro che divenne nel tempo amicizia.

Accame, negli anni intensi di Tradizionalismo Popolare, seguiva le nostre posizioni, le battaglie, gli approfondimenti dottrinali con cui tentavamo – vicino alle posizioni “rautiane” – di elaborare delle tesi credibili, alternative e pensate, rispetto alla “pesca delle occasioni” di tanta parte della destra politica. Ci univa anche l’ammirazione per Carlo Delcroix, suo suocero, di cui tenne una lirica commemorazione per il Circolo Rex di Roma, conferenza che fu poi pubblicata. Con l’amico Francesco Paolo Calvaruso stiamo, fra l’altro, stilando una biografia del grande Delcroix.

Accame, direttore fra i migliori del “Secolo d’Italia”, dedicò un’intera pagina a sua firma al nostro volume collettaneo Oltre la modernità la Tradizione, i nostri Orientamenti che avevamo elaborato (Vassallo, Tosca, Isabella Rauti, Pierfranco Bruni, chi scrive e, pur se non firmatario, Ulderico Nisticò), entrando così in relazione e confronto con un mondo che, finalmente, poteva avere e mostrare più ampi scenari del solito giro di gruppetti, rivistine e libretti autoreferenziali.

Voglio anche aggiungere che ad Accame si deve riconoscenza per uno dei rarissimi momenti in cui si è manifestata la libertà della televisione di Stato: con “Rai Educational” vennero trasmesse ben dodici puntate – di cui, grazie a Giovanna La Bua, possiedo le registrazioni – di un programma finalmente divergente: Intelligenze scomode del Novecento, su personaggi nodali quali d’Annunzio, Malaparte, Gentile, Sironi, Italo Balbo, Blasetti, Pound, Céline, Schmitt, Jünger, Mischima. Con grande realismo, con la c.d. destra al governo, Accame, nel 2001 (anno in cui lasciai AN, informando fra gli altri quest’ultimo, che non mi dissuase per nulla), a proposito di quel ciclo televisivo, dichiarò: «Dubito che in avvenire mi capiterà di lavorare con altrettanta libertà e soddisfazione nelle aziende di Berlusconi». Previsione avveratasi in pieno. Il biscione vale tanto quanto la RAI! Quando una forza politica, infatti, non comprende il valore fondante della cultura è destinata al fallimento, pure in presenza di risultati elettorali (temporanei) di rilievo.

Le piazze piene e la “pesca delle occasioni” non mutano il costume, la coscienza e la società. Così è avvenuto con la fine miseranda della Destra.

Tornare a rileggere Giano Accame è così non soltanto un salutare modo – come dovrebbe, comunque, essere – di approfondire temi storici ed economici che rettificano il tiro e la prospettiva (penso agli studi su Pound e l’usura e al bellissimo libro sulla storia della Repubblica, che pure ebbe svariate edizioni e successo), ma anche un ritorno a comprendere il valore di una dottrina dello Stato, di una filosofia e di un’etica sociale che, da sole, possono far sperare in una ripartenza politico-culturale che, allo stato attuale, mi appare lontana e improbabile.

 

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