Elisa Roccazzella, "La Follia del sole" (Ed. Thule)

di Giuseppe La Russa
 
Scrittura densa, immaginifica, simbolica, viva e vivida, impressionismo che coglie e accoglie i sensi del lettore condensandoli e rendendoli tutti egualmente partecipi; una poesia che invade e che fa evadere, i cui silenzi turbano e il cui fruscio incessante delle parole diviene forte sottofondo. La silloge di Elisa Roccazzella, La follia del sole, non lascia inerte il lettore, già a partire da un titolo ambivalente, da decifrare, non immediatamente definibile. La luce dell'astro che illumina è accostata, quasi in maniera ossimorica, ad un termine che ne appare distante e staccato, che certamente in un primo momento spiazza il lettore che si accosta a queste pagine, ma che mostra già i motivi entro cui si scioglie l'intera raccolta. Tommaso Romano, nella prefazione all'opera parla di «purezza di accenti», di «senso della parola immacolata», di una attenzione forte al tessuto linguistico e alla collocazione dei versi: d'altra parte è l'autrice stessa che invita il lettore ad essere partecipe dei suoi accorgimenti linguistici, di “entrare dentro le parole”, così come appare in un testo posto in apertura. Un'operazione, questa penetrazione del verbo, che avviene, scrive Elisa Roccazzella, «per la passione di quel gusto di assaporare a piacimento essenze dolci e amare di una vita che incalza e ci scalza superiore ad ogni volontà»:
 
Una raccolta che porta prepotente alla ribalta il paesaggio, gli elementi naturali, già a partire dal titolo, come si diceva. Centrale diviene, inevitabilmente, lo sguardo del poeta capace di allargarsi ed abbracciare il mondo circostante: la natura, onnipresente compagna, è il presente vitale e poetico, ma è allo stesso tempo un passato da ri-cordare, ossia da riportare nel cuore; è lo sguardo del paesaggio (laddove questo genitivo va inteso in senso soggettivo ed oggettivo) che compone una poesia che sa farsi essa stessa quadro, dipinto, attraverso una composizione formale, si accennava, mai banale, attraverso un verso “disegnato”, per l'appunto, attraverso scelte stilistiche che mirano ad una percezione piena e totale della vastità. Una sorta di miracolo continuo, quotidiano cui l'occhio del poeta è consapevole partecipe in una adesione al dato naturale che non è azzardato definire panica («ho pupille tenere d'aurora/ho pupille del garbo del mattino/ho pupille gocciolanti/di luci di garanza») e che trascina in una dimensione “altra”, a diretto contatto col trascendente. Dunque lo sguardo di cui si diceva non è un semplice osservare, ma ha necessariamente di più, è il 'mirare' di ascendenza leopardiana, è il 'guatare' dantesco, è una diretta propaggine dello spirito, cosicché occhio fisico e occhio dell'animo si fondono naturalmente, e ciò avviene sempre grazie ed in virtù dell'elemento naturale che assurge a motore immobile, a prima spinta nel cogliere un profumo e un'essenza di eterno: «il mio orgoglio/sboccia/dall'eternità di questo istante», dal miracolo dei fiori, “da questi colori e queste gemme”. Il piacere bozzettistico, che probabilmente esiste e che si nota nel piacere minuzioso di descrivere “pezzi” di mondo, è solo il primo input per un ingresso totale e totalizzante dell'io poetico in quel paesaggio che discende dalla parola e che sa farsi parola creatrice, in un perpetuo generarsi, in un continuo miracolo che è allo stesso tempo linguistico, vitale, ultra-terreno: «essenza divina, umile e paziente sopporta la sua lima – la parola – quando instancabile il poeta la leviga, la smussa, la scortica e tortura, finché... alata sulla cattedra dei cieli la siede imperitura a insegnare l'invisibile gloriosa».
Ritorna così, come si diceva, quell'attenzione alla parola pura, al termine capace di evocare, al vocabolo che sa essere paesaggio, che apre le porte dello spirito, che sa essere materia/mater, che sa essere davvero poesia.
Elisa Roccazzella ci offre una poesia piena, ci dona occhi capaci di guardare ogni istante, di gettare lo sguardo anche oltre, oltrepassando anche il sole e le sue follie, in una assopita stagione dello spirito che la parola poetica può sempre e perennemente riportare in vita.

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