“L’arte greco-buddhista del Gandhāra” di Carla Amirante

Nell’antico regno di Gandhāra, corrispondente oggi alle regioni del Pakistan settentrionale e dell'Afghanistan orientale, si sviluppò un’arte dallo stile particolare che ebbe il suo inizio  tra gli ultimi decenni del I sec. a.C., proseguì fino al IV-V sec. d.C., per poi sparire tra il VII-VIII sec. d.C.
  L'arte di questo periodo, così particolare, è stata il risultato di un sincretismo tra più componenti artistiche, indiane, iraniche ed ellenistiche e soprattutto quest'ultima componente ha attirato l’attenzione degli studiosi, soprattutto tra quelli europei, che volevano comprendere come un'arte così "greca" si fosse potuta sviluppare in una regione tanto lontana e avesse potuto condizionare la cultura orientale. A lungo esperti occidentali e orientali si sono confrontati sull'origine dell'arte del Gandhāra e in particolare del predominio su di essa di questo influsso artistico, prendendo come riferimento l'immagine antropomorfa del Buddha. Non a caso questa arte fu definita inizialmente arte greco-buddhista, arte romano-buddhista o arte greco-romano-buddhista, definizioni  coniate da studiosi europei e americani, interessati solo a questa componente.
 
  L'arte greco-buddhista è il risultato del sincretismo tra la cultura dell'antica Grecia e il buddhismo; per circa mille anni, nell’Asia centrale, essa si  è sviluppata a partire dalle conquiste di Alessandro Magno nel IV secolo a.C. fino all'espansione islamica del subcontinente indiano iniziata nel VII secolo. In questa forma artistica molto accentuati sono il senso di realismo idealistico e l'espressione sensuale, elementi che provengono direttamente dall'arte ellenistica. Questo stile artistico nasce nel periodo ellenistico, con il regno greco-battriano (250-130 a.C.), che comprendeva l'attuale Afghanistan, e quando i Greci invasero l'India, si affermò nel regno indo-greco (180-10 a.C.) dando vita ad una fusione tra elementi ellenistici e buddhisti, anche per la benevolenza dei sovrani greci nei confronti della spiritualità buddhista. Sconfitti i Greci nel I sec. d.C., l’arte del Gandāra continuò la sua diffusione nell'impero Kusana che, governando, al suo apice, su Tagikistan, Afghanistan, parte dell'Asia centrale, Indostan, fino alla valle del Gange, le permise di influenzare anche le forme artistiche cinesi, coreane e in minore misura quelle giapponesi.
Le prime rappresentazioni del Buddha in forma umana hanno contribuito a definire il canone artistico di quel periodo e in particolare di quello scultoreo, diffusosi in seguito in tutto il continente asiatico fino all'età contemporanea e rappresentante uno dei maggior esempi di cultura sincretica nata dalla commistione delle tradizioni orientali ed occidentali
La prima immagine conosciuta di Buddha, viene dal "reliquiario Bimaran", rinvenuta sotto le monete del re indo-scita Azes II e forse risalenti ad Azes I, indicando così una data tra il 30 al 10 a.C.. Tale datazione, per lo stile ellenistico dell’opera e per l'atteggiamento del Buddha, vestito con l’himation, un telo, e in posizione verticale, farebbe pensare ad un lavoro indo-greco, utilizzato nelle dediche dagli indo-sciti subito dopo la fine del regno indo-greco nella zona di Gandhāra. Il manufatto mostra già una sofisticata iconografia nella quale sono raffigurati anche le divinità di Brahma e Sakra come assistenti del Bodhisattva, inoltre lo stile avanzato suggerisce l'esistenza di sue rappresentazioni molto precedenti risalenti al periodo indo-greco, come già asserito dall’archeologo e indianista Alfred Foucher (1865-192  ed altri.
  Le immagini del Buddha, nell’arte buddhista più antica, erano del tutto assenti e le uniche forme di rappresentazione erano date da l'albero Bodhi, simbolo d‘illuminazione e risveglio interiore, dalla ruota, da impronte e soprattutto dagli stupa, monumenti caratteristici del Buddismo che al loro interno custodivano reliquie sacre. Con l’arte del Gandāra, ispirata al nuovo canone estetico ellenistico, invece viene data un immagine antropomorfa del Buddha, si descrive in modo visivo la sua vita, lo si rappresenta come un re greco e si raggiunge un altissimo livello di sofisticazione scultorea che mostra tanti elementi stilistici di influenza greca. Proprio per il senso estetico e realistico greco la figura diviene meno piatta, posta in posizione verticale, l’anatomia è più precisa, compare l'himation, la veste ondeggiante che copre le spalle, è presente il nimbo, i capelli ricci stilizzati sono raccolti sul capo con un nodo come nell'Apollo del Belvedere (330 a.C.), il volto ha un’espressione composta. In alcuni Buddha i piedi sono scolpiti con la tecnica greca che, insieme alle mani, li eseguiva in marmo per aumentare l'effetto realistico, mentre lasciava il resto del corpo realizzato con altro materiale.
  Gli edifici in cui la statua è incorporata, sono costruiti secondo lo stile greco con il capitello indo-corinzio a volute decorative di tipo greco e con intorno un pantheon frammisto di divinità induiste, come Indra, e greche, tra cui Atlante, Eracle e Borea. Atlante nello specifico viene coinvolto come elemento di sostegno negli elementi architettonici buddhisti; Eracle, rappresentato in piedi col braccio appoggiato alla clava, è interpretato come Vajrapāṇi, protettore e guida del Buddha; Borea il dio dei venti dà vita al dio del vento giapponese Fūjin proprio per linflusso di questa forma d’arte; la divinità materna Hārītī si rifà alla dea Tiche, che in età ellenistica assunse grande importanza come forza misteriosa che guida gli eventi. In particolare sotto l'impero Kusana, la veste del bodhisattva è rifinita con numerosi e ricchi ornamenti principeschi, sempre in uno stile greco-buddhista molto realistico; nel buddhismo Mahayana, la divinità del Buddha è raffigurata sotto le sembianze e i tratti dei reali della dinastia Kushan e completata con i loro accessori.
  Tra i motivi più popolari dell'arte greco-buddhista ci sono gli amorini alati o Eroti, che volano in coppia e tengono tra le mani ricche ghirlande, simbolo per i Greci di vittoria e regalità del Buddha e talora decorate con frutta: è questo un motivo molto popolare nell'arte del Gandhāra, che direttamente si ispira all'arte greca e che, come unica concessione all’arte indiana indigena, lascia le cavigliere ai piedi degli amorini. Ma non è certo se questi putti, noti come Apsaras, gli spiriti femminili delle nubi e delle acque delle mitologie indù e buddista, anche molto presenti nell'arte dell’Asia orientale, derivino direttamente dalla rappresentazione greco-buddhista o da una loro origine indiana autoctona.
  Troviamo ancora nella scultura del Gandhāra alcuni fregi che rappresentano gruppi di donatori o devoti, molto interessanti perché rivelano l'identità culturale di coloro che hanno partecipato al culto buddhista di quel tempo. Alcuni di questi gruppi, spesso descritti come "rilievi Buner", risalenti solitamente al I secolo d.C., raffigurano personaggi greci in perfetto stile ellenistico, sia nella postura sia nell'esecuzione dell'aspetto e dei capi di abbigliamento indossati (il chitone greco e l'himation).
  Anche le divinità di animali fantastici, come tritoni, centauri ed altri mostri marini, come Ketos, propri della tradizione ellenica, sono state utilizzate come elementi decorativi all'interno dei templi buddhisti, quali fregi nelle scale o di fronte agli altari. L'origine di questi motivi è presente sia nella Grecia del V secolo a.C. che negli antichi bassorilievi dell'antico Egitto e poi, ritrovati nei disegni di vassoi greco-battriani, ha suggerito l’ipotesi che potrebbero essere arrivati in Battria al seguito di Alessandro Magno e del suo esercito e da qui poi finiti in India. Gli animali fantastici marini avrebbero avuto il compito, nei primi secoli dell'era buddhista, di portare le anime dei morti verso un paradiso posto al di là delle grandi distese acquee; tali motivi successivamente sono stati adottati nell'arte indiana, influenzando così la raffigurazione del mitologico Makara, il mostro marino vahana che era la cavalcatura del dio Varuna.

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