LOCUS AMOENUS

      La scrittura ci fa pellegrini. Il cammino è incessante, perché la meta è il Principio infinito, l'Origine eterna. Ed è l'impossibile approdo al Giardino dell'Eden, avendo perduto lo sguardo di Adamo.

      Visioni paradisiache dobbiamo alla nostra immaginazione, e sono le figure del linguaggio, le sue poetiche costruzioni, le cattedrali della scrittura, lo specchio delle parole, dove si riflette lo s-guardo innamorato che vi "contempla" l'invisibile volto, nel quale, a differenza di Narciso, amerebbe riconoscersi e ritrovare con la prima visione l'anima divina del primo uomo.

      Con Adamo nasce il linguaggio. A lui Dio concede il potere di nominare. Ma, lungi dal Dire, la parola umana non crea come il Verbo, che dà alla luce il mondo con quel fiat lux che lo "ordina" dandogli forma ed esistenza. Ciò che accade è la Parola, perché essa è Dio ed è la Creazione. Il linguaggio, che abbiamo ereditato dopo la caduta, manca dell'identità con ciò che esso pronuncia. E così restiamo separati dal mondo e dalle cose, nostre creature, che non sono partorite dal linguaggio e che possiamo solo nominare. E nemmeno i nomi ci avvicinano alle cose, non ce le rendono familiari perché obliamo nell'uso la loro origine, cioè la nostra stessa natura, dalla quale sono generate. L'attribuzione di un nome non rende giustizia alle cose. Perché nella scelta dei nomi vige l'arbitrio e la convenzione. Non è mai vera o esatta la parola che nomina, perché è una tra le infinite parole di cui dispone la lingua. Ma ogni parola scelta è sempre la migliore delle parole possibili. E ciò accade soprattutto in poesia, dove all'arbitrio e alla convenzione si sostituisce il dettato interiore, la voce bene-dicente alla quale "obbedisce" lo s-guardo che le dà ascolto, perché essa è l'ordine supremo, il fiat lux che nel silenzio fa accadere la parola "esatta", volta alla fonte, verso la Parola, di cui è il riflesso folgorante. A questa parola, che il poeta riceve come una grazia, è consentito di proferire, di comunicare piuttosto che nominare. Essa non partorisce, ma dà corpo all'idea che la precede e che ne determina la "nascita", ovvero, la scelta tra le infinite parole della lingua. Ed è una seconda nascita perché è una parola nuova, che si spoglia del suo significato comune e accoglie il significato ideale che ne costituisce l'anima. Il trasferimento dell'idea nella parola richiede, dunque, la giusta scelta, quella cor-rispondenza tra la forma e il contenuto, tra il significante e il significato, che ri-definisce il valore del segno, il quale assume in poesia una nuova connotazione. La parola, che riceve la luce dell'idea, cessa di essere un segno linguistico e diventa un segno mentale: il sogno del poeta, del suo s-guardo, tradotto in suono e in scrittura. È una parola che nasce innamorata perché frutto del sentimento della bellezza, in virtù del quale è concepita e ricambiata dal suo sognatore, il quale si lascia se-durre dallo splendore del linguaggio poetico con cui stabilisce un infinito intrattenimento.

      Ogni parola è un frammento, un passaggio ad altro frammento, ad altra parola, che ha come esito la composizione, il "mosaico" dell'opera, alla quale mancano sempre delle tessere, sì che essa resta sospesa verso l'infinito, cui tende. Ogni passaggio è un arricchimento, un trasmigrare dell'anima della scrittura, attraverso le parole, nel corpo dell'opera sognando il  paradiso. Tracce del cammino verso il dire originario sono le parole, in quanto segni mentali: "appercezioni" che rimandano a una percezione altra, a un invisibile oltre di cui prendiamo coscienza, quale riflesso della visione paradisiaca, che resta celata, sepolta nello sguardo adamitico. Sono illuminazioni, istanti di grazia, che rischiarano l'oscurità e ci mettono in "contatto" con quella sorgente, che è la Poesia, la Parola, il fiat lux. Nel dono della luce, che riceviamo con la parola poetica, è la presenza del sacro, di cui il poeta fa esperienza nella contemplazione. Ed è la Bellezza, che egli avverte ed è il suo più alto sentire. Allora i segni sono indizi di una verità che sa di vita eterna, di un sogno infranto che richiede nuovi occhi per la rivelazione. La quale può accadere solo a prezzo della vita, che va perduta perché l'altra sia ritrovata.

      Nello spazio della letteratura, dove la vita è duplicata e rispecchiata in tutti i suoi aspetti, il paradiso occupa il centro ed è rintracciabile in molte opere accanto a molti inferni. Il bello e il tragico costituiscono le due facce della medaglia e sono compresenti in tutte le loro sfumature e gradazioni. A imitazione del Giardino delle delizie, la poesia fa della scrittura un locus amoenus, in cui il linguaggio è il protagonista assoluto. Esso è il "buon samaritano" che soccorre e cura le parole ferite, e facendo brillare la luce della grazia le volge all'amore e alla bellezza. In questo "luogo" le parole sono il nostro prossimo e diventiamo loro amanti. Le contempliamo perché la poesia le fa prossime alla Parola. Alla poesia torna sempre il linguaggio come un figliol prodigo, quando il banale, il vuoto, lo scurrile, la violenza, i suoi bassifondi e le sue periferie rendono insostenibile il legame con la celeste dimora, e la caduta e il distacco si fanno incolmabili per tale deliquio verbale.

      Nel giardino della poesia cresce l'albero della visione al posto dell'albero della conoscenza.  Perché la scrittura è opera dello s-guardo, attore e spettatore, che nel teatro interiore sollecita la nascita delle idee, per le quali sceglie le parole per darle il vestito migliore. Allo s-guardo, a questo sognatore appartengono le illuminazioni: le epifanie del pensiero e dell'anima, la quale contempla, nel sacro fulgore, la propria natura divina e gode di uno stato di beatitudine, cui corrispondono il profondo sentire, le sublimi visioni, le felici intuizioni. Pensare è vedere, e viceversa. E non c'è visione più grande del pensare con lo s-guardo. La conoscenza è questo vedere; è il cammino che ha per viatico i sogni dello s-guardo, il quale si nutre dell'albero e lo alimenta con nuove coltivazioni. Il poeta che sente sacra la parola, è parola vivente a imitazione del Creatore, e tuttavia non crea con la parola, perché questa è linguaggio, la cui pluralità non ha la potenza creatrice della Parola divina. La parola plurale non le corrisponde in numero né in valore. L'universo delle parole, infinito e incompiuto, è insufficiente e inadeguato a comporre un'opera completa, esaustiva, assoluta, a differenza del Verbo singolare, unico, infinito e compiuto. Il quale è Parola totipotente, che, simile a una cellula, si sviluppa nell'intero organismo universale ed è l'insieme delle parole, tutto il linguaggio possibile e impossibile, cioè mancante, inaccessibile all'uomo. Dio, forse, è questa cellula, verosimilmente vegetale. L'universo è la sua pianta, il paradiso il suo giardino, l'uomo il frutto caduto. 

      Mettersi in cammino è riporre il frutto sull'albero, affinché la conoscenza torni segreta e la vita trionfi con la Bellezza. È andare alla ricerca della visione edenica sepolta nella memoria delle parole, che il pensiero e lo s-guardo non riescono a risvegliare. Perché l'albero della visione manca della sua radice, del primo sguardo di Adamo.

 

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