Ignavi e altre codardie

«Fama di loro il mondo esser non lassa;

misericordia e giustizia li sdegna:

non ragioniam di lor, ma guarda e passa".»

Dante Alighieri, Inferno III, 49-51

 

Non esiste razza umana peggiore dell’ignavo. È il tiepido che viene rigettato, è il servo che ha sotterrato i talenti datigli dal padrone affinché li mettesse a frutto. L’ignavo è più vile del codardo, perché non ha il coraggio d’aver paura e vive non vivendo. La sua è una vita all’ombra del rancore e dell’invidia, del “vorrei ma non oso”, ed un nulla tra una nascita e una morte. Il nome di una persona con tali orrende caratteristiche non è neppure scritto sull’acqua, ma su un refolo di vento, né caldo né freddo e di lui non resta nulla. L’ignavo è il fallito che perde prima di tentare, è colui che sussurra la maldicenza a Re dalle orecchie d’asino, come ognuno può ammirare nel magnifico dipinto di Sandro Botticelli avente per tema la calunnia. Costui non fa, siede malmostoso a rimuginare in sordi borborigmi fatti di “se” e di “ma”, nel proprio inutile pessimismo che di cosmico ha soltanto la noiosa ripetitività. Ignavi sono persino gli Angeli che non si schierano, quella “Corte Scontenta” che non è arcana e macina i propri secoli digrignando i denti. Non esiste via di fuga per l’ignavo, né gioia, né soddisfazione anche momentanea, nessun orgasmo lo soddisfa perché non è in grado di provare piacere e neppure dolore. Non compie il male ma neanche il bene, semplicemente si lascia debosciatamente vivere all’ombra altrui, esce la sera, non oltre il raggio di pochi passi dalla casa perché là fuori ci sono mostri terribili chiamati “vita”. Danno buoni consigli non potendo dare il cattivo esempio, da provinciali a tempo pieno. Lo sperpero del tempo che ci è concesso, senza farne alcunché è un grave peccato, perché il tempo che ci è stato concesso non è illimitato e il suo utilizzo segna il confine tra una vita vissuta e una gettata via in spregio al Cosmo.

Nessuna volontà di andare oltre la collina che esclude l’orizzonte, di navigare il grande fiume Oceano in cerca di una terra di sogno, è l’ignavia l’antitesi di Odisseo e di Giasone, è la negazione di ogni Eroe che parte verso terre sconosciute facendo “ali al folle volo”.

Ma noi siamo vivi, feriti ma vivi e sempre in cerca di una nuova isola dove far naufragio e dalla quale ripartire lasciando indietro sirene e ninfe, e soprattutto l’immortalità della noia. 

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