"APOCALYPSE" versi inediti di Rossella Cerniglia

I
Sono alle soglie giunto della più vasta ombra
che mai secoli produssero, un limitare dove l'anima
s'inoltra dentro il buio, nella spelonca, e la quiete abbandona
per un turbinare di tempesta.
Seguono anime blande nella tenebra
biascicanti, in delirio, e parlano a se stesse
dentro il furore, nello strepito muto che accompagna
l'andare.
 
Passi sopra i passi, orme sulle orme, una turba
vociferante viene, che nessuno ode, infinita. Si accalcano e accapigliano
senza vedersi, ombre che non si sfiorano,
inconsapevoli al loro stesso andare, ad uno stesso pianto,
scisse pur nello spasimo che accomuna l'eterno brancolare.
 
E senza sosta
invasate dal daimon più crudele
vanno senza che un dove sia
una meta o un alveo nel cui senso incanalare
le brucianti ferite della vita.
 
Passano
come pallide larve, come una triste turba di dannati, senza occhi, con bocche sgangherate
urlando dentro il vuoto maledizioni oscene oltreumane.
L'uno all'altro nemici, sempre più addentro alle caligini s'inoltrano
a spirali di vapori che altro non sono
che le braccia, le ali,
le nebbiose cortine dove il Nulla si sfrangia, e con brama
di amante viene ad accoglierli nel suo corpo di tenebra per copulare con essi.
 
Ma nessuno, nessuno a indagare
il rovello dell'umana tragedia
che l'ha precipitata senza fine. Solo volti sbiaditi, affranti dall'insonnia,
ingroppanti miserie del vissuto dell'agito, e voci senza voce,
e spente orbite in cui un vagare resta
in un dove che non ha più dove
nell'assenza di un senso che è smarrito
e tutto si dà senza rimedio
tutto in noi precipita.
 
II
Trascolora ogni aspetto dell'umano: perduta è l'anima
nelle fumose stanze che simulano la vita
e sbiadita, illanguidita giace.
 
In questa terra stanca desolata
l'oscuro demone la guida, traendola per mano
di là dal territorio della vita, sul limitare che apre le bocche dell'Averno.
E un precipizio spalancato inghiotte:
fuoco e fiamme vomitano gli abissi
e come una fornace si spalanca l'imbuto della tenebra.
 
Quanti
apparenti corpi triturati, smembrati da mostruose mascelle
che fuggirono un tempo senza scampo pur senza mai fuggire!
 
In luogo dello spasimo mortale
è l'apparente inedia di un consegnarsi inermi
di un lasciarsi prendere e finire. Eppure, nel crogiolo del dolore
urge la fiamma viva, e grida senza stridore la pena:
senza scuotere catene
procede la condanna inutile verso la rovina
ingabbiata nel suo rovo rovente inestricabile
immane prigione della vita.
 
III
Così, quale sarà l'andare, e per dove - e dove? Chi invertirà la rotta
e la navicella condurrà sbattuta dai venti nella tempesta? E dove
rintanati se ne stanno il nocchiere e il timoniere? Imbarchiamo acqua nella stiva
prossimi al naufragio, né ci accorgiamo dell'affondare lento
nelle tossiche acque ribollenti della disperazione senza fine
senza un appiglio che le avide mani soccorra
nella bufera.
 
A questo ci condusse il fato
l'inesorabile catena degli eventi che all'uomo non è dato sovvertire
ma l'illusione resta di poter contrastare nei millenni
lo sconcio che la creazione seconda ha generato.
 
A ritroso percorro le nebbie della storia
e come lievi cortine si aprono i millenni
il tempo lontano dove l'uomo fabbro di se stesso
prendeva ad abbozzare la sua icona futura
procedendo tentoni con nelle mani un mondo da forgiare
prima fucina di un seme gettato sulla terra con scintilla divina.
 
 
IV
E nelle mani accolgo l'Apocalisse, il libro di Giovanni,
oscuro, tenebroso, frutto farneticante
d'una mente in delirio. Qui non vedo il Dio
di promessa salvezza
il pietoso dei mali della terra, il compassionevole
delle umane miserie. Ce n'è uno terribile e tuonante
che non ispira amore, un Dio non indulgente
che ignora l'infinito strazio della terra.
 
Ho pregato oggi, l'ho chiamato a testimone
dell'umana sventura
e non ho udito la sua voce
l'amorosa empatia che ti aspetti da un Padre
non c'è mano che mi accarezzi il capo e mi consoli
né il fruscio della sua bianca veste
qui al mio fianco.
 
Eppure...
a qualcuno devo grazie del verde ramo
che su me ora si china col vento, voglioso di sfiorarmi
e mi illumina lo sguardo un istante
con la sua dolce chiarità e bellezza...
 
E' un verde che sento
che mi abita
e con me abita il terrazzo della mia casa
splendente di germogli
vita che tesse un oscuro legame
che ho cura materna d'annaffiare
quando la sento sofferente
con voce che mi chiama
col suo muto apparire floscio e spento.
 
E Tu, Signore, perché non hai pietà del muto pianto
come io ho di questa disseccata vita
che mi chiede un sorso, un goccio
un barlume di speranza?
 
 
V
Ho ancora nelle mani il folle sogno di Giovanni
letto un tempo senza saperne l'oscuro simbolismo
ma mi appare crudele ancora adesso
la cifra che si cela in ogni frase
il cuore impietoso della sua parola.
 
E un'ondata di sdegno ancora mi travolge:
non è il Dio di Giovanni
che Signore della collera
dio di morte e inflessibile vendetta
che gli uomini – per quanto tristi e abietti -
non meriterebbero mai.
Così rifiuto l'idea di questa luce bieca
lo scenario che le pagine di questo Dies irae
di questa turpe improbabile epopea squadernano
e l'insaziabile rabbia - neppure degna dell'umano -
racchiusa nel cuore di un Dio.
 

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