"La Polonia di Frankl, Kolbe, Eva Mozes Kor: il dono e il perdono" di Tommaso Romano

Preparando un viaggio di studio in Polonia, con colleghi e allievi, abbiamo dedicato attenzione e approfondimenti, letture e riflessioni, su storia e geopolitica di quella cristianissima Nazione a partire dalle figure esemplari come quelle di Maria Curie e Giovanni Paolo II, fino al pensiero di Hans Jonas a Hannah Harendt, come interpreti della tragedia.
Se giustamente centrale è stata la messa a fuoco senza attenuanti della barbarie nazionalsocialista e della soluzione finale messa in atto contro israeliti ed ebrei (le due cose, dovrebbe essere scontato sapere, non coincidono, dato che origine etnostorica e pratica religiosa sono due aspetti a volte complementari ma differenti), e contro altre minoranze (zingari, Testimoni di Geova, Avventisti, omosessuali, socialcomunisti, cattolici e protestanti non allineati, ecc.), altrettanto si è voluto sottolineare per l’eguale tragedia causata dal comunismo, che stritolò per tanti decenni quel Paese, a cominciare dalle “Fosse di Katyn” dai più totalmente ignorate come le nostre Foibe, dai carri armati del Patto di Varsavia, ai Gulag che, in tutti i paesi sotto il comunismo reale hanno registrato dieci milioni di morti e altrettanti di perseguitati e internati nei “confortevoli” lager di Stalin e Breznev.
Personalmente mi sono occupato, ricapitolando libri e studi maturati nel tempo insieme alla coscienza, di tre figure che ritengo emblematiche e esemplarmente simboliche, e che vanno proposte per far comprendere che anche nei campi del male, vi furono luci capaci di farci sperare sulla forza della testimonianza fino al sacrificio estremo.
Vorrei, così, riproporre la figura anzitutto di un notissimo francescano santo, Massimiliano Maria Kolbe (1894-1944), fondatore della Cittadella e della Milizia dell’Immacolata, nonché recluso proprio ad Auschwitz  (luogo che durante il viaggio andremo a visitare oltre Varsavia, Cracovia, Czestochowa), volontario martire votatosi a salvare un padre di famiglia e donandosi al posto di quest’ultimo, con la sua vita.
Kolbe è Egli stesso Dono che senza riserva e senza calcoli riscatta la paura, la miseria, l’interesse e il calcolo meschino. Dono supremo e senza eguali, proprio perché la vita è irripetibile e dono essa stessa.
Gesto da alter Christus, che mi fa ricollegare Kolbe a un altro martire da santificare, Salvo D’Acquisto, un italiano e carabiniere esemplare che compie lo stesso gesto d’amore supremo, donandosi per salvare.
Secondo personaggio straordinario - con cui ho avuto l’onore di corrispondenze e di ricevere ricordi iconografici - è stato il medico e psicologo Viktor E. Frankl (1905 – 1997), che fu testimone di molti lager (numero 119104) in cui fu deportato e che scrisse uno dei libri più significativi, e vedremo perché, dal titolo “Uno psicologo nel lager”, tradotto in tutto il mondo.
Frankl, inizialmente discepolo di Freud, se ne staccò radicalmente fondando la terza scuola viennese: la Logoterapia, ovvero la terapia mediante la quale si può pervenire alla ricerca del Significato profondo della vita, e il modo con cui affrontarla. Ciò può avvenire, e Frankl lo sperimentò fino in fondo, con l’azione e la pratica della conversione di sé e delle proprie risorse di volontà e di resistenza al male. Ancora può manifestarsi con atti di amore gratuito, con la sperimentazione dell’amore stesso senza porre limiti e, per ultimo, attraverso la capacità che l’uomo può mettere in essere, trasfigurare la privazione, la sofferenza in supplementi di umanità, perfino - come tristemente capitò allo stesso Frankl - vedendosi morire i propri cari nei campi.
Anche l’utilizzo dell’auto-distanziamento dai fatti e avvenimenti cruenti, l’auto-ironia e l’umorismo, portano benefici sicuri, così come non cedere sia nelle situazioni estreme come il lager, sia nella vita quotidiana, è certamente conquista vitale.
Frankl ricordava spesso le parole di Nietzsche “chi ha un perché per vivere sopporta quasi ogni come”, che voleva indicare il trovare sempre il coraggio in sé stessi e in quella speranza attraverso lo scopo, il fine, che evita la disperazione totale dello spirito, il cedimento del corpo stesso anche se provato dall’umiliazione e dall’atroce dolore.
 Frankl uscì dall’inferno con una forte determinazione alla testimonianza e alla sperimentazione di tale terapia, per far emergere, dal dolore, la vita, la sua bellezza. Il lascito della Logoterapia è, quindi, legato alla sperimentazione del senso, del valore, del ricominciamento, dalla uscita dalla tabula rasa, che può divenire il nostro essere nel mondo come compito.   
Terzo Esempio che ho proposto è l’altrettanta straordinaria testimonianza di Eva Mozes Kor, ancora vivente, nata nel 1934, che ha affidato le sue memorie e la sua esperienza alla scoperta, dopo aver sperimentato l’odio e il rancore, comprensibilissimi, visto che ebbe per aguzzino il terribile dottor Mengele e i suoi demoniaci e crudeli esperimenti medici e biologici, fino a giungere al Perdono.     
Nel volume “Ad Auschwitz ho imparato il perdono. Una storia di liberazione”, edito in Italia da Sperling e Kupfer, Eva affronta il non facile percorso, definito appunto di liberazione,  che l’ha condotta a perdonare i suoi aguzzini, a conciliarsi pubblicamente e sinceramente donarsi, per testimoniare al mondo che non è l’odio a poter governare i cuori e le azioni degli uomini buoni.
Ella ha fondato un museo, ma soprattutto ha messo in pratica, con le parole e l’esempio vivo, e soprattutto con una educazione dell’anima che trova forza di credere e agire perdonando.
Brevemente, come ci è stato possibile illustrare, queste tre Anime vive ci consegnano l’altro volto di protagonisti che hanno sublimato il loro sacrificio per il bene del prossimo.
 Nel famoso dialogo epistolare fra Einstein e Freud quest’ultimo, alla vigilia della guerra, dichiarava - non senza realismo -  che la natura intrinseca dell’uomo era portata alla violenza, alle dinamiche del potere, alla sopraffazione dell’altro, al male e all’usura che è sfruttamento del prossimo, e che poche erano le possibilità - una è l’educazione, non l’istruzione o la tecnica dell’apprendimento - per tentare di superare guerre e pulsioni di morte tra soggetti, popoli e Stati diversi. La storia, pur preservandoci da catastrofi globali inclusa la bomba atomica sul Giappone, ci ha insegnato che il traguardo della pace vera non è vicinissimo. Restano i testimoni di pace, di valori, di amore, le fiaccole vive della giustizia, silenziosi operatori di bene sull’egemonia dell’amoralità, della delazione, della corruzione.     
Aveva, quindi, ragione Primo Levi a dire: Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare. Le coscienze possono nuovamente essere sedotte e oscurate. Anche le nostre”.
Resta chiaro il punto che non si possono e non si debbano far “graduatorie” fra un male relativo e un male assoluto. Il male, comunque e dovunque  sotto qualunque bandiera o ideologia perversa si manifesta, resta male, può agire subdolamente, attraverso occulte potenze.
Dono, senso e perdono sono antidoti da preservare e affermare, perché insieme alla tragedia e all’empietà, c’è anche una profonda banalità, una superficialità, una indifferenza che connotano le catene del male e del materiale dalle quali liberarsi.
 E, tuttavia, resta il riscatto della scelta, quel libero arbitrio che può farci salvare o naufragare.    
Dipende, anzitutto, da ognuno di noi, per credere e combattere.   

Potrebbero interessarti

Articoli più letti

Questo sito utilizza Cookies necesari per il corretto funzionamento. Continuando la navigazione viene consentito il loro utilizzo.