“Educare alla bellezza: scalata o iniziazione? “di Ciro Lomonte

Ciro Lomonte

Iniziamo dall’epilogo della famosa Ode su un’urna greca di Keats, senza entrare nel merito del rapporto tra classicità e romanticismo in quest’opera.

«Beauty is truth, truth beauty, – that is all

ye know on earth, and all ye need to know».

 

«Bello è vero, vero bello, questo sol

sapete in terra e saper vi basta»[1].

 

È uno splendido invito da rivolgere ai giovani di oggi, attratti dal mondo delle immagini e dei suoni, ma senza un solido orientamento per l’educazione del gusto. La bellezza autentica ha fondamenta su rocce solide.

Il testo è tanto più intrigante oggi in quanto attraversiamo un’epoca contrassegnata dal relativismo. La verità? Che cos’è la verità? La bellezza perde senso, anzi non esiste neppure oggettivamente, al di fuori della visione metafisica, nella quale i trascendentali del vero, del buono, del bello, sono intrinsecamente parte dell’essenza di ogni cosa.

D’altro canto da tempo si è verificato un cortocircuito ancora non riparato tra alcune teorie: la morte dell’arte, la morte di Dio, la morte della speranza (come quando si dice, con Sartre, che l’inferno sono gli altri …). L’arte contemporanea si nutre di queste concezioni, a volte soltanto come titoli di capitoli da approfondire, senza preoccuparsi del loro reale contenuto.

In fondo, ci dicono, l’esaltazione dell’orrido, del blasfemo, del violento, del macabro, non sarebbe giustificata dalle stesse Sacre Scritture? Gli artisti contemporanei hanno un gusto morboso e malizioso per la desacralizzazione della fede cattolica e attingono a piene mani ai testi della Rivelazione. Pensiamo alle impressionanti profezie di Isaia sul Servo di Yahweh, impressionanti per la brutalità dei supplizi descritti e per la precisione con cui si sarebbero avverate sette secoli dopo.

[2] ...

Non ha apparenza né bellezza

per attirare i nostri sguardi,

non splendore per provare in lui diletto.

 

[3] Disprezzato e reietto dagli uomini,

uomo dei dolori che ben conosce il patire,

come uno davanti al quale ci si copre la faccia,

era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.

 

[4] Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,

si è addossato i nostri dolori

e noi lo giudicavamo castigato,

percosso da Dio e umiliato.

 

[5] Egli è stato trafitto per i nostri delitti,

schiacciato per le nostre iniquità.

Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;

per le sue piaghe noi siamo stati guariti.

 

[6] Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,

ognuno di noi seguiva la sua strada;

il Signore fece ricadere su di lui

l’iniquità di noi tutti.

 

[7] Maltrattato, si lasciò umiliare

e non aprì la sua bocca;

era come agnello condotto al macello,

come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,

e non aprì la sua bocca.

 

[8] Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;

chi si affligge per la sua sorte?

Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,

per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte.

 

[9] Gli si diede sepoltura con gli empi,

con il ricco fu il suo tumulo,

sebbene non avesse commesso violenza

né vi fosse inganno nella sua bocca.

 

[10] Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.

Quando offrirà se stesso in espiazione,

vedrà una discendenza, vivrà a lungo,

si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.

 

[11] Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce

e si sazierà della sua conoscenza;

il giusto mio servo giustificherà molti,

egli si addosserà la loro iniquità.

 

[12] Perciò io gli darò in premio le moltitudini,

dei potenti egli farà bottino,

perché ha consegnato se stesso alla morte

ed è stato annoverato fra gli empi,

mentre egli portava il peccato di molti

e intercedeva per i peccatori[2].

 

Com’era in realtà il Messia? Bello o brutto? È un tema che viene trattato per esempio nel libro di Joseph Tschöll, Dio e il bello in Sant’Agostino[3]. È anche un problema dello gnosticismo. Se guardiamo all’uomo della Sindone, vediamo in effetti una creatura imbruttita dagli atroci patimenti subiti. Eppure gli scienziati e gli esperti di animazione ne hanno tratto una messe sterminata di informazioni per ricostruirne la figura com’era prima della condanna alla flagellazione e alla croce. Ne è emerso un uomo bellissimo, alto, ben proporzionato, atletico, di cui Leonardo da Vinci si sarebbe servito volentieri per disegnare la soluzione euritmica vitruviana[4].

Le Scritture non c’entrano niente con l’impasse attuale della creatività. L’arte contemporanea è in crisi profonda, da decenni, per ben altri motivi. Bacon, Basquiat, Rainer, Schwarzkogler, si sono accaniti sul corpo umano, facendolo a pezzi sul lettino di un obitorio. Persa di vista l’anima o fraintesa la sua effettiva natura, hanno cercato nelle lacerazioni della materia e nella mercificazione delle immagini in decomposizione il senso di un’armonia contraddetta dagli orrori del secolo breve[5].

La loro potrebbe forse essere considerata autentica ribellione. Tale non può dirsi quella dei furbi che continuano a lucrare sulla “trasgressione”, che era già, ai tempi della rivoluzione sessuale, molto più conformista di quanto si volesse far credere. Il noto pubblicitario Erminio Perocco sostiene che, per fare uno spot, solo chi è a corto di risorse creative ricorre alle donne nude. Afferma che ai concorsi internazionali di settore queste pubblicità non vengono neppure presentate.

L’unica mostra contemporanea che finora mi sia piaciuta, quindici anni fa, è opera di un artista francese di origini ucraine, Christian Boltanski, che sistemò gli immensi locali del Monte di Pietà S. Rosalia – con le scaffalature di legno superstiti –in modo da far rivivere l’angoscia della gente povera che doveva impegnarsi persino la biancheria intima per sopravvivere[6]. Ma era un’installazione, non era bella di per sé. Suscitava emozioni e faceva interrogare il pubblico sulla storia di un luogo. Non era neppure arte, in senso stretto.

L’arte contemporanea in realtà non è arte e non ha per oggetto la bellezza. È capacità della critica, non del creativo, di dare un significato compiuto alle trovate originali. Solo l’intelletto ne può trarre un qualche godimento, se non altro per la sorpresa momentanea. E solo all’interno di una tribù elitaria, che si compiace delle regole da essa stessa codificate.

Dicevamo che la metafisica riconosce alcuni “trascendentali” dell’essere, qualità inscindibili dalla stessa essenza dell’ente. Giovanni Paolo II ha dedicato un’attenzione specifica ad essi, seguendo il criterio dell’urgenza di affrontare le più gravi patologie del pensiero contemporaneo. Prima ha scritto la Veritatis splendor, enciclica del 6 agosto 1993, sul trascendentale del bene. Poi la Fides et ratio, enciclica del 14 settembre 1998, sul trascendentale del vero. Sul bello ha scritto uno splendido testo nel 1999, la Lettera agli artisti, in cui si legge: «La bellezza è in un certo senso l’espressione visibile del bene, come il bene è la condizione metafisica della bellezza»[7].

Scriveva S. Tommaso d’Aquino: «Il bello e il bene sono nel soggetto la medesima cosa, perché si fondano sulla stessa realtà, cioè sulla forma, e perciò il bene è lodato come bello. Ma essi differiscono concettualmente. Infatti il bene riguarda propriamente il tendere verso: è infatti buono ciò a cui tendono tutte le cose. E così esso dice relazione a un fine, infatti il desiderare è quasi un certo moto verso una cosa. Invece il bello riguarda la facoltà conoscitiva: infatti sono dette belle le cose che, una volta viste, piacciono. Da ciò deriva che il bello consiste in una debita proporzione, perché il senso si diletta nelle cose debitamente proporzionate, come in cose simili a sé; infatti anche del senso vi è una certa armonia, e una capacità conoscitiva del tutto. E poiché la conoscenza avviene per assimilazione e la similitudine riguarda la forma, il bello propriamente riguarda il concetto di causa formale»[8].

Alla percezione del bello concorrono fondamentalmente i sensi e le due facoltà dell’animo umano, l’intelletto e il volere. Nell’atmosfera di pessimismo gnoseologico in cui siamo immersi prevalgono due tipi di approccio. Il primo, quello più di massa, fa leva sulla percezione sensibile. Forse sarebbe meglio dire sensuale. Si tratta di un edonismo materialista ed emotivo. Lo studioso Rodolfo Papa sottolinea la sovraesposizione dei corpi nella luce, sia nella pubblicità che nella pornografia: sono immagini immateriali che galleggiano in una voluttà liquida[9].

L’altro approccio è quello intellettuale, tipico dei circoli artistici elitari, che assecondano i pruriti più cervellotici. Sono forme di spiritualismo gnostico, molto pervasive.

In entrambi i casi manca la pienezza dell’esperienza del bello, in cui sono coinvolti non solo i sensi e la ragione, insieme, ma anche la volontà, la grande assente nei due approcci appena descritti. C’è qualcosa di più profondo, di più stabile, di più coinvolgente, nel bello. C’è passione operosa nell’arte, non soltanto emozioni effimere! C’è desiderio, c’è amore, nella bellezza!

Il guaio è che oggi bellezza, arte, artigianato, vogliono dire due, tre, infinite cose diverse tra gli uomini della nostra epoca, che non sanno se è possibile conoscere la verità, ammesso che essa esista. Il principio di immanenza, il cogito ergo sum, ha provocato una sconfortante intraducibilità dei concetti tra le varie visioni del mondo[10].

Per riflettere su questi argomenti è molto efficace Why beauty matters, un documentario della BBC del 2009, curato dal filosofo Roger Scruton. Molto denso e sanamente provocatorio è anche il suo libro sulla bellezza apparso nella versione italiana nel 2011[11].

Scruton, citando Oscar Wilde, ripete con insistenza che la bellezza è inutile, non si può valutare con parametri economici o pragmatici. Ho ritrovato questo concetto, espresso in altri termini, in una tesi di filosofia piuttosto brillante discussa il 14 ottobre scorso in questa Università[12]. Se si tornasse a cogliere la gratuità della bellezza, anche in un gioco come il calcio, oggi deturpato dalle derive utilitariste della finanza, il nostro mondo ne trarrebbe enormi benefici. La dimensione ludica della vita, intesa alla luce di una corretta visione antropologica, contribuirebbe più radicalmente alla salute fisica e psichica degli esseri umani.

Sulla natura dell’arte cito un articolo del prof. Rodolfo Papa[13]: «La tradizione classica ci offre una definizione reale di ars, secondo genere e differenza: ars est recta ratio factibilium, ovvero l’arte è la corretta ragione delle cose da fare. Dunque il genere è la “recta ratio”, e la specie viene differenziata dal riferimento ai “factibilia”, alle cose da fare, da produrre. L’arte viene così posta tra le virtù dianoetiche, cioè tra le perfezioni dell’anima razionale; inoltre è strettamente connessa con la conoscenza e con la fabbricazione di oggetti; potremmo esemplificare che arte è un “saper fare”. Si tratta di una definizione ampia, che tiene insieme tutte le modalità di “saper fare”: dal costruire tavoli allo scrivere poesie, dal dipingere al cucinare, purché siano fatti bene, con recta ratio.

Entro questo concetto così vasto, facilmente si pone una distinzione tra le arti connotate principalmente da bellezza e le arti connotate principalmente da utilità. Si tratta di una distinzione non escludente, nel senso che anche un tavolo, che è utile, può essere bello ed anche un monumento, che è bello, può essere utile, tuttavia l’opera d’arte bella è arte perché è bella, mentre l’opera di arte utile è arte perché è utile. Entro le arti belle, notiamo una grandissima varietà di operazioni e funzioni, che delineano i vari ambiti delle discipline artistiche. Proprio a questo livello si pone la problematicità di una definizione comune. Mi sembra che il modo migliore di procedere per contribuire alla definizione dell’arte sia cercare, adesso, una definizione delle diverse discipline artistiche. Una tradizione che risale a Plinio, ripresa anche da Leonardo, dice che la prima disciplina artistica è la pittura, da cui sono seguite poi la scultura e via via tutte le altre. Sappiamo che nel Rinascimento si è riflettuto molto sul “paragone delle arti”, e cioè sulla valorizzazione degli aspetti comuni e soprattutto di quelli diversi, al fine di capire quale fosse la regina delle arti. Ciò ha contribuito a una valorizzazione degli aspetti specifici delle singole discipline, con una forte consapevolezza dei percorsi tecnici, cui sono stati dedicati molti trattati e manuali, come per esempio il già citato Libro di pittura di Leonardo. Mi sembra che questa strada sia molto proficua, perché proprio partendo dalla pratica della pittura, della scultura, dell’architettura … si arriva a definire cosa siano ciascuna. Ed è anche importante che tale riflessione sia provenuta e provenga dai medesimi artisti, cosa che evita il senso di scollamento tra le arti e la teoria delle arti, così frequente nella contemporaneità».

Due settimane or sono ho tenuto una lezione su “Due luoghi simbolici della liturgia medievale” ad alcune classi del liceo scientifico Galilei, di Palermo. Erano presenti alcuni studenti di Isola delle Femmine, nella cui chiesa madre abbiamo fatto numerosi interventi architettonici dal 1992 ad oggi[14]. Loro conoscevano l’ambone e gli piaceva, ma non ne avevano compreso il significato simbolico nella sua interezza. Ecco un altro aspetto della bellezza, da tenere in considerazione nell’educazione. Il bello è immediato! Ha una forza di attrazione intrinseca che di per sé non richiede spiegazioni. Ma possiede anche una complessità di contenuti la cui comprensione contribuisce al godimento estetico. Ci sono molteplici livelli di comprensione – sensoriale, intellettuale, volitiva – nel gustare un’opera d’arte. Bisogna predisporsi ad una scalata, raggiungere le altezze fino alla vetta è garanzia di gioie gradualmente sempre più intense.

L’arte contemporanea invece è esoterica, richiede la condivisione di regole interne, di solito contrarie alle più elementari norme del buon senso. La gioia che se ne può ricavare è effimera, autoreferenziale, falsa.

Dopo aver visto la satira cinica e puntuale che ne fa Paolo Sorrentino ne La grande bellezza del 2013 ha ancora senso parlarne? Mi riferisco a due scene del film, quelle relative all’esibizione della body-artist Talia Concept, non a tutta l’opera.

La performance contiene tutti i luoghi comuni delle performance artistiche: la presenza di corpi nudi (che siano preferibilmente “bei corpi”); la preparazione di un set, possibilmente contaminando l’antico (l’acquedotto romano sull’Appia antica) con il contemporaneo (il palco di legno con tanto di segnaletica stradale); i riferimenti politici, meglio se internazionali (la falce e martello disegnata sull’inguine) e comunque sempre decorativi e innocui; la presenza di sangue; il silenzio rituale di contemplazione-attesa rotto dall’urlo improvviso dopo la capocciata; la parola striminzita che deve risultare ambigua e allusiva a chissà quale dramma (il grido finale “Io non vi amo!”).

E poi c’è il pubblico, sul prato, ormai composto indistintamente da signori e signore dell’alta borghesia annoiata e dall’altrettanto annoiata gioventù pseudo-alternativa. La gente distesa sul prato che osserva attenta e concentrata la performance, e altrettanto diligentemente applaude, è un ritratto del vuoto esistenziale interclassista contemporaneo. La grande idiozia dell’arte contemporanea coinvolge ricchi e poveri, senza più alcuna distinzione, tutti uniti nel presentismo modaiolo, tutti alla disperata ricerca di qualcosa che li faccia sentire “diversi”, capaci di intendere qualcosa che gli altri non capiscono. Tutti privi delle facoltà, culturali, intellettuali ma soprattutto umane, utili a decifrare la palese truffa che si cela dietro la parola “arte”.

La successiva intervista completa il quadro dell’Artista alla perfezione. Il dialogo tra i due è una vera tortura per la ragazza. La quale, per trarsi d’impaccio, prova subito a buttarla in confusione parlando di una misteriosa “vibrazione”, di natura extra-sensoriale. Quindi, non sapendo spiegare cosa sia quella vibrazione, se ne esce fuori con uno dei cavalli di battaglia di ogni sedicente “artista”: «Io sono un’artista, non ho bisogno di spiegare un cazzo». Gli artisti non devono spiegare ciò che fanno, sono artisti e basta. Ma Talia non demorde perché vuole quell’intervista su quel giornale che ha così tanti lettori: tenta ancora di definire la vibrazione come “radar per intercettare il mondo” e tira persino in ballo il suo fidanzato, un artista concettuale che “rielabora palloni da basket con i coriandoli, un’idea sensazionale”. Ma Jep si spazientisce e definisce le parole della performer “fuffa impubblicabile”. L’intera scena si conclude abilmente con la risata della direttrice nana del giornale, risata che copre definitivamente di ridicolo l’artista e il mondo dell’arte che rappresenta.

Anche per l’intervista la descrizione dell’artista è perfetta: il desiderio evidente e continuo di autopromozione; la consapevolezza di dover truffare il pubblico e quindi l’abitudine a parlare il meno possibile o il più possibile con termini vaghi e privi di senso; l’idea che i giornalisti siano complici della truffa, o perché anche loro ignoranti o perché a loro non sta davvero a cuore ciò che pubblicano. Talia Concept è sfortunata, perché Gambardella non è il solito giornalista cretino e sprovveduto, ma uno che ha piena consapevolezza del ridicolo che c’è dietro quelle performance e dietro il mondo dell’arte contemporanea. Talia Concept è solo una Marina Abramovic di provincia, più rozza e incolta e quindi assai meno pericolosa[15].

L’iniziazione, tipica dell’arte contemporanea, è una forma di educazione che non introduce ad altro che a sé stessa. Ancora di più, essa è una forma di rieducazione del buon senso e del buon gusto, che collabora alla decostruzione dell’uomo, all’affermarsi dei non luoghi, pieni di non arte, per le non persone cui mirano tante teorie inquietanti che imperversano oggi. La sete di bellezza dei giovani va soddisfatta con ben altre bevande.

Anche per questo abbiamo creato la Monreale School of Arts & Crafts. Perché un nome anglo-sassone? Per ancorarci ad una grande tradizione ottocentesca e per lanciare un appello ai giovani di Sicilia e a quelli di tutto il mondo a riscoprire il valore di quella creatività che ha fatto grande l’Occidente in passato e che, in un futuro non troppo lontano, può essere la base di una nuova civiltà della bellezza. Si tratta di investire sulle doti dei ragazzi, facendo in modo che un rapporto ideale tra mente, occhi e mani li renda capaci di entrare a testa alta nel mercato occupazionale.

Invito tutti voi a fare una piccola scalata per visitare la scuola del Mons Regalis. Oppure almeno ad entrare nel sito dell’Associazione, www.magistrimaragmae.it.

 


[1] John Keats, Ode su un’urna greca, vv. 49-50.

[2] Isaia 53, 2-12.

[3] Joseph Tschöll, Dio e il bello in Sant’Agostino, Ares, Milano 1996.

[4] V. The real face of Jesus?, History Channel 2010.

[5] Cfr. Maurizio Cecchetti, Le valigie di Ingres. Congedi dall’ultimo secolo, L’Obliquo, Brescia 2003.

[6] Christian Boltanski, esposizione Monte di Pietà (15 X – 26 XI 2000), allestita negli spazi di Palazzo Branciforte di Palermo, curata da Sergio Troisi per la sezione arti visive del Festival di Palermo sul Novecento, diretto da Roberto Andò.

[7] Giovanni Paolo II, Lettera agli artisti, 4 aprile 1999, 3.

[8] Pulchrum et bonum in subiecto quidem sunt idem, quia super eandem rem fundantur, scilicet super formam, et propter hoc, bonum laudatur ut pulchrum. Sed ratione differunt. Nam bonum proprie respicit appetitum, est enim bonum quod omnia appetunt. Et ideo habet rationem finis, nam appetitus est quasi quidam motus ad rem. Pulchrum autem respicit vim cognoscitivam, pulchra enim dicuntur quae visa placent. Unde pulchrum in debita proportione consistit, quia sensus delectatur in rebus debite proportionatis, sicut in sibi similibus; nam et sensus ratio quaedam est, et omnis virtus cognoscitiva. Et quia cognitio fit per assimilationem, similitudo autem respicit formam, pulchrum proprie pertinet ad rationem causae formalis. S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I, q. 5, a. 4, ad 1.

[9] Rodolfo Papa, Discorsi sull’arte sacra, Cantagalli, Siena 2012, pp. 127-130.

[10] Sulla intraducibilità dei concetti del pensiero immanentista (sia esso forte, sia esso debole) in quelli della metafisica dell’atto di essere si veda Alasdair MacIntyre, Enciclopedia, Genealogia e Tradizione (Tre versioni rivali di ricerca morale), Massimo, Milano 1993.

[11] Roger Scruton, La bellezza. Ragione ed esperienza estetica, Vita e Pensiero, Milano 2011.

[12] Mario Cicerone, Estetica e antropologia del gioco, relatore prof. Salvatore Tedesco, Università degli Studi di Palermo, Scuola delle Scienze Umane e del Patrimonio Culturale, a. a. 2014-2015.

[13] Rodolfo papa, È possibile definire l’arte?, Zenit, 4 ottobre 2010.

[14] Alcune immagini sono disponibili su http://lomontesantoro.jimdo.com.

[15] Debbo queste folgoranti considerazioni ad Antonio Saccocci.

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