"Il perenne che dura" di Maria Patrizia Allotta

Vicinissimo ormai al baratro, senza precipitare né redimersi, l’uomo moderno, in nome di una presunta salvezza terrena, continua a progettare un eventuale futuro, ideare un possibile avvenire, strutturare un probabile domani.     

E in effetti, alieno del suo stesso esserci e smarrito più che mai, l’individuo di oggi, in modo convulso e disordinato, per sopravvivere al caos esistenziale, risulta essere sempre più orientato a predisporre scientificamente nuove metodologie d’indagine, a escogitare oggettivamente diverse soluzioni politiche e sociali, a pianificare imparzialmente alcuni comportamenti in virtù della globalizzazione, dell’integrazione, dell’approvazione e delle così dette pari opportunità. 

Certo, fortunatamente, che rimanga insita nell’umanità - almeno teoricamente - l’ansia senza fondamenti durevoli di migliorare la propria esistenza disegnando mentalmente giorni migliori è un dato incoraggiante, svilisce però la consapevolezza che - praticamente, comunque, ammettiamolo - lo stato umano va sempre peggio, considerato il prevalere del falso altruismo, del decadente moralismo e del grottesco assistenzialismo da passatempo unito all’inconsistente libertinismo.   

Forse, allora, considerati i risultati, sembrerebbe opportuno ribadire l’idea che unitamente al coraggio di puntare arditamente gli occhi in avanti per scorgere “entusiasmanti” sistemi ed “innovativi” orizzonti vitali, bisognerebbe trovare anche l’audacia di rivolgere lo sguardo al perenne, a ciò che dura. Ma seriamente.

E non soltanto per tutelare la matrice del genere umano con la sua stessa identità, quanto per rivalutare le origini, le radici, le tradizioni nonché gli antichi insegnamenti che taluni protagonisti della storia del mondo hanno saputo lasciare nell’arco del tempo grazie al loro alto magistero che potrebbe giovare, soprattutto ai giovani, in un momento in cui si annaspa tra le macerie, si brancola nel buio e si combatte la morte con estrema leggerezza, considerandola prassi accessoria.

In realtà, la smania sempre più forte dell’attuale modernità porta perfino a ignorare l’importanza dello studio delle grandi figure appartenenti al mondo latino e greco, oppure a sottovalutare l’importanza decisiva degli studi filosofici mortificati addirittura nei Licei e all’interno delle stesse Università, quando - senza volere scivolare in polemiche o in atteggiamenti demodé - sarebbe opportuno, invece, rispolverare le eterne lezioni vitali, giusto per cercare di migliorare una realtà, che di fatto, appare calata in una totale finzione dove l’effimero benessere convive con quel allucinogeno disfacimento morale, che appare, comunque, presagio di amarezza. 

Allora, per esempio, considerato che oggi va tanto di moda il guizzo oratorio, l’inutile dissertazione, la chiacchiera assoluta per tutto e tutti, il bla, bla bla ininterrotto, potrebbe essere utile rilanciare il pensiero di Socrate il quale nei suoi dialoghi proponeva il ti esti, ovvero il che cos’è, domanda ideale, breve e chiara, per niente articolata o pianificata, utilizzata dal grande filosofo per raggiungere, unitamente ai suoi interlocutori, l’universalità delle premesse, rompendo, così, quel flusso retorico  - tanto di moda oggi come allora - inutile e spesso banale, tipico dei più, che impediva e continua a impedire l’acquisizione della giusta definizione razionale.

Senz'altro, svincolato dai dormienti, Socrate, a discapito dei discorsi formali, declamatori e seducenti - che attualmente tanto piacciono - facendo leva sulla brachilogia, preferiva argomentazioni intelligenti e ragionevoli che certamente contrastavano con quella e questa folla anonima ora guidata da oligarchie raffinatissime di tecnocrati e sostenitori di un pensiero unico, universalista che, come sostiene Tommaso Romano,  con “le spade inchiostrate di parole il mal dire stanno”.

E in effetti, né la concordia, né la conformità, né tantomeno la facile condivisione erano per Socrate garanzia di verità, piuttosto la reciproca persuasione maturata attraverso la preziosità della parola messa al servizio del dià logos rappresentava l’unica possibile tensione verso il Bene assoluto.

Parola, dialogo, verità, bene assoluto… termini appena sussurrati, tutti apparentemente conosciuti eppure poco professati forse perché ormai cozzano con l’adattamento del teorico al prassistico che ha certamente depauperato l’impareggiabile dono del linguaggio metafisico e danneggiato la relazione dialogica interpersonale, dando troppo spazio al volgare cicaleccio, al vaniloquio, alle offensive maldicenze, alle ciarle dei maledetti untori.

  In virtù di quanto appena detto, probabilmente, l’insegnamento di Socrate potrebbe apparire a molti superato, poco valido, illusorio, quasi enfatico se non addirittura d’inutile maniera ma a chi adesso scrive sembrerebbe, invece, che nell’era della omologazione culturale, delle convinzioni standardizzate e delle certezze universalizzate, in un mondo caratterizzato da quello che Svetonio definiva rumores, il metodo socratico potrebbe rappresentare un’efficace antidoto contro l’incondizionata ipocrisia del falso dire-sapere che certamente trascura il conosci te stesso, falso dire-sapere, si diceva, che ambiguamente alimenta quell’arrogante convinzione che esalta l’uomo facendogli ignorare le sue effettive capacità e i suoi veri limiti gettandolo, così, in quella sguaiata miseria ultimamente abilmente rappresentata da Paolo Sorrentino nel film La grande bellezza - realmente critico di una modernità decadente e banalizzante - dove in un impareggiabile monologo il protagonista sostiene: “Finisce sempre così, con la morte, prima però c’è stata la vita, nascosta sotto i bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura, gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza e poi lo squallore disgraziato dell’uomo miserabile”.

Allora, per la saggezza e la bellezza eterna, per il valore della vita a discapito del nichilismo e della morte, ricordiamoci ancora del socratico Io so di non sapere, dimostrando a noi stessi e agli altri che la “conoscenza” non è un “cliché” incondizionato, che la “Verità” non è una “fiction” indiscutibile, che la “salvezza” non è una “sciances”, né un eventuale provvisorio convincimento, ma piuttosto un costante impegno dettato dal sapere agire, pensare e contemplare, magari nella solitudine dell’interiorità secondo quel si, si, no, no tanto caro a San Matteo, oppure secondo Aut, Aut di Kierkegaard.  

“La vita è un’ombra” - sostiene un altro grande del passato, tutto da rivalutare quale fu Shakespeare - “Se si vive in modo inconsapevole questa è una legge eterna a cui non si può sfuggire. Questo mondo illusorio, a cui l’uomo appartiene non solo per costrizione, ma anche per libera scelta, non è l’unica condizione possibile.  

Qualcosa può sempre accadere, se abbiamo il coraggio di uscire dalla caverna delle illusioni per aprire gli occhi alla vera essenza del mondo e della vita”.

E dallo “squallore disgraziato dell’uomo miserabile”, dalla “caverna delle false illusioni”, dalle “inutili menzogne”, dal “populismo indegno” e dal “brusio assordante” - dialogando o anche in religioso silenzio, da soli o magari a fianco con Socrate, Shakespeare e San Matteo - uscire a testa alta, si può.

Basta volerlo e non per sopravvivere stancamente, in balia di menti astute e corruttrici, ma per esserci senza per forza apparire. 

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