La leggenda nel marmo - Attualità di un mito

Ratto di Proserpina 1622 - Gian Lorenzo BerniniPreambolo

Una passeggiata calma a Villa Borghese a Roma, il barbuto professore di Storia dell’Arte con al seguito un manipolo di studenti del Liceo Francesco d’Assisi del Quarticciolo, borgata celebre per il “gobbo di Roma”, un gibboso Robin Hood partigiano. Per molti era la prima volta che assaporavano l’incanto di quello ch’era un tempo il più grande parco d’Europa. La direzione è il museo della villa per studiare dal  vero alcuni capolavori del principe del barocco, Gian Lorenzo Bernini. Ricordo lo stupore in occhi non adusi al bello, abituati alla quotidianità del degrado, quando emisero un inaspettato ohhh! dinanzi alle mani di Ade che affondano la presa nelle carni di Proserpina. Qualcuno sente il bisogno infantile di toccare quel miracolo, allunga le dite, squilla l’allarme, il custode crucciato sente il bisogno pedagogico di regalarci una ramanzina.

Un mito siciliano

A monte c’era stata una relazione incestuosa tra Zeus e sua sorella Demetra, dea dei campi, all’origine del parto di Persefone, la latina Proserpina, fanciulla di divina bellezza, talmente affascinante che suo zio Ade, signore single degli Inferi, s’innamorò perdutamente di sua nipote. In realtà  fu un dardo gaglioffo del puffo Cupido a infrangere il cuore solitario del dio scapolone, dietro magheggio di Afrodite gelosa della bellezza e della verginità di Proserpina. Così  mentre la leggiadra deuccia raccoglieva i fiori della primavera lungo le rive del lago di Pergusa, la terra si squarciò improvvisa, dall’asola tellurica fuoriuscì Ade in persona, afferrò la dissenziente vergine trascinandola a forza negli Inferi sul cocchio d’una quadriga trainata da cavalli color pece. Demetra disperata cercò ovunque la figlia senza risultato alcuno e pensare che se avesse chiesto lumi al fratellone amante avrebbe saputo che c’era stato il suo consenso a quel ratto. La bella Persefone non era sola nel raccogliere fiori campestri, con lei c’erano quattro Ninfe, tre se la svignarono al momento della violenza ma una, Ciane, cercò di arrestare il cocchio con tutte le sue forze ma Ade la trasformò in una sorgente d’acqua cristallina che originò l’omonimo fiume, aprendosi la strada fino a Siracusa. Mamma Demetra non s’ arrese, vagò per la Trinacria per nove giorni fino alla punta occidentale dove c’è Trapani, ma niente della figlia non c’era traccia. A venirle in soccorso fu la dea Ecate regina delle vie, signora dei fantasmi notturni e della magia, le suggerì di interrogare Helios che, stando su nel cielo, aveva certamente visto il viso del rapitore. Sarà proprio lui infatti a svelarle l’autore del misfatto, il dio dei morti fratello del dio dei viventi. Ma il don Giovanni Zeus, in combutta col congiunto, era restio a intervenire per risolvere il dramma, finché Demetra lo piegò al suo volere di riveder la figlia, rendendo aride le terre, provocando una dura carestia. Gli uomini allora imprecarono contro il re dell’Olimpo, non avevano di che mangiare e tanto meno di che offrire sacrifici, il suo culto scese in picchiata, così decise di arrivare a un compromesso col fratello. Poiché Persefone aveva purtroppo mangiato, cosa proibita, dei gustosi chicchi di melograno stando nell’Ade, non tutti per sua fortuna, la soluzione presa fu questo compromesso: Persefone poteva tornare sulla terra a tempo, per sei mesi l’anno gli altri doveva starsene buona, buona giù nell’Ade.

Significazione

Il mito personifica le stagioni della Natura, l’inverno è l’Ade quando la terra muta, dorme nel suo letto sotto coltri di neve ma a primavera conosce il piacere del risveglio, si mette all’opera, rigenera  la Natura, i campi tornano verdeggianti, generano copiosi fiori, schiusi agli operosi insetti, i rami degli alberi porteranno nuovi frutti, il biondo grano ondeggerà nelle valli, i grappoli d’uva matureranno al calore del sole, in ultimo ci sarà l’oro delle olive spremute nei frantoi. Proserpina è la Sicilia nel suo ciclo vitale.. A questa allegoria essoterico, cioè manifesta, la leggenda ne affianca altre: a noi interessa in primis Eros e Thanatos (Amore e Morte) i principi stessi della vita, termini contrapposti in apparente contraddizione, la passione generatrice della vita, per assurdo, ha bisogno della morte “se il chicco di grano, caduto in terranon muore, rimane solose invece muore, produce molto frutto.”(Gv.12,23-33). Anche voi qui, dice il prof., quando vi innamorate morite a voi stessi, la persona amata è l’unico soggetto vero dei vostri pensieri, delle vostre azioni o malinconie, vi preparate a ricevere l’altro con tutto voi stessi in anima e corpo, esattamente come il semino di grano. Conoscete nel profondo una metamorfosi . dall’aridità dei giorni qualunque vedete zampillare d’improvviso una fresca sorgente d’acqua come la ninfa Ciane ed il suo amante Anopo tramutati in fiumi che, attraverso percorsi diversi tra rocce e valli finiscono nel confluire l’uno nell’altro in un sol corso fino a sfociare fusi al Porto Grande di Siracusa.

Bernini e il mito

Come sapete G.L. Bernini artista fu l’incarnazione dello spirito barocco, particolarmente direi nella scultura suo primo amore e professione. L’opera gli fu commissionata dal ricchissimo card. Scipione Borghese nel 1621 e a lui consegnata l’anno seguente quando lo scultore aveva 22 anni, pertanto è un lavoro giovanile. Gian Lorenzo affondò gli scalpelli nel bianco marmo di Carrara con maestria pari a Michelangelo ma con una filosofia opposta: “Cogli l’attimo, cogli la rosa quand’è il momento” recitava il brillante prof. Keating ai suoi studenti “che lo spettacolo continua”, appunto la rappresentazione si rinnova, dalla materia morta, gelida, germoglia la vita che ci lascia sempre stupiti, questo è Bernini. E’ epifania dell’essere in azione, pathos dell’accadimento sorprendente per la sua verosimiglianza con la carne viva. Sceglie il momento del ratto, cuore del racconto, la violenza cieca per amore del misfatto, Ade ha già ghermito la sua vergine preda, è pazzo di passione, l’ha afferrata con tutta la sua forza, lei grida soccorso, lo scansa con la mano destra, forse con questo gesto evita un bacio non voluto. I corpi nudi lottano tra loro creando una costruzione ascendente a forma di spirale, onestamente poco spontanea. Risalta la brutalità fisica di Plutone, uno stupratore accecato dalle solfuree voglie e l’angelica bellezza di Persefone che tenta di divincolarsi invocando: aiuto! La morsa delle mani di Ade però affonda nelle sue carni, le comprime con un virtuosismo tecnico che vi lascia giustamente a bocca aperta. Questo è il Barocco: stupire e come vedete ci riesce.

Attualità del mito

A Catania, di lato al palazzo della stazione ferroviaria, c’è una bella fontana  dedicata a questo mito, fu realizzata da uno scultore d’origine marchigiana Giulio Moschetti catanese d’adozione. Non è in marmo ma in cemento su anima di ferro, un materiale nuovo per quest’arte, più ostico ad entrare nei particolari della carne, è molto più umile del marmo anche per i costi. Il momento narrato è lo stesso, il rapimento di Proserpina, il grido della dea a braccia levate mentre Plutone la lega a se con  braccia erculee. I cavalli rampanti del cocchio escono bizzarri dalla vasca investiti da zampilli, c’è meno pathos, maggiore è la compostezza dell’evento di sapore neoclassico. Perché una fontana tanto imponente vicino a una stazione? La Sicilia è anche terra di migranti, persone che lasciano la propria terre, recidono radici per iniziare una nuova vita altrove, morte e amore un mito che si incarna in questa splendida isola e nella sua gente. Ma non dimentichiamoci che quest’antichissima leggenda oggi ci richiama alla violenza continua sulle donne, gli stupri, i femminicidi, cronaca nerissima sui giornali. Allora Proserpina simboleggia anche questa condizione, il suo urlo è denuncia e liberazione, io ci vedo la povera Pamela.

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