Prefazione di Tommaso Romano a "La follia del sole" di Elisa Roccazzella (Ed. Thule)

Sono ormai rare le occasioni di potere risentire la poesia come una classica e intramontabile purezza di accenti, come lirica della rimembranza, senso della parola immacolata, gusto del filtrare immagini e rintracciare come Arianna … il filo dell’eternità.
Nel contingente sommovimento etico, esistenziale e di annullamento sostanziale del senso e del fine della letteratura e dell'arte, intesi come autenticità e profondità, ecco venirci incontro le poesie distillate al fuoco del significante sentimento che non può morire, di Elisa Roccazzella.
Una fedeltà alla Poesia, la sua, che riconcilia anzitutto alla musicalità della parola, senza mai cadere peraltro nella tentazione minimalista, la ricerca costante di una perfezione del verso come veritativo approdo, oltre le ortiche della morte.
Una trascendenza interiorizzata nella redentiva forma lirica, attraverso la contemplazione, ora assorta ora vigile, degli elementi della natura, a partire dalla loro primordialità cristallina, nel sogno delle stelle, simboli e non punti luce di splendore, con le foglie come metafora, con la notte che può diventare un paradiso, e la stessa follia del sole, il quale può ancora vedersi con pupille tenere d’aurora e di luci di garanza.
Fra scale e solfeggi di memoria, dietro il muro del tempo, Elisa Roccazzella compone il suo canzoniere intimo e universale, ricco di Amore sublime, nel ritmato e sofferto vento della fede, sapendo cogliere mirabilmente l'eternità di quest'istante/ che danza/ e fluisce nel mio sangue/ prima che lo sommerga/ il sacro fiume dell'oblio.
In un luogo emblematico, dal Monte Gradara, Elisa scrive versi in Assoluto andare, non dimenticabili, di grande qualità stilistica e di rarefatta visionarietà: e la mia anima/ a soavissima Luce/ intrisa/ tra cielo e terra/ in estatica purezza/ - quale fiotto celeste/ in acque purificatrici/ di divina quiete -/ per intime e infinite chiarità/ limpida dilaga/ e dolce/ mi soccorre questa Luce/ mi nutre/ all’Assoluto mio andare.
Certo, il tempo, gli affetti perduti, sono elementi di una riflessione ulteriore che si fa invocazione, anelito, ora consapevole, quasi a trasvolare i cieli della nostra mente, nel rimpianto, a volte, e nella soffusa speranza che l’ancestrale Madre Terra ci renda una stilla di palpabilità all'assenza, nelle lande fiorite della memoria.
I luoghi, sono stazioni esemplate nella poesia della Roccazzella, che si universalizzano e spiritualizzano senza però obliare la realtà del corpo e del suo fremere, nel mistero d'Amore che travalica gli inverni del cuore verso il tepore che traspare e dischiude incanti/ universi di luce/ calde ali/ d’intrepidi amanti/; realtà pur manifesta con tutte le sue contraddizioni, nell’imprevedibile e intrigato gioco esistenziale: Non cambierò certo il mondo – scrive – con calcoli infinitesimali/ o tic siderali,/ né mai mi strizzerò/ in valenze morali,/ di perbenismo occasionale/ ma - con cuore di poeta -/ traghettando anime/ dal torbido della vita/ all’onda cosmica,/ verserò/ la mia lacrima/ in quel fiume di dolore/ che inarrestabile/ si getta/ nelle fauci illeggibili/ dei mari.
Il grido soffocato dall'anima si innalza a pienezza di canto, incontra la sacralità indicibile, il Mistero, l'angelo della neve, il gotico divino, in un rimando efficace di simboli e allegorie, che si nutrono di cielo e terra, di umori e nostalgie, di pifferi e magie, di figure metaforiche, come lo squalo-angelo, di cime e di abissi insomma, che connotano in Elisa uno sguardo, la conoscenza di sé e del mondo, fra anfratti limacciosi e purificatori cieli azzurrati.
Uno dei grandi scrittori e maestri del Novecento, Giuseppe Bonaviri che sfiorò - e l'avrebbe certamente e ampiamente meritato - il Nobel per la letteratura, ebbe a scrivere un giudizio icastico, netto e assai autorevole sulla lirica di Elisa Roccazzella: "Poesia intrisa di luna, di canti, di vento, di meraviglie…".
Sì, la meraviglia e lo stupore di potere ancora essere nel divenire, di potere affidare un verso al vento che ci avvolge, una possibilità di umanizzazione nel tempo oscuro della tecnica, con una significazione che identifica la poesia di Elisa come talismano, un sigillo che ricorda, a chi ora scrive, le vette liriche di Antonia Pozzi, e La pietra e la folgore di Massimo Scaligero.
Con lievi parole ma decisi cenni e segni, la Roccazzella si impone, ancora alla nostra attenzione, con la lentezza necessaria che si deve al compimento e compensazione dell'opera sua, con l'attuazione che Ella sa trasfondere alla cura dell'anima, con l'armoniosa attitudine a far coesistere nei versi, lontananza e consonanza con ritmi di essenzialità, limpidi come rugiada.
Una riconciliazione con l'anima antica e sempre nuova della vera poesia, che richiama le parole e il non detto del cuore, le tensioni profonde dello spirito e della sofferta religiosità, tutte comprese nella complessa decifrazione del mondo, come incanto e come destino.
Questa Follia del sole di Elisa Roccazzella è così una via regale.

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