La moda al tempo di Omero

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                                             Il costume e la moda

 

Quasi dirimpetto all’antica Lilybeo, oggi città di Marsala, sorge una piccola isola Mothia che fa parte della riserva naturale dello Stagnone. E’ un miracolo naturale e archeologico: spezzoni di mura, di scale, di fortificazioni costruiti dai Fenici giacciono sotto il cielo terso riflettendosi, nel silenzio interrotto dal lento ritmo delle onde, sul mare.

L’antica Mothia, fondata dai Fenici di Tiro attorno alla fine dell’VIII secolo, grazie al cothon, rarissimo esempio di porto artificiale punico, guadagnò ricchezza commerciale accogliendo anche genti di stirpe greca e battendo moneta propria. A quel tempo ebbe grande sviluppo la “filanda”;  in realtà, Mothia era famosa per la produzione di tessuti tinti con la porpora di conchiglie (murex brandaris) che, ancora oggi, vi si trovavano in abbondanza. L’isola si specchia al caldo vento nelle trasparenti acque della laguna e sogna serena il suo passato ai mutevoli accesi tramonti sullo sfondo delle altre isole Egadi. Questo luogo mantiene ancora tutto il suo fascino dell’antica civiltà con le sue anfore, i preziosi monili e i mosaici. Proprio ai tempi dei Fenici, Mothia forniva le stoffe e le tele alla vicina Grecia grazie agli abili commercianti. Le donne greche conoscevano bene ed esercitavano l’arte del filare, tessere e confezionare eleganti indumenti.

Come vestivano uomini e donne al tempo di Omero?

Dalle anfore, dai mosaici e da altri reperti archeologici possiamo dare una significativa risposta. Immaginiamo un atelier dell’epoca con vari indumenti sia per uomo che per donna e presentarli in un’elegante rassegna di moda.

Il vestito principale dell’uomo era il chitone – chitòn – con o senza maniche, e con un orlo in fondo. Talvolta il chitone copriva la persona fino ai piedi. Ma i guerrieri e i contadini, che lavorando avevano necessità d’essere liberi nei movimenti, indossavano una tunica più corta e succinta. Il chitone veniva portato sciolto interamente o stretto ai fianchi da una cintura – zoster – oppure da una fascia più larga – mitre -, ed era di solito di lana o lino e di colore bianco. Al disopra del chitone gli uomini indossavano un mantello di grossa lana detta claina, non di rado purpureo, che serviva a proteggerli dalle intemperie. In taluni casi, durante l’inverno, gli abitanti dell’isola come pure i Greci, vuoi per ripararsi meglio dal freddo ed anche per ornamento, mettevano sulle spalle, cadenti lungo i fianchi, pelli di belve. Mentre il claina era un mantello d’uso comune, i ricchi usavano il faros –  pharos – di stoffa assai più fine e quindi mantello più costoso.

La maggior parte degli uomini andavano, d’ordinario, a capo scoperto, protetti contro le molestie del sole, del freddo e della pioggia dalla folta capigliatura, che lasciavano crescere liberamente. I popolani andavano scalzi, i ricchi portavano sandali – pédila – di cuoio, legati alla gamba con cinghie. Le donne, oltre il chitone e il faros indossavano il peplo – peplos – ch’era pure un mantello fermato con fibbie – perónai o porpai – sulla spalla, che, ricadendo lungo i fianchi,  lasciava nudo un braccio: il destro, per i movimenti. In capo portavano veli, oppure l’othone (largo  scialle, di lino). L’abito era stretto ai fianchi da una cintura – zone – più o meno adorna, che, permettendo di dare una artistica disposizione alle pieghe della veste, ricadeva sul seno e serviva a far risaltare l’eleganza della persona.

A trattenere i capelli le signore adoperavano bende e diademi, alle orecchie portavano pendenti d’oro o d’altro metallo hérmata, al collo mettevano collane hormoi  e  isthmia ( parimenti d’oro), mentre cingevano le braccia con gli hélikes (braccialetti). Ai piedi sandali di cuoio finemente lavorati. Infine, come profumi si può immaginare l’uso d’essenze di gelsomino e zagara di agrumi.

Quando le famiglie moziesi e dell’antica Grecia erano allietate dall’arrivo di una nuova creatura, la porta di casa veniva adornata in segno di gioia con ghirlande di rami d’ulivo se il neonato era un maschio, e con bende bianche di lana se era una femmina . A far mostra degli indumenti sopra descritti, non mancavano le cerimonie nuziali, le rappresentazioni teatrali e le partecipazioni religiose al tempio. Si può immaginare coi colori attuali della natura mediterranea un simile spettacolo:

 

Il tempio di Segesta

S’apre il sipario sul tempio…

 la danza di leggiadre fanciulle offre doni agli dei.

La nebbia s’insinua tra le maestose colonne…

Sui gradini siedono i commensali 

gustando acini d’uva matura.

S’ode nell’aria il volo delle aquile.

 Mutano nel contempo i colori giù sui campi,

mentre d’oro si tinge il tempio di Segesta al calare del sole…

Anche il vento suona tra le colonne aggrinzite,

 corrose dal tempo, la sua più belle musica.

Così nella danza, arte e natura abitano nelle granitiche pietre.   (Lirica di Giovanni Teresi) 

 

Giovanni Teresi

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