Don Chisciotte, l'opera, l'artista

Il Quijote è una visione del mondo ed è un lungo "monologo", nel quale i dialoghi sono assorbiti, come i volti nel sogno del dormiente. Lo sguardo che apre questa visione non è quello dell’autore, ma del suo ingenioso hidalgo. Don Chisciotte, lettore appassionato dei libri di cavalleria, sostituisce il mondo con un libro, di cui si fa "autore" vivendo da personaggio. Il conflitto tra ideale e reale, trasversale a tutto il romanzo, è frutto di questa identità. Come "autore", infatti, egli stravolge l’ordine delle cose, ne commuta la natura, ne trasforma i segni, affinché il personaggio che egli stesso incarna sia messo nella condizione di agire e di portare l’opera a compimento. Come personaggio e, al tempo stesso, in veste d'"autore", vanifica quelle metamorfosi, si scontra con la realtà, ma non si lascia sopraffare da essa, prestandosi e disfacendosi continuamente  al gioco delle trasformazioni. Le sue iterate avventure sono effetto dell’«errare», cioè, del suo persistere nell’«errore» di sovrapporre al reale l'ideale; ed è solo in virtù di questo «errore» che egli “esiste”. Ebbro di spirito cavalleresco, Don Chisciotte agisce nella stanza della lettura senza mai lasciarla, e la sua inesauribile avventura s'innesta, simbioticamente, sul testo del Cervantes. E così egli è "chiamato" ad agire, a inagire nella stanza dello scrittore, facendosi testo, racconto del suo narratore. All'interno della narrazione, la «follia» dell’hidalgo "risolve" il contrasto tra il reale e l’immaginario, sostituendo ogni volta alla realtà una rappresentazione ideale, la cui riconversione nell'oggetto reale Chisciotte giudica frutto di un malefico inganno, opera dei sortilegi del mago Frestone, al quale attribuisce tutti i suoi fallimenti.

         Questa identità tra reale e ideale rimane un’aspirazione profonda dell’artista, al quale si confà quella «follia» che però gli rimane, per certi aspetti, estranea. Essa è, in don Chisciotte, una forma di scrittura che si sovrappone alla realtà, la trasforma, la trasfigura, ed è in virtù di essa che lo sguardo opera questa magica metamorfosi. È, questa «follia», un atto iterativo che non cede alla sconfitta, alla quale oppone nuove imprese nel tentativo di affermare l'ideale. A differenza dell'hidalgo, l'artista non cade in «errore» perché il suo procedere non opera metamorfosi o sovrapposizioni esterne. Egli non scambia il reale per l’immaginario, perché la realtà è per lui la verità ideale, il sogno che si rappresenta dietro le quinte dell'occhio, e che è generato e contemplato dallo sguardo interiore.

           Un’altra «follia» muove l’artista all’azione, all’inazione. Come don Chisciotte non abbandona la stanza della lettura, così l'artista resta legato al luogo della scrittura, che finisce per abitare mettendo in parentesi il mondo. Il suo «errare» è l'avventura della parola, che lascia fuori di sé l'idea che la se-duce, e dello s-guardo, che lotta per la conquista di un'invisibile meta. Il sogno dell'artista non è la trasformazione del mondo ma la sua interpretazione, ed è un sogno che crea più mondi, i quali appartengono all'universo della scrittura, in continua espansione.

           In Don Chisciotte, l’avventura è il sogno metamorfico che si fa gesto e muove all'azione il nobile cavaliere, il quale "agisce" con coerenza, in linea con la propria «follia». Questa corrispondenza tra sogno e gesto si avverte nella sua «triste figura», la quale, al di là della tristezza, che rivela la sua indole di sognatore, lascia intravedere un portamento eretto, un piglio deciso, risoluto che, tuttavia, non cela i segni delle ripetute sconfitte causate dalla certezza delle sue visioni, contro la quale nulla può l'ordinaria saggezza del fedele scudiero. La «follia» salva Don Chisciotte quando la realtà si fa, attraverso Sancho Panza, disperatamente razionale e visibile. Essa gli consente di ripiegare nella solitudine della propria coscienza, dove reale è per lui ciò che appare: il sogno che lo consegna all’avventura e lo muove a scambiare, ancora una volta, l’esistente per l’inesistente: ciò che è per ciò che non è, e ciò che non è, è per lui questo sogno, cui resta fedele.             L’avventura, che in Don Chisciotte è metamorfosi, nell’artista è solo rappresentazione; è lo s-guardo che solleva il sipario del teatro interiore per farsi sogno, parola, opera; ed è pura follia: la lotta cosciente contro i "mulini a vento" del linguaggio che l'artista, questo "cavaliere" dello s-guardo, o della visione, non riesce a mutare nella verità dell'idea. Perché a differenza di Don Chisciotte, in cui il sogno e il gesto si corrispondono, l'artista non porta mai a compimento la metamorfosi. Sempre restano distanti l'idea e la parola; non c'è piena coerenza, non c'è comunione tra di esse ma, tutt'al più, solo una sottile rassomiglianza. Nel nostro hidalgo, reale è «ciò» che il sogno lascia apparire davanti ai suoi occhi. Nell'artista, invece, è reale ciò che danza «dentro» di lui: il sogno stesso, che appare e resta invisibile agli occhi. Destino comune ai due cavalieri è l'impossibilità di portare a termine la loro "avventura": in don Chisciotte l'ideale non sostituisce il reale, e nell'artista l'opera resta incompiuta, la scrittura si fa incessante. Tuttavia, l'avventura innalza la loro anima e la sconfitta non li disarma. La loro avventura è più forte della stessa sconfitta e continua oltre la morte. Qui, dove tutto cessa, l'opera prende "forma" finendo per coincidere con la sua assenza, con la fine della scrittura. Dunque, nello spazio della morte, nella sparizione, dove nulla più appare, dove «ciò che è» è anche «ciò che non è», dove realtà e sogno coincidono, si compie la metamorfosi, l’ultima avventura che Don Chisciotte e l’artista "realizzano", senza infingimenti e senza lotta e nell’inazione assoluta, entrambi consegnati, per sempre, al Sogno, all'Opera, alla Scrittura. Immersi nel gorgo immortale.

 

 

 

 

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