“Intervista a Federico Castelluccio” di Mario Cicerone

Prima di entrare nel suo laboratorio, una frase mi risuona in mente: si tratta di un motto che ripeteva sempre un vecchio artigiano siciliano. Questo motto suona più o meno così: ogni arte c’havi un segreto suo. Ogni arte ha un suo segreto. Mi chiedo quale sia il segreto dell’arte di Federico Castelluccio, liutaio palermitano. Giovane, anzi giovanissimo. Lo ascolti parlare e subito percepisci l’entusiasmo che filtra dai suoi gesti, dalle sue parole. E poi dal suo sguardo, guizzante e incisivo, che rivela in controluce il seme sbocciato di una passione talmente forte che, anche mentre parla, Federico sembra intagliare pensieri nell’aria, come fa con i suoi violini.
Mentre l’ascolto, nella mia testa irrompe un altro vecchio motto: “Niente di grande si fa senza una passione”. E lentamente mi convinco che quest’antico adagio possa andar bene per introdurre la storia di Federico. Ovvero la storia di una passione, la sua, densa e consapevole, custodita nella maturità giovane di chi sa già che cosa fare del suo futuro prossimo. E della sua vita.
“Ho sempre respirato aria d’artigianato, in famiglia”, mi spiega Federico. “Mio nonno paterno e mio padre erano fabbri, mio nonno materno invece falegname. Ma io ho una predilezione per il legno, in virtù della sua plasticità. Il legno è più plastico del ferro. Ed è proprio la plasticità del legno che mi ha sempre incuriosito. Da bambino, vedevo mio nonno materno utilizzare il legno per realizzare mobili dalla forma squadrata, e mi piaceva guardarlo. Poi ho conosciuto intagliatori e tornieri che cambiavano totalmente forma ad un blocco di legno, trasformandolo in qualcosa di nuovo, ad esempio un pupo. Allora la mia curiosità nei confronti del legno è cresciuta ancora di più. Rimanevo in bottega di proposito, per guardare come il legno potesse essere lavorato. E potesse diventare qualcosa di nuovo, dando forma alla sua plasticità”.
Ma è quando pronuncia una parola che Federico si accende: violino. È una parola che, quando Federico la pronuncia, qualcosa nel suo sguardo guizza e si muove: è forse il riverbero di una passione, la sua, che si fonde in un sentimento profondo, un atto di consenso pieno e consapevole verso quell’oggetto di legno che per lui è molto di più: è chimica, fisica, fatica; mestiere, forma, vita. Violino: come se questa parola fosse l’inizio di un mondo interiore, quello di Federico. E della sua storia, intagliata nella tenacia di chi ha preso una decisione. E vuole darsi un’opportunità.
“Mio nonno materno non voleva che mi avvicinassi al legno, ma io decisi di provarci – mi spiega Federico. Qui il suo sguardo si accende. “Volevo costruire un violino. Così, all’ insaputa di mio nonno, presi un pezzo di legno e qualche attrezzo. E cominciai a scolpire un riccio”.
Un riccio – mi spiega Federico – è la parte aggrovigliata del violino; quella circonvoluta, arricciata (è proprio il caso di dirlo) tanto per intenderci. Gli chiedo perché avesse cominciato proprio da lì, dal riccio. “Un giorno mi trovavo su Internet – mi spiega – e mi sono imbattuto in un documento, realizzato da un famoso liutaio, che mostrava come costruire un violino intero. La parte più dettagliata del documento era proprio quella relativa al riccio: vidi che veniva disegnato, sagomato. E poi saliva fino ad arrivare all’apice, alla chiocciola. Così ho deciso di darmi un’opportunità. Presi un pezzo di legno e, quando mio nonno non c’era, cominciai a lavorarlo. Fino a costruire un vero e proprio riccio”.
 
 
Dopo aver realizzato altri ricci da solo, Federico decide di fare un altro passo: costruire un violino per intero. “Avevo cominciato una prima bozza di violino, fatta di tante parti separate. Ad ogni piccola parte costruita, mettevo su Facebook le foto del mio lavoro. Un giorno, dopo aver visto queste foto, mi contatta un liutaio di Marsala, Ettore Belfiore, e mi fa notare che stavo costruendo il violino in modo sbagliato. Senza che gli avessi chiesto qualcosa, Ettore mi aiutò a capire gli errori che stavo facendo. E mi mostrò che cosa dovessi fare. Gli sono grato. Tant’è che, quando terminai la costruzione del mio primo violino, ho voluto che fosse proprio Ettore a montarlo. Non potrò mai dimenticare il momento in cui ho sentito suonare il primo violino che avevo costruito. Tra l’altro, l’ho suonato proprio io (Federico è anche violinista). Fu un’emozione grandissima”.
Da quel momento in poi, Federico non si ferma. Vuole fare un altro violino, ancora più bello del primo. Ed è tutto un lavoro di dettagli, di particolari, di perfezionismo giovane e capace.
“Sono passato alla cura dei dettagli: alla punta, all’occhiello della f, alla f in sé”, racconta Federico. “La passione cresceva. E ho capito che di quel lavoro volevo farne non solo un mero passatempo, ma un vero e proprio mestiere”.
Così, non soddisfatto del suo modo di intendere la liuteria, in Federico cresce il bisogno di un maestro. “Da autodidatta puoi riuscire a capire le regole generali, ma diventa difficile comprendere e approfondire il processo di costruzione di un violino. Mi resi conto di avere bisogno di un maestro. L’ho cercato per qualche anno, invano. Fino a quando, inaspettatamente, mi ha contattato un liutaio, Alessio Pampalone, per chiedermi di fargli vedere i miei strumenti. Dopo averli visti, Alessio mi confessò che si rivedeva in me, quando anche lui, da giovane, aveva cominciato a costruire violini. Gli chiesi se potessi entrare nella sua bottega, e lui mi rispose di sì. All’inizio non volevo crederci, ma era successo: dopo qualche anno dal mio primo violino, finalmente avevo un maestro. E non vedevo l’ora di mettermi alla prova”.
 
 
Sotto la guida del suo maestro, Federico comincia a lavorare. In quei giorni, esce anche il bando di un importante concorso di liuteria. Federico decide di parteciparvi, e dedica i suoi giorni alla costruzione di un violino da presentare al concorso. Non solo il suo violino riceve prestigiosi apprezzamenti, ma vince anche un importante riconoscimento, il premio Dell’Ongaro. “Per me, - aggiunge Federico - il più giovane, è stato un onore vincere un premio tanto prestigioso. Ed è stato incredibile concorrere con diversi liutai con tanta esperienza alle spalle”.
Il concorso introduce Federico in un contesto internazionale, permettendogli di gareggiare con liutai di tutto il mondo e di confrontarsi così con veri e propri maestri della liuteria. Tra i giudici del concorso, Federico tiene molto a ricordarne uno: Luca Primon. “Voglio menzionarlo – sottolinea Federico. “Mi sono affezionato molto a lui, Luca Primon, maestro trentino. Così disponibile nei miei confronti da dedicarmi delle ore per darmi dei consigli. Una persona eccezionale, uno dei più grandi liutai d’Italia. Purtroppo è scomparso qualche mese fa. Non dimenticherò mai il tempo che mi ha dedicato”.
Un altro incontro che orienta la storia di Federico è quello con Uto Ughi, violinista fra i più grandi del nostro tempo. Dopo il concorso, mai Federico si sarebbe aspettato di confrontarsi con Uto Ughi. Tant’è che, quando il maestro lo chiamò telefonicamente per la prima volta, Federico credeva fosse uno scherzo. E gli rispose: “Se lei è il maestro Uto Ughi, io sono Aladino!”. Invece era proprio lui, il maestro Ughi. E chiedeva di parlare proprio con il liutaio Federico Castelluccio. “Il maestro Ughi mi disse di avere avuto il mio numero da Elizabeth Norberg-Schulz, una persona eccezionale, nonché importantissimo soprano che ho avuto la fortuna di conoscere durante una Master’s Class a cui avevo preso parte. Uto Ughi mi disse che Elizabeth Norberg-Schulz gli aveva parlato molto bene di me. E, dal momento che sarebbe stato a Palermo, gli avrebbe fatto piacere incontrarmi”.
 
 
Quando Federico incontra Uto Ughi, non avrebbe mai immaginato che si sarebbe trovato fra le mani il violino del maestro. E non un violino qualsiasi, ma un Guarneri del Gesù del 1744. Tanto per intenderci: è come se Roger Federer vi mettesse in mano la propria racchetta. E vi chiedesse di ripararla. “Ho tenuto in mano uno strumento del 1744, appartenuto tra l’altro ad un grandissimo violinista del secolo scorso, Arthur Grumieaux. Il maestro Ughi mi chiese di dargli un’occhiata. E mi coinvolse anche nello studio del suo strumento, chiedendo il mio parere. Arrivato in bottega in compagnia del violino del maestro Ughi, le mie mani tremavano”.
Da allora in poi, è stato un crescendo di contatti, messaggi, commenti. “Di quei giorni – aggiunge Federico – tengo a ricordare l’incontro con Ciro Lomonte. A lui mi sono subito affezionato, e tengo molto a menzionarlo. Dopo avermi contattato per farmi i complimenti, mi ha permesso di esporre i miei strumenti ad una mostra, nella quale ho anche lavorato. Ciro mi ha aiutato, e per me continua ad essere un punto di riferimento. Gli sono grato”.
Adesso Federico sta per finire la scuola, il Liceo Musicale, istituto che Federico ha scelto per la sua passione per il violino, prima ancora che nella sua vita irrompesse la vocazione per la liuteria. “Il Liceo Musicale mi ha permesso di proiettarmi in un’ottica professionale. Mi ha anche consentito di avere già un confronto con tanti musicisti di livelli diversi: dallo studente che sta cercando di capire come funziona uno strumento a quello che ne ha già padronanza. Inoltre mi ha aiutato ad entrare in contatto con diversi generi musicali, di repertorio. Per un musicista, il Liceo Musicale è un’ottima occasione per avviare la propria carriera e per cominciare a formarsi, secondo l’indirizzo musicale che sente più congeniale”.
Federico si diplomerà con una tesina (nemmeno a dirsi) sulla liuteria, che spiega così: “Per quanto riguarda la storia della musica, parlerò della prassi esecutiva degli strumenti: approfondirò le modalità con cui tali strumenti sono cambiati a cura dei grandi maestri liutai, in base alle nuove necessità tecnico-acustiche e di prassi esecutiva. Per quanto riguarda la fisica acustica, invece, mostrerò in che modo un violino possa suonare. E mi soffermerò sulle modalità con cui le varie parti di un violino interagiscono fra di loro. In particolare, mi dedicherò ad una parte ben precisa del violino: l’anima. Si tratta di un bastoncino di legno di cui spiegherò il ruolo e l’importanza: senza l’anima, infatti, un violino non potrebbe suonare”.
 
 
Terminato il Liceo, Federico andrà a Cremona, la patria internazionale della liuteria, la città di Stradivari; studierà alla Scuola Internazionale di Liuteria, confidando in una borsa di studio erogata dalla Fondazione Cologni, istituzione privata non profit che si propone l’obiettivo di valorizzare nuovi maestri d’arte. Garante del percorso di studi di Federico sarà la Monreale School of Arts & Crafts, scuola di Arti e Mestieri promossa dall’associazione Magistri Maragmae. Dato che Federico non poteva richiedere direttamente la borsa di studio, Ciro Lomonte, presidente di Magistri Maragmae, si è proposto di presentarlo come talento emergente. E si occuperà delle procedure per richiedere la borsa di studio finanziata dalla Fondazione Cologni.
Nel frattempo, Federico sta anche organizzando un evento (ingresso gratuito) che si terrà a Palermo, alla fine dell’anno. E che si propone di rivalutare uno strumento a lui molto caro: la viola da gamba. “Si tratta di uno strumento barocco che ha bisogno di una rivalutazione complessiva. Personalmente, è il mio strumento preferito – confessa Federico. “Mi sono innamorato della sua forma, del potere virtuosistico che incorpora e riassume. E poi del suono, caldo ed armonico, quello che più somiglia alla voce umana. Insieme a Daniele Ficola, musicologo e storico dell’organologia, sto organizzando un evento di rivalutazione e rivalorizzazione degli strumenti barocchi. Ed in particolare della viola da gamba”.
Federico parla di un oggetto, la viola da gamba. Ma in realtà è come se parlasse di una persona, di una confidente, di un’amica che ancora non è stata apprezzata in modo corretto, per quello che vale davvero; parla di voce, timbro, carattere; forma, aspetto, personalità. E poi aggiunge: “La viola da gamba ha un suono così coinvolgente che, secondo me, se venisse fatto uno studio a proposito, si scoprirebbe che le vibrazioni prodotte da essa sono fra quelle che innescano più stimoli neurofisiologici all’interno del cervello. È un suono che riempie, colma i vuoti dello spazio e dell’anima”.
 
 
Dopo questa piccola digressione, Federico torna a parlare dell’evento in programma a Palermo, alla fine dell’anno: “Ci tengo molto. La preparazione dell’evento si sta evolvendo in modo positivo. Ho invitato un concert di viole da gamba, del Conservatorio di Vicenza: tutti ragazzi davvero capaci. Inoltre sarà organizzata una conferenza a cui chiunque, specialista e non, potrà partecipare per approfondire le proprie conoscenze e risolvere le proprie curiosità. Non sarà una conferenza noiosa e distaccata, ma interattiva e coinvolgente. E sarà davvero aperta a tutti, anche ai bambini. Sarà fatta una correlazione tra gli strumenti barocchi e quelli moderni. Inoltre abbiamo in programma di approfondire la tradizione della musica barocca che ha caratterizzato proprio Palermo; una tradizione fortissima, che però è stata progressivamente abbandonata. Eppure negli archivi siciliani si continuano a scoprire musiche inedite, in cui è presente soltanto la linea melodica, ma non lo strumento. Questa è una caratteristica della composizione del Cinquecento, in cui spesso non viene specificato lo strumento; era discrezione del musicista, in base al suo sentire, scegliere con quale strumento interpretare una certa linea melodica. In aggiunta, l’evento sarà anche un modo per approfondire la tradizione liutaria siciliana: anch’essa una tradizione poco conosciuta, ma davvero densa e forte”.
A tal proposito, chiedo a Federico di soffermarsi sulla Sicilia. E di descrivermi lo stato dell’artigianato d’eccellenza siciliano. “Molte persone apprezzano l’artigianato. Però noto che si tratta di un ambiente che segna una partecipazione inferiore ad altre città italiane. In Sicilia ci sono buone risorse, bravi artigiani ed espositori. E c’è anche un pubblico interessato. Ma è sempre lo stesso pubblico. La Sicilia è sicuramente una meta turistica, e può capitare che qualcuno s’imbatta in eventi come un concerto o una mostra. Ma è qualcosa di sporadico e, a volte, anche casuale. Mi spiego meglio: ad esempio, chi, da Roma o da Milano, sa che a Palermo c’è una mostra, è difficile che vi partecipi. Mentre se una mostra è a Roma o a Milano, registrerà molta più affluenza. È come se ci fosse un pubblico diverso: in Sicilia è più o meno sempre lo stesso; in altre città d’Italia cambia, e attira gente da più parti del mondo; gente che magari non ti conosce ed è interessata ad approfondire i tuoi lavori. Questo incrementa le possibilità di essere valorizzato. E di crescere, grazie al confronto con altre persone.
Secondo me – continua Federico –, per cercare di valorizzare meglio l’artigianato in Sicilia, bisognerebbe puntare sulle novità. E cercare di andare oltre gli eventi tradizionali, proponendo qualcosa di nuovo, che incuriosisca e coinvolga gente di tutte l’età, inclusi i bambini. Magari cercando di organizzare mostre interattive, eventi in cui, accanto alla classica esposizione, vengano proposti percorsi che mostrino dal vivo come si realizza un prodotto, il lavoro che c’è dietro. E in cui persone competenti sappiano rispondere alle curiosità di chiunque, italiano e non”.
Le parole di Federico sulla marginalità dell’artigianato d’eccellenza siciliano rivisitano il solito mantra, la popolare e frequente idea-fatto che spesso molti siciliani, quando parlano della loro terra, ripetono come un ritornello: le risorse ci sono, ma non si riescono a valorizzare pienamente. Si tratta di un ritornello trasversale, in Sicilia, di cui si fa spesso uso e abuso. Ma che forse, come non sempre capita a quelle idee-fatti che permeano le coscienze, nasconde il ritratto di una terra, la Sicilia, scolpita nella contraddizione del suo esistere: ricca e povera, flessuosa e spigolosa, brillante e ombrosa, riflessa nella debordanza dei suoi paradossi come il riverbero del suo sole sulle onde del suo mare, che da anni custodiscono fra le pieghe salate del proprio andirivieni le traiettorie altalenanti di quest’isola curiosa e polivalente, spesso meravigliosa nel doppio senso con cui quest’aggettivo è usato nel primo stasimo dell’Antigone.
 
 
Terra capace di molte cose, belle e brutte allo stesso tempo, in cui si avviluppano terra e mare, gorghi e rocce, risorse e sprechi; una terra che molti continuano a lasciare, ma che difficilmente lascia chi l’abbandona, come il rumore del mare non abbandona una conchiglia; una terra che fa della propria diversità cruccio e vanto, capace di arriminari mito e sofismi, comico e tragico, di sobbalzare in invenzioni degne di un eureka e insieme svilirsi nella sordida convinzione (fondata?) che tutto cambi perché nulla cambi, quindi tanto vale fare niente, e abbarbicarsi alla propria indifferenza.
Ma è forse proprio tale indifferenza il tarlo di ogni reale presa di coscienza, e insieme di ogni piccolo cambiamento; indifferenza che si nutre di pregiudizi e stereotipi che, come spesso capita, deformano la fondatezza di ogni cognizione; indifferenza che logora e infiacchisce, mutila in principio ogni accenno di cambiamento. E di presa di posizione contraria alla convinzione latente, sparsa e diffusa, che in Sicilia le cattive abitudini siano una patologia a cui passivamente arrendersi, come se non ci fosse antidoto; e, per tale motivo, non resti alternativa alcuna che rassegnarsi alla propria indifferenza. Ma è nel bozzolo di tale indifferenza che gli stereotipi si consolidano con più facilità; stereotipi come quello che in Sicilia le cattive abitudini siano patologiche, quando forse la patologia è proprio tale pregiudizio. E l’indifferenza in cui esso prospera, che è come la Medusa del mito: acceca e pietrifica, folgora e irrigidisce, colpisce e immobilizza. E forse uno dei modi per sfuggirle è fare come Perseo: sobbalzare nella leggerezza di un sogno, di un’idea o di un ideale, e non lasciarsi pietrificare in quell’immobilismo che spesso porta a pensare che tanto non cambia niente, anche se ci si prova. E poi tentare davvero di cambiare qualcosa, perché in Sicilia le speranze non possono sempre trasformarsi in alibi. E avere il coraggio di credere in questa terra, nella sua cultura, nelle sue tradizioni. Nella sua bellezza polivalente e ricca. E nelle sue risorse, presenti e future. Come il talento di Federico. E come il segreto della sua arte.
Allora mi tornano in mente le parole che mi risuonavano in testa quando ero arrivato al laboratorio di Federico. Ogni arte c’havi un segreto suo. Dedico l’ultima parte dell’intervista per approfondire il segreto della sua arte; arte giovane e consapevole, come lui. E decido di farlo strutturando l’ultima parte dell’intervista quasi come fosse un pezzo musicale: sviluppando due temi, e cercando di dispiegarli. A parole, non in note.
Non scelgo i temi a caso, ma li colgo da ciò Federico mi dice. Quando gli chiedo di spiegarmi in che modo lavora, Federico mi mostra gli strumenti, le bozze, il legno. Ma prima di ogni altra cosa mi parla di pensiero.
 
 
Questo è il primo tema che accolgo, e che decido di approfondire insieme a lui: il pensiero che sta dietro la sua arte. “La liuteria è un’arte che sfrutta tantissimo il pensiero. Il violino è un insieme di forme geometriche”. Federico si alza e prende in mano un violino: “Si prenda ad esempio la punta di un violino: essa è la conseguenza di questa curva, di quest’altra curva, della f e del riccio – dice seguendo con le dita le forme del violino. “Tutto dev’essere armonico. E questa sorta di imperativo mi obbliga a pensare armonicamente: ad esempio, l’ampiezza di questa punta non deve superare la larghezza dalla fine all’estremità di questo filetto, che altro non è che un intarsio di legno. Inoltre il baffo, ovvero questo prolungamento nero, dev’essere proporzionato rispetto all’inizio della punta. Oppure lo smusso: dev’essere concorde nell’idea e nella progettazione, ovvero nel pensiero, al bordo. Proporzionare le f alla larghezza del centro della cassa, l’ampiezza degli occhielli, il loro spessore: tutto è collegato”.
Federico tiene in mano il suo violino. E ne ripercorre la struttura, l’anatomia, la geometria: parla di cerchi, intersezioni, curve; piano armonico, catena, anima. E di pensiero, ancora: ovvero di quell’armonia di rapporti che fa di un violino non una sommatoria di elementi indipendenti fra loro, ma un intero di parti che partecipano l’un con l’altra in un’interconnessione di relazioni algebriche, geometriche, fisiche; la trasgressione di queste relazioni, la diserzione del pensiero che sta dietro l’arte liutaria, produrrebbe un violino sconnesso nella sua composizione intrinseca, schizofrenico nel suono che produce; una sorta di artefatto privo di quella coerenza armonicamente vincolata che ne fa un buon violino.
Quindi dietro ogni violino c’è un’idea. O un pensiero, come dice Federico. Ed è il pensiero armonicamente vincolato che porta all’intagliatura di un violino con una determinata personalità. Perché, come assicura Federico, nessun violino sarà mai uguale ad un altro: ogni singolo violino ha una sua personalità, una sua corporatura, una sua voce. E sono tutte qualità che ne fanno qualcosa di unico, mai riproducibile fino in fondo.
“Ogni strumento – afferma Federico – ha un proprio carattere, una propria personalità. Due violini possono persino essere fatti di legno dello stesso ceppo, ma non suoneranno in modo uguale. E te ne accorgi sin da subito, dalla prima volta che li pizzichi, dalla prima volta che emettono un suono; dal loro primo vagito”.
Ecco affiorare il secondo tema: Federico parla di violini come fossero persone. E li descrive come fossero suoi figli. Gli chiedo se sia capace di distinguerli solo sentendoli suonare; se sia capace di riconoscerli soltanto ascoltando la loro voce. Lui mi risponde d’istinto: “Come una mamma con due gemelli saprebbe riconoscerli sempre, io che passo ore ed ore sopra uno strumento, e so come ho fatto un certo smussetto, una determinata punta, oppure ancora una pennellata realizzata in un modo ben preciso, sarei capace di accorgermi di un mio violino fra mille altri. E di riconoscerlo. Si crea una sorta di legame affettivo fra me ed un mio violino. Ne impari a conoscere la personalità, il corpo. Oppure lo sguardo”.
 
 
Federico riprende in mano un violino e mi spiega meglio: “Quando faccio un violino, per me è come se avesse un volto. E ne riconosco la fisionomia che si dispiega nel ponticello, nel baffetto, nelle f. E infine il carattere, la personalità che imparo a conoscere lentamente, già prima che il violino possa suonare. Mi affeziono a tal punto ad un violino che, una volta finito, mi piacerebbe restasse con me. Ma so anche che questo non è possibile. Tuttavia, se un musicista mi chiedesse di adottarlo, mi assicurerei che vada in buone mani; mani premurose, che sappiano prendersi cura di esso. E raccomanderei il musicista di occuparsi dello strumento, della sua salute; di non trascurarlo”.
Gli chiedo che cosa augura ai suoi violini. “È un onore quando un professionista li prova. E sarebbe bellissimo se, un giorno, decidesse di adottarne uno. Ma la cosa più bella che auguro ai miei violini è questa: che vengano adottati da giovani musicisti in formazione; studenti, che magari possano crescere con il violino stesso. E maturare con esso, insieme”.
Chiunque voglia mettersi in contatto con Federico, può farlo sia su Facebook (la pagina è: Federico Castelluccio – liutaio) sia su Instagram (cercando: federico_castelluccio_liuteria): sulle sue pagine, Federico pubblica le foto del suo lavoro. E risponde anche alle curiosità di chiunque voglia scrivergli.
L’intervista è finita. Saluto Federico, ma lui continua ad intagliare pensieri nell’aria. Mi dice che il lavoro forma, entra dentro, modella di riflesso chi lo compie. È un fare che ti fa. E ti cambia. Allora mi convinco che se l’arte di Federico ha un segreto, tale è destinato a rimanere: un segreto.
Ed è un segreto che contraddistingue la sua arte, e di riflesso anche la sua persona. Un segreto che magari cambierà con lui, nel corso della sua carriera. E si evolverà in modo dinamico, come matura una personalità. O come matura un violino.
Ma una cosa forse possiamo dirla: che si tratta di un segreto racchiuso nel bozzolo di una passione forte, densa e spessa, ancorata a sua volta alla casualità degli incontri che la giovane vita di Federico l’hanno orientata: gli incontri con il lavoro dei propri familiari, con il legno, con il violino; e ancora, con il suo primo maestro, con Luca Primon, con Elizabeth Norberg-Schulz, con Ciro Lomonte, con Uto Ughi. Ma è un segreto, quello di Federico, ancorato anche al talento, senza il quale una passione è come una nave senza timone.
 
 
Ma ecco: pensate se questi incontri non fossero mai avvenuti; immaginate se Federico non avesse avuto la tenacia di darsi un’opportunità, o magari avesse travisato sé stesso. Forse quest’intervista non sarebbe mai stata scritta. E forse Federico starebbe facendo altro, o magari sarebbe una persona diversa. Ma sicuramente il mondo della liuteria avrebbe perso un grande talento. E magari lui stesso avrebbe perso la possibilità, sua e soltanto sua, di dispiegare le proprie potenzialità in accordo a chi è davvero, e a ciò che di nuovo è chiamato a portare al mondo. È la fragilità di ogni storia personale, ancorata alla casualità e agli incontri che quella determinata storia personale la cambiano: nel bene o nel male.
 
 
Così la storia di Federico induce a riflettere. E a pensare alla felice consapevolezza di chi ha trovato la vocazione di una vita. Ma anche alla tragicità incombente su ogni infelice maturazione personale; su chi, per caso o attraverso l’esercizio della propria libertà, fallisce la verità del proprio conoscersi. E si perde per strada, come un rumore si smarrisce nell’aria.
La fragilità di ogni storia personale induce anche a riflettere sulla cruciale importanza (e la conseguente difficoltà) del lavoro di qualunque educatore, e soprattutto della scuola come luogo in cui covare e ispirare vocazioni; un luogo che non inaridisca nella generalità di programmi da fare tanto per portarli a termine, o nella cultura ridotta a fredda accumulazione nozionistica; ma un luogo in cui, citando Plutarco, gli studenti non siano “vasi da riempire, ma focolari da accendere”; un luogo fondato sull’individualità di ciascuno, ovvero in ciò che fa di ciascuna persona un mondo: unico e diverso da tutti gli altri.
 
 
Come unico e diverso è il carattere di ogni singolo violino, direbbe Federico Castelluccio. Giovane liutaio palermitano dallo sguardo guizzante, che intaglia pensieri nell’aria come fa con le sue creazioni; anzi, le sue creature: vive e vivide, come la sua passione: densa, forte e spessa. E come il suo segreto, perché ogni arte c’havi un segreto suo.
E forse non c’è immagine migliore per racchiudere questo segreto che quella che mi lascio alle spalle quando esco dal suo laboratorio. Una fotografia: metà del volto di Federico sporge, l’altra metà è coperta da un violino. Ed è forse in questa vivida intersezione fra legno ed umano che si manifesta in modo visibile quella fusione fra professione e vocazione che, nella lingua tedesca, trova espressione nella parola Beruf: sintonia concettuale fra mestiere e singolarità personale.
E che rivela e rileva chi è Federico: un ragazzo animato e appassionato, che intaglia pensieri nell’aria come fa con i suoi violini. E che ha fatto di un mestiere la vocazione di una vita giovane e promettente: la sua.
 

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